Quotidiani italiani: fonti inaffidabili
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Pubblichiamo “Italy’s Newspapers: Untrusted Sources” di Stephan Faris pubblicato sul Time. Traduzione in italiano a cura di Italiadall’Estero.
Qualsiasi discussione su cosa ci sia di sbagliato nella politica italiana conduce inevitabilmente a chiedersi cosa ci sia di sbagliato nel sistema di informazione del Paese. In uno stato in cui il Presidente del Consiglio controlla l’etere, secondo la World Association of Newspapers, solo 1 persona su 10 acquista regolarmente i quotidiani, rispetto ad 1 su 5 negli Stati Uniti e 3 su 5 in Giappone. Gli italiani, a quanto pare, non sono interessati a leggere le notizie.
Ma se il problema non stesse nell’appetito per le notizie, ma nel menù? Lo scorso mese, ad un festival letterario in Sardegna, ho avuto l’opportunità di tastare il malcontento del pubblico riguardo cosa viene offerto dai giornali. Durante un dibattito pubblico sui mezzi di informazione, una mia osservazione riguardo come i giornalisti italiani scrivano principalmente l’uno per l’altro, per i politici o per il piacere di leggere la loro prosa, ha ricevuto infatti l’approvazione da parte dei presenti. Per quasi tutta l’ora successiva, quindi, il pubblico ha fatto domande sui motivi per i quali le notizie non vengono scritte per loro.
E loro si meritano una risposta. Non è cambiato molto da quando, 50 anni fa, il giornalista Enzo Forcella dichiarò che i giornali italiani venivano scritti solo per 1.500 lettori: ministri, parlamentari, industriali, leader di partito e leader sindacali. Le notizie venivano riportate, sempre secondo Forcella, in “un’atmosfera di discussione familiare, con protagonisti che si conoscono da sempre, scambiandosi scherzi e facendo allusioni tra di loro”.
Secondo Paolo Mancini, professore di Sociologia della Comunicazione all’Università di Perugia, la stampa italiana è sempre stata scritta da e per l’élite degli intellettuali. Le pagine dedicate alla cultura dei principali quotidiani hanno infatti l’aria di pubblicazioni accademiche, con grafica ed un’impaginazione complicate e poco chiare, e con foto che sono solitamente ritratti delle solite facce annoiate. Quando viene rilasciata una notizia politica poi, si trovano in prima pagina anche cinque editoriali di grandi nomi che commentano l’accaduto, ma raramente vengono forniti al lettore il contesto o gli antefatti della notizia. “Il lettore della carta stampata sa già quello che succede”. Prosegue Mancini: “Hanno le notizie. Quello che in realtà vogliono è il gossip”.
Benché molto sia stato detto sulla presa che il Presidente del Consiglio ha sulla TV italiana – proprietario di tre delle principali reti commerciali del paese e, come capo del governo, con capacità di influenzare anche le emittenti di stato RAI – anche la carta stampata nazionale ha al suo interno il proprio conflitto d’interessi. Il gruppo Fiat ha partecipazioni nel quotidiano milanese Corriere della Sera ed in quello torinese La Stampa, mentre il giornale La Repubblica appartiene a Carlo De Benedetti, rivale d’affari di Berlusconi con interessi nell’energia, nelle automobili e nella sanità. Il Sole 24 Ore, il più importante quotidiano finanziario del Paese, appartiene inoltre alla principale lobby industriale italiana. “Gli imprenditori italiani tendono a dipendere largamente dalla politica italiana” dice Ricardo Franco Levi, parlamentare dell’opposizione ed ex-caporedattore de L’Indipendente, breve esperimento di un quotidiano completamente autonomo. “Le possibilità di fare inchieste di tipo aggressivo in Italia sono molto, molto limitate”.
Ma neppure l’influenza diretta del governo sui media appare una cosa tanto strana nell’Italia dei nostri giorni. A giugno Berlusconi esortò le aziende a non comprare spazi pubblicitari su quei media “che seminano pessimismo e catastrofismo” – riferendosi a quei giornali che in quel periodo stavano riportando le salaci indiscrezioni sulla vita personale del Primo Ministro. “Sarebbe accettato in qualsiasi altra parte del mondo” si chiede ancora Levi “che un Primo Ministro indichi alle aziende dove acquistare spazi pubblicitari?”.
Non c’è da stupirsi se gli italiani si rivolgono sempre più a fonti di informazione alternativa. Gli ultimi anni hanno visto la crescita di diversi quotidiani gratuiti, distribuiti ai pendolari fuori dalle fermate della metropolitana. Con budget limitati che non rendono possibile assumere grandi firme, hanno dovuto offrire ai loro lettori qualcosa di nuovo: le notizie. Il giovedì che La Repubblica pubblicava tre articoli sull’ammissione di Berlusconi di non essere un santo, il quotidiano gratuito Metro riportava un titolo in prima pagina molto più rilevante: “H1N1: 15 milioni di giovani da vaccinare”. Su internet Beppe Grillo, il comico diventato blogger di politica, tiene un blog seguito da un pubblico numeroso e fedele. Così come Dagospia.com, la risposta di sinistra italiana al sito Drudge Report.
Con una crisi che sta mettendo a dura prova i media di tutto il mondo, l’Italia non ha fatto certo eccezione. In una nazione dove i licenziamenti sono tutt’altro che vietati, più di 500 giornalisti perderanno probabilmente il loro posto a settembre. Nonostante tutto, però, il bisogno di un tipo diverso di informazione è altissimo. Lo scorso autunno ho preso parte ad un festival di giornalismo organizzato da Internazionale, una rivista che raccoglie settimanalmente le notizie provenienti dall’estero. I partecipanti hanno affollato l’auditorium e hanno finito per sedersi nella piazza ad ascoltare i dibattiti dagli altoparlanti. In un periodo di cali vertiginosi delle vendite, lo scorso anno le vendite di Internazionale sono salite del 25%. “La gente che smette di comprare i giornali non è gente che non vuole più leggere alcun tipo di notizia” dice il caporedattore Giovanni De Mauro. “E’ gente che cerca un tipo di informazione differente”. In Italia quindi, gli editori che vogliono salvare i propri giornali dovrebbero iniziare a saziare anzitutto questo tipo di fame.
- 11 settembre 2009

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