Marrazzo, Berlusconi e il conflitto di interessi

di: J.A. Brady

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Siamo dell’opinione che Marrazzo abbia sbagliato. Ha fatto bene ad auto-sospendersi. Ancor meglio avrebbe fatto a dimettersi, immediatamente. La cultura di governo, cultura che la sinistra pare aver scordato, passa anche attraverso scelte dolorose che non devono tenere in nessun conto di meschini calcoli elettoralistici. Da tutta la vicenda emerge anche un altro aspetto, per certi versi conosciuto da sempre, ma adesso apertamente conclamato dal suo stesso attore principale: il conflitto d’interessi.

Pare che il famoso filmino, o i filmini, che sono stati oggetto dell’estorsione (o ricatto) fossero stati offerti a testate giornalistiche, ad agenzia di stampa e fotografiche. Tra queste anche alla rivista Chi edita da Mondadori e diretta da Alfonso Signorini. Il direttore avrebbe avvisato della cosa la sua editrice Marina Berlusconi, che a sua volta avrebbe interessato il padre. Il presidente del consiglio si sarebbe detto contrario alla pubblicazione ed avrebbe chiamato Marrazzo per avvisarlo di cosa stava circolando e offrendogli, al contempo, la garanzia che i media di sua proprietà non avrebbero pubblicato niente della vicenda. Parrebbe quasi un gentlemen’s agreement. Un vero accordo fra gentiluomini. Gentiluomini?

Due sono gli aspetti che lasciano perplessi. Il primo è il mai risolto problema del conflitto d’interessi che ritorna a galla. Si da il caso, infatti, che una legge sul conflitto d’interessi esista. La cosiddetta legge Frattini, la n.215 del 20 luglio 2004 che, seppur pessima e niente affatto rigorosa, un qualcosa dice. All’art.2, comma c) recita che è fatto divieto a chi ricopre cariche istituzionali (nel nostro caso al presidente del consiglio) di: “svolgere altre funzioni comunque denominate ovvero esercitare compiti di gestione in società aventi fini di lucro o in attività di rilievo imprenditoriale“. Ora il decidere la non pubblicazione di una notizia è in sostanza dettare una linea editoriale e , in sostanza, gestire  il periodico. Abbiamo allora un presidente del consiglio che infrange una legge – pessima lo ripetiamo – da lui promossa e fatta approvare.  Con la sua doppia azione – di editore e di capo dell’esecutivo – Berlusconi ci dimostra ancora una volta in maniera inequivocabile che  il conflitto d’interessi in Italia non è mai stato risolto.

Il secondo aspetto è altrettanto significativo di come ci si possa far beffe delle legge e dell’etica che la carica rivestita imporrebbe. Il cittadino Silvio Berlusconi  viene a conoscenza di probabili reati (estorsione, prostituzione,  spaccio o uso di droga) ed invece di avvisar la magistratura, come sarebbe obbligo di ogni cittadino ma di un Presidente del Consiglio a  maggior ragione, contatta colui che è al centro dei probabili reati e lo  istruisce su come meglio occultare le prove. Acquistare un filmino sconveniente per toglierlo dal mercato sembra essere – nell’ ottica del  nostro presidente del consiglio -  l’unica azione eticamente  pensabile.

Fosse dipeso da Berlusconi, lo scandalo sarebbe stato evitato e i ricattatori dell’Arma sarebbero rimasti  impuniti.  Con il brillante risultato di avere  poi un Governatore di Regione  ricattabile direttamente dall’avversario politico.

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