Giu 252009
 

Nei giorni passati l’attenzione della stampa si è concentrata sulla risposta, esplicita e dura, che Don Antonio Sciortino Direttore di Famiglia Cristiana ha dato ad un lettore a proposito del comportamento “indifendibile” del Presidente del Consiglio.

Poco o niente è stato invece l’interesse sull’editoriale apparso nello stesso numero del settimanale cattolico e riguardante il Partito Democratico. Un editoriale dall’eloquente titolo “Il diritto di sapere se è un Partito o una Babele”. Un peccato perché le analisi e le considerazioni espresse nell’articolo fotografano  in maniera forse impietosa ma sostanzialmente corretta l’attuale situazione del PD come, ad esempio, quando si afferma che “Il Paese avrebbe bisogno di sapere se c’è un’alternativa credibile e invece nel Pd si è aperto un balletto deprimente sui nomi, che non ha nessun significato, se non quello di mostrare un partito che si perde dietro vecchie diatribe piuttosto che aprire una discussione seria sulla sua identità e su cosa proporre agli elettori sui problemi che più assillano il Paese.”

Riportiamo il testo integrale:

IL PD VERSO IL CONGRESSO: LA LOTTA È SUI NOMI PIÙ CHE SUI PROGRAMMI

IL DIRITTO DI SAPERE SE È UN PARTITO O UNA BABELE

Si accendono vecchie diatribe e un balletto deprimente sui nomi che non hanno alcun significato. A scapito dell’identità del partito.

Ha ragione il presidente della Camera, Gianfranco Fini, quando dice che i nani e le ballerine che affollano la cronaca politica non pongono questioni di Governo, ma hanno a che fare con la questione di fondo di ogni democrazia e cioè la fiducia dei cittadini nella politica e nei suoi rappresentanti.

È imbarazzante per tutti ammetterlo, per qualche verso è persino drammatico, ma se dovessimo votare domani per le politiche ci troveremmo a dover scegliere fra uno schieramento costretto a difendere il proprio leader con difficoltà sempre maggiore e un’opposizione che riesce a galleggiare solo grazie alle disgrazie altrui. Pier Luigi Castagnetti ha sintetizzato la situazione così: «Dobbiamo sperare sempre nelle ragazze del presidente del Consiglio o riusciamo a far credere di essere un partito vero di opposizione che punta a governare il Paese?».

Abbiamo un capo del Governo, padrone della sua maggioranza, sia pure in mezzadria con Bossi, che si dibatte in difficoltà sempre maggiori e perde credito all’estero, e un Partito democratico che non è né a vocazione maggioritaria, come disse Veltroni, né tantomeno a vocazione governativa e, infine, non riesce a essere nemmeno opposizione nonostante i tentativi generosi di Franceschini, che pure qualche risultato l’hanno prodotto.

Il Paese avrebbe bisogno di sapere se c’è un’alternativa credibile e invece nel Pd si è aperto un balletto deprimente sui nomi, che non ha nessun significato, se non quello di mostrare un partito che si perde dietro vecchie diatribe piuttosto che aprire una discussione seria sulla sua identità e su cosa proporre agli elettori sui problemi che più assillano il Paese.

Senza che si sia discusso nemmeno per un attimo sulle risposte da dare alla crisi che continua a preoccupare le famiglie, ai drammi sociali della disoccupazione, alle nuove povertà, alle sfide dell’imprenditoria grande, media e piccola sempre più in difficoltà; la settimana scorsa abbiamo letto sui giornali che Bersani si candida a guidare il Pd sostenuto da D’Alema, Enrico Letta e altri, mentre Franceschini punta alla riconferma sostenuto da Fioroni, Marini, Sassoli e altri ancora. Non una parola sui programmi, sulle cose da fare.

È vero che la nascita del Partito democratico è stata affrettata e che i suoi dirigenti si sono trovati subito di fronte alle elezioni politiche lo scorso anno, a quelle europee quest’anno, mentre già si debbono preparare alle regionali dell’anno prossimo. Ma, a maggior ragione, gli elettori avrebbero il diritto di sapere se il Pd è un partito e non una babele.

I nomi vengono dopo, non prima. La sensazione che si ha di fronte alla proposta di Bersani o a quella di Franceschini è che siano ambedue insufficienti, perché dietro c’è un agglomerato confuso e indeterminato, che non sa da che parte sta.

Nei tre mesi che lo separano dal congresso di autunno, il Pd deve riuscire nell’impresa di convincere gli italiani che, se da una parte – il Centrodestra – le cose non vanno, dall’altra c’è pronta un’alternativa credibile. Per centrare l’obiettivo la condizione è che il congresso sia vero. Franceschini da giovane ha vissuto una vicenda simile, quando la Dc nel 1976 celebrò un congresso durissimo al termine del quale fu eletto per una manciata di voti Benigno Zaccagnini. Fu vera politica, e quando vennero i giorni dell’ira con il sequestro Moro i partiti italiani fecero fronte comune contro lo sfacelo e la disgregazione. Quella era classe dirigente, quella di oggi non sappiamo ancora cosa sia.

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