Bada a come parli!

di: Brunilda

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Iniziata circa un mese fa, si è sviluppata nel periodo estivo un’interessante polemica che ha per protagonista il recente giallo di Giorgio Faletti, Io sono Dio. La questione ha inizio quando la traduttrice Eleonora Andretta manifesta alcuni dubbi sull’identità dell’effettivo autore del libro sopra citato.

Sul banco degli imputati salgono alcune frasi che lessicalmente sembrano calchi dalla lingua inglese. La cosa rimbalza di blog in blog, di sito in sito, di aggregatore in aggregatore. Vengono proposte alcune ipotesi: 1) Io sono Dio è frutto di una cattiva traduzione e di un’ancor peggiore revisione; 2) è stato scritto da un ghost writer di madrelingua inglese poco accorto nella localizzazione delle espressioni idiomatiche o semplicemente pressato dalla fretta; 3) è una consapevole scelta stilistica dell’autore Faletti, il quale ha inteso tentare l’introduzione di alcune espressioni percepite come “stranianti” dal lettore italiano; 4) boh, è colpa del caldo.

A un mese di distanza, Faletti risponde. Con un tono comprensibilmente piccato, essendo stata messa in questione la sua onestà di scrittore, ma sforzandosi comunque di essere obiettivo e di illustrare le scelte incriminate. Il punto è che queste spiegazioni, mirate a convalidare l’ipotesi 3) di cui sopra, sono ahimè poco convincenti. Invocare la libertà di un autore di riprodurre un calco non spiega il motivo per cui si è voluto introdurre quel calco; semmai, porta il lettore a pensare che si sia trattato dell’umore del momento. Che la lingua italiana si evolva sta bene; che lo faccia senza alcuna ragione sensata un po’ meno. Incidentally, dal momento che Faletti parla, nella replica sopra linkata, di “traduzione letterale”, sarebbe il caso di specificare che don’t beat around (o anche about) the bush non vuole letteralmente dire “non girare attorno al cespuglio”, ma proprio “non battere attorno al/il cespuglio” (per chi mastica l’inglese, l’orgine dell’espressione è ipotizzata qui).

Va poi precisato che addurre a scusante il fatto che calchi del genere compaiono in vari film doppiati è nientemeno che un autogol: la mannaia del censore linguistico già da un pezzo si è abbattuta sui film e questi ultimi non ne escono granché bene. In altre parole, se si vuole difendere il valore di un prodotto, meglio non scegliere cattive compagnie.
Non c’è motivo di sentirsi imbarazzati – come sembra lamentare Faletti – per aver dovuto spiegare alcune scelte (tra parentesi, quella delle falene – moths, non “mooths”, ma un refuso scappa anche ai migliori – è davvero graziosa). Discutibile semmai è il tono “tutta invidia gnegnegnè” con cui la replica viene conclusa, ma chiaramente Faletti è libero di concedersi uno sfogo personale, perché no. E sul personale la prendo anch’io, che per concludere questo post scelgo consapevolmente di passare in modalità soggettiva e di replicare: “querelle estiva e premestruale“? Ma come ti permetti tanta superficialità?!

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