Aux armes, citoyens !

 Posted by on 15 Settembre 2009  Add comments
Set 152009
 

«Thomas Jefferson, l’autore della  Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, amava dire che “ciascun uomo ha due patrie: la propria e la Francia”   E’ quindi giunto il momento di aprire un dibattito sulla stampa francese per rispondere a una semplice domanda: l’Europa di Jean Monnet, Robert Schuman e Altiero Spinelli può tollerare che in Italia, paese fra i fondatori della Comunità Europea, la democrazia stia morendo?»

Con questa domanda si chiude l’articolo “Berlusconi et les médias, ou la démocratie à l’agonie” apparso sul quotidiano francese Le Monde. Una disamina della situazione italiana  che inizia proponendo al lettore francese  di immaginare l’improbabile ipotesi di un capo di stato onnipotente: proprietario di TF1, France2 e M6 e in diritto di nominare suoi seguaci a Radio France e nel resto del servizio pubblico. Un ipotetico presidente proprietario inoltre di Hachette, Le Figaro e Le Point e con un patrimonio personale di 6,5  miliardi di dollari. Impensabile. Per la Francia.

Chi, leggendoci, volesse tacciarci di esterofilia si sbaglia. Non lo siamo per il semplice fatto che parole quali democrazia e libertà, ma anche giustizia sociale e diritti umani hanno un valore universale che travalica ogni confine. Non ci vergogniamo quindi se talvolta ci viene fatto di guardare altre nazioni – a noi vicine per tradizione storica, culturale e politica – come esempi che vorremmo calati nella nostra realtà. Anche in Francia e nel Regno Unito, per dire, lo stato democratico è imperfetto e spesso iniquo sul fronte della giustizia sociale. Anche da loro vi sono le caste con i loro privilegi e le lobby  che tentano di condizionarne la politica. Anche da loro vi sono preoccupanti rigurgiti xenofobi ma, nonostante ciò, quelle democrazie non sono fragili come la nostra. Hanno infatti due punti fermi e irrinunciabili che le caratterizzano, ed un terzo figlio dei primi due. Il primo è dato dalla netta separazione dei poteri dello stato, con un equilibrio fra gli stessi raggiunto attraverso una serie di contrappesi costituzionali e legislativi. Il secondo punto è  la sovranità assoluta del parlamento. Il terzo, conseguenza dei primi due, è la cultura della democrazia che quei popoli hanno e che a noi, dobbiamo riconoscerlo, è sconosciuta.

Se guardiamo al nostro paese vediamo che i confini che separano i poteri dello stato si fanno sempre più labili, con continue  ed eversive “invasioni di campo”. Inoltre la sovranità del parlamento è di fatto svuotata da una legge elettorale finalizzata a perpetuare il potere partitocratico e ulteriormente limitata da un continuo ricorso al voto di fiducia.

E’ da questa ineducazione alla democrazia quindi che discende l’anomalia italiana di un Berlusconi statista. E della medesima lacuna culturale si nutre una opposizione che invece di fare politica si abbassa ad essere patetica fotocopia del potere dominante.   Il berlusconismo, inteso come deriva populista e becera di gestione della res publica, è espressione di questa non-cultura della democrazia fatta dalla ricerca  perenne dell’escamotage individuale e dell’uso della furbizia elevata al rango di intelligenza. Da questa carenza culturale discende anche il consenso di cui  il berlusconismo gode.

Allora il problema drammatico dell’agonia democratica  è un problema ancor prima culturale che politico. Le nazioni che abbiamo citato  si sono formate attraverso due grandi Rivoluzioni – non a caso usiamo la maiuscola – la guerra civile inglese del ‘600 e la rivoluzione francese del 1789. Eventi che hanno plasmato i due stati così come li  conosciamo, e che hanno generato la conseguente cultura della democrazia nei rispettivi popoli. Noi, in Italia, non abbiamo avuto questa fortuna. Le nostre rare rivoluzioni sono sempre state fatte da elite minoritarie, seppur nobili. La stessa Resistenza, che poteva essere quella Rivoluzione formativa che ci è mancata nei secoli precedenti, ha visto coinvolta solo una parte della nazione.

E allora in questo autunno della democrazia ci domandiamo se non sia arrivato il momento di colmare questa lacuna.

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