C’è scudo e scudo

 Posted by on 21 Ottobre 2009  Add comments
Ott 212009
 

Paga e prega“. Con questo titolo il New York Times ha pubblicato un articolo in vista della scadenza del 15 ottobre, data prevista per il rientro dei capitali illecitamente detenuti da cittadini americani nei paradisi off-shore. Si, perché anche gli Stati Uniti – al pari di Regno Unito, Germania, Francia e Italia – hanno introdotto nella loro legislazione una sorta di scudo fiscale. Il fatto che anche all’estero si siano dotati di questo strumento, è diventato argomento di risposta di molti esponenti della maggioranza nei confronti di coloro che hanno  giudicato lo scudo italiano, oltre che eticamente immorale, come una sorta di amnistia tombale nei confronti degli evasori.

Paragonare come simili le due legislazioni è improponibile perché profondamente diverse nell’approccio al problema. Quindi vediamo in cosa differiscono, quantomeno negli aspetti essenziali. Occorre però fare una premessa che deve essere sempre ben tenuta in considerazione quando si affronta il rapporto contribuente-fisco e negli Stati Uniti, e in Italia. Negli Usa chi evade le tasse o esporta illegalmente capitali commette un reato penale (statale o federale  a seconda dalla vastità dell’evasione e delle sue implicazioni). Se l’evasione è accertata, si viene condannati ad una pena detentiva – oltre che pecuniaria – che viene scontata fino al termine. Tanto per rendere l’idea, la media della detenzione inflitta a coloro che sono stati condannati negli Usa per evasione fiscale nel 2007 è stata di 39 mesi. Tre anni e tre mesi in carcere, fino all’ultimo giorno. Già questo è un deterrente non da poco ma a noi sconosciuto. Ironicamente ci viene fatto di pensare che l’etica cattolica del perdono, cioè di dire il peccato ma non il peccatore, ha il primato rispetto a un’etica calvinista anglosassone impregnata di giustizialismo.

Ma adesso vediamo i due aspetti principali che caratterizzano i due “scudi“. Il primo riguarda la penalità da pagare. Da noi è stata fissata al 5% fisso sul capitale fatto rientrare, mentre negli Usa oscilla fra il 5 ed il 20% (anzichè del 50% previsto dalla tassazione ordinaria) sul picco più alto raggiunto dal conto estero. Appare evidente che lo strumento americano tende ad  impedire che sia rimpatriata solo una parte del capitale e che l’altra venga nuovamente occultata al fisco. Il secondo aspetto, non meno importante, riguarda l’anonimato offerto dalla legislazione italiana. Anonimato assolutamente non previsto da quella americana.   Anzi c’è di più, perché negli Stati Uniti per godere dello scudo fiscale occorre rivelare all’ IRS – Internal Revenue Service – il fisco americano, i nomi, gli indirizzi, i numeri di telefono dei banchieri, degli avvocati, dei commercialisti, dei consulenti e di chiunque abbia avuto un ruolo nell’aver aiutato l’evasore ad occultare al fisco i capitali esportati.

Questa delazione potrebbe sembrare, a prima vista, un  impedimento al successo dello scudo americano. In realtà vediamo che non è così se, come si legge nell’articolo del NYT,  gli  studi legali e fiscali sono stati presi d’assalto da clienti intenzionati a regolarizzare la loro posizione. Inoltre, tutto ciò, ha provocato un aumento di contribuenti che hanno voluto correggere le pregresse denunce dei redditi che sono tassate con aliquota ordinaria.  Insomma in qualche misura i provvedimenti adottati negli Usa hanno innescato una reazione virtuosa tanto che l’IRS prevede  che dallo scudo fiscale potrà scaturire un gettito di  diverse decine di miliardi di dollari, forse sul centinaio. In Italia le previsioni sono fra i 2,5 ed 5 miliardi di euro a malapena sufficienti – lo abbiamo già scritto – a coprire i soli costi di applicazione della legge.

A differenza dell’evasore americano che pagherà e pregherà, il nostro – passando sul red carpet offertogli da Tremonti e soci – lascerà un obolo e ringrazierà.

  2 Responses to “C’è scudo e scudo”

  1. […] Dello “scudo fiscale” americano ne avevamo già parlato in un nostro precedente articolo che trattava – e criticava – la legge introdotta in Italia sul rientro dei capitali […]

  2. […] sappiamo tutti che la tassa, come la definisce Oneto è del 5%; tasso talmente irrisorio che  spesso viene “offerto” dalla banche purchè il capitale fatto rientrato sia poi […]

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