La banda che divide

 Posted by on 19 novembre 2009  Add comments
Nov 192009
 

Si sono già affievolate a livello politico le proteste per la cancellazione da parte del governo del già programmato finanziamento di 800 milioni di euro per lo sviluppo della banda larga. Un paese, il nostro, che ci vede in tema di digital divide fortemente penalizzato rispetto agli altri stati europei. Sono infatti circa 40 su 100 gli italiani che accedono alla rete in assenza di ADSL. Ciò, come è facile intuire, non consente ad una larga fetta di utenza di utilizzare tutti quegli strumenti e contenuti che solo una banda di ampio spettro può offrire. In pratica, per loro, il Web 2.0 è solo un oggetto di desiderio.

Fra le possibilità offerte dalla banda larga vi è anche quella di potersi informare e fare attività di ricerca attraverso strumenti multimediali che esulano dai consueti mezzi mediatici tradizionali quali TV e carta stampata. Del resto vista la penosa situazione in cui versa, in generale, l’informazione in Italia uno strumento in più sarebbe utile. Questo aspetto – ovvero quello dell’informazione tramite web – è, per certi versi, forse ancor più importante rispetto all’innegabile penalizzazione che il digital divide impone al mondo del lavoro, in particolare all’artigianato ed alla piccola impresa. Ci domandiamo quindi a chi possa giovare l’impedire a una cospiscua fetta d’utenza l’accesso a mezzi che offrono la possibilità di documentarsi in maniera indipendente rispetto ai tradizionali media informativi, media spesso condizionati politicamente ed economicamente.

Del resto l’aspetto finanziario legato al web non è da trascurare ma questo argomento, per quanto riguarda l’Italia, è stato affrontato raramente e male. Dobbiamo partire dalla constatazione che Internet produce denaro. Lo ha fatto fin dall’inizio del suo sviluppo, magari in maniera disordinata e con bolle speculative, ma l’ha fatto. E continuerà a farlo in misura sempre maggiore. Là, dove la banda larga è tecnologia diffusa e consolidata – ci riferiamo agli Usa, al Giappone, al Regno Unito, alla Germania -, la nuova ricchezza in internet è data dall’afflusso pubblicitario. Fenomeno questo che è cresciuto in maniera esponenziale tanto da toccare oltre alle grandi Dot-Com anche i piccoli blog amatoriali.  E tutto ciò erodendo alle TV, alle radio e alla carta stampata ampie fette di mercato.

Ritornando quindi al panorama italiano ci domandiamo se vi sia una attinenza fra lo stentato sviluppo dell’advertising ed il digital divide. E se c’è una relazione fra questi due aspetti – noi non ne dubitiamo – ci viene anche da domandarci quale tycoon nazionale andrebbe a rimetterci da uno spostamento dalle TV e dalla carta stampata verso Internet degli introiti pubblicitari. La risposta ci sembra scontata.

Ecco allora che il problema viene ad assumere, oltre ad un carattere puramente tecnico-economico-sociale anche un aspetto politico-istituzionale, un aspetto forse più preoccupante. Un quadro che ci rimanda ad un irrisolto conflitto di interessi,  un problema questo che da quindici anni perseguita il paese. Ma ci rimanda anche verso coloro che, per responsabilità (o irresponsabilità) politica rivestita hanno, a loro tempo, eluso il problema quando invece era nelle loro possibilità risolverlo una volta per tutte.

Ecco, in questo caso – quello del conflitto d’interessi – maggioranza ed opposizione (i due schieramenti sono stati nel tempo sia l’una che l’altra) hanno dimostrato che fra loro non c’è nessun digital divide che li separi sul piano dell’irresponsabilità politica e istituzionale.

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