Feb 052010
 

Il consuntivo cinematografico del 2009 riporta numeri non lusighieri per il cinema italiano. Meno film prodotti, meno incassi, meno investimenti, una minore quota di mercato e, anche se in misura minima, meno spettatori. È un bilancio davvero  poco incoraggiante quello  stilato dall’Anica, l’associazione che riunisce le industrie del settore.  Vediamo qualche dettaglio.

La contrazione è a tutti i livelli e si evidenzia nel – 5% della quota raccolta dai film italiani  (22,6%  contro il 63.5% delle pellicole americane). Vi è stato nel 2009  un dimezzamento degli investimenti pubblici pari a -50% (da 50 a 25 milioni) con evidenti pesanti ricadute. Il film prodotti sono scesi a 97, rispetto ai 123 del 2008, con un investimento medio per film di soli 2,3 milioni.

Secondo Paolo Ferrari, Presidente dell’Anica, ciò è da attribuirsi “alla pirateria, alla delegittimazione del diritto d’autore, alla rivoluzione digitale, a internet e al mercato globale“. Come al solito internet, il P2P, l’attentato al diritto d’autore sono i soliti demoni da porre sul banco degli accusati come gli affossatori del cinema italiano. Eppure all’estero – Francia, Regno Unito, per non parlare degli Usa – i rispettivi mercati cinematografici godono di ottima salute. Eppure anche per loro esiste internet, il P2P, il mercato globale.

Non viene da pensare a Ferrari che forse il problema del cinema italiano è legato – oltre che alla penuria di investimenti – al provincialismo ed alla povertà d’idee che da anni affligge la nostra settima arte? Un cinema, il nostro, che percorre solo due filoni di commedia: quello popolar-sboccato e quello drammatico-intimista-pseudofilosofico. Nel cinema italiano – salvo rare eccezioni – non v’è magia, né surrealismo. Non vi sono effervescenza, brio e azione.  Gli aspetti e i drammi sociali altrove affrontati con leggerezza – che non significa superficialità e ci viene in mente, ad esempio, lo splendido Full Monty di Peter Cattaneo – sono percorsi quasi del tutto ignorati. E’ un problema culturale ancor prima che imprenditoriale. E il tentativo tragicomico di dare – come il Ministero dei Beni Culturali ha fatto – una patente di valore artistico ad un cine-panettone, non aiuta certo il cinema italiano ad uscire dall’angusto recinto provincialista in cui si è ormai rinchiuso da decenni.

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