Lo scudo fiscale da i numeri

 Posted by on 21 Febbraio 2010  Add comments
Feb 212010
 

Abbiamo già affrontato più volte l’argomento “scudo fiscale”. Ovvero quella legge che si riprometteva di regolarizzare fiscalmente e penalmente i capitali illecitamente esportati o costituiti all’estero. Sull’etica di questa norma già ci siamo espressi così in un precedente articolo:

Perchè una sanatoria  non è altro che la presa d’atto da parte dello Stato della sua incapacità di far rispettare una legge e, di conseguenza, di  non riuscire a porre tutti cittadini sullo stesso piano. E’ l’ammissione della sua impotenza a gestire  in maniera giusta ed equa un aspetto della vita sociale introducendo al contempo ulteriori elementi disgreganti in una società, quale quella italiana, già socialmente compromessa. E’ la resa dello Stato di fronte alla furbizia elevata al rango d’intelligenza.

Adesso che abbiamo i dati del rientro possiamo anche valutare, per sommi capi, l’aspetto economico-finanziario dell’operazione. L’ineffabile Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha definito, non più tardi di due mesi fa, un “successo straordinario” quello dello scudo fiscale chiosando che “il rientro è di 95 miliardi pari a 190.000 miliardi di vecchie lire e ben oltre 6 punti di prodotto interno lordo“. Cifre e valutazioni, quelle fornite dal Ministro, errate e che lasciano poco spazio all’ottimismo.

In realtà secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, dati in linea con quelli in possesso dell’Agenzia dell’Entrate,  i capitali realmente rientrati ammontano a 34,9 miliardi, circa il 40% della cifra sbandierata. Vediamo perchè. Tre sono le modalità concesse per aderire dallo scudo fiscale. La prima – la regolarizzazione – consente  di lasciare i capitali all’estero presso un intermediario straniero e di denunciarli al fisco. Con la seconda – il rimpatrio giuridico – si lasciano i capitali investiti all’estero ma gestiti da un intermediario italiano. La terza modalità – il rimpatrio con liquidazione – prevede la liquidazione delle attività estere ed il rientro fisico dei capitali in Italia.

Le prime due opzioni sono state quelle maggiormente scelte da coloro che – circa il 60% – hanno aderito allo scudo fiscale. Appare quindi evidente che solo la terza opzione – il rimpatrio con liquidazione – ha permesso un rientro effettivo di capitali da immettere nel circolo dell’asfittica economia italiana. Ma anzichè dei 98 miliardi dichiarati essi sono stati molto meno della metà, circa 35. Una bella differenza, in senso negativo.

Con buona pace del fantasioso autore della finanza creativa.

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