Feb 242010
 

Questo il titolo dell’articolo apparso sul New York Times (in inglese Prime Ministre, Primo Mogul). L’articolo, come è intuibile, vede protagonista Silvio Berlusconi e non è altro che una analisi dell’anomala situazione italiana. L’occasione è stata la recensione del film Videocracy presentato a Manhattan. La traduzione in italiano a cura di Italia dall’Estero.

«Ci sono momenti in “Videocracy”, uno sguardo impietoso e nauseante sul mondo televisivo creato dal Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, in cui sembra di assistere a una trasmissione proveniente da un altro pianeta. Berlusconi, magnate dei media, che esercita un monopolio assoluto sulla televisione italiana ed è stato eletto per la terza volta nel 2008, ha contribuito a fare entrare i decolletè (molti) nel tubo catodico italiano e fa spesso notizia per le sue macchinazioni politiche, le osservazioni offensive – Mussolini mandava le persone in “vacanza”, il Presidente Obama è “abbronzato” – le scappatelle a sfondo sessuale e le continue accuse di corruzione.

Ma c’è di più. A dicembre, durante una manifestazione politica, uno sconosciuto, con una presunta storia alle spalle di problemi mentali, gli ha fratturato il naso e gli ha rotto anche alcuni denti lanciandogli contro una statuetta del Duomo. Berlusconi, 73 anni, ha avuto una pronta guarigione e il giudice che sta indagando sull’aggressione ha richiesto di esaminare il referto medico delle ferite del premier. Mercoledì, il Financial Times ha riferito che uno dei suoi stretti collaboratori a capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, che si occupa di calamità naturali e grandi eventi, è stato indagato con l’accusa di corruzione per presunti appalti truccati in occasione del G8 del 2009 che si è tenuto in Italia. L’inchiesta ha portato all’arresto di quattro persone. E così via.

“Videocracy”, entrato nel circuito dei festival cinematografici sin dall’anteprima al Festival di Venezia del 2009, non parla di questi ultimi scandali naturalmente (questo richiederebbe un continuo aggiornamento). Ma il regista Erik Gandini, che è nato in Italia e ha studiato cinema in Svezia (il film è stato in parte prodotto con i soldi della televisione svedese) abbraccia una prospettiva più ampia e generalizzata. Anche se Berlusconi – l’uomo, l’oligarca, la personalità da rotocalco e la vittima della chirurgia plastica – ha un innegabile senso dell’intrattenimento, Gandini è più interessato a quello che potrebbe essere definito l’effetto Berlusconi. Quello che il regista ricerca è l’impatto di Berlusconi sulla cultura italiana, in particolare su coloro che considerano la celebrità come sinonimo di potere. Ed è per questo che, per caso o per programmazione, “Videocracy” termina con una prospettiva ben più allargata rivolta al mondo.

Sfruttando materiale d’archivio organizzato e interviste più recenti ben assortite, Gandini – che è anche la voce narrante – apre il racconto con un inatteso salto all’indietro nella televisione italiana: un quiz televisivo mostra donne mascherate che si spogliano ogni volta che un concorrente risponde correttamente a una domanda. Secondo Gandini, lo spettacolo fu un vero e proprio succès de scandale, perché gli operai stavano in piedi fino a tardi per guardarlo (anche se non indicato espressamente, lo spettacolo ebbe successo nello stesso periodo in cui lo stivale fu colpito dalle aggressioni delle brigate rosse, un gruppo militante che nel 1978 rapì e assassinò Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio). Da questo umile inizio Berlusconi ha creato un modello televisivo di successo: più donne svestite, più potere nelle proprie mani.

La televisione italiana è piena di donne che, sorridenti, si spogliano ancora presentando al pubblico il generoso decolletè. Alcuni di questi ornamenti televisivi sono chiamati veline e la loro presenza la dice lunga sull’uso del corpo della donna nella cultura italiana di oggi e il ruolo che Berlusconi ha svolto in questo sfruttamento. In “Videocracy” c’è una scena in cui un gruppo di donne, con tacchi alti e sorrisi tirati, partecipano a un’audizione per diventare veline su un piccolo palco allestito in quello che sembra un centro commerciale, circondate dagli applausi e dall’apparente approvazione del pubblico presente. Lo scorso novembre, il Time ha riferito che alcune ragazze di Milano, rispondendo a un sondaggio, hanno dichiarato che diventare velina era la loro massima aspirazione professionale. E non c’è da meravigliarsi: Mara Carfagna, Ministro di Berlusconi per le Pari Opportunità, è un’ex-velina.

La relazione di Berlusconi con le donne, individualmente e collettivamente, è un elemento affascinante nella sua ascesa al potere e avrebbe potuto monopolizzare l’intero documentario. Questa relazione si capisce chiaramente durante un impressionante spot pubblicitario che Gandini include nel documentario – da ricercatore scava nel fango come un maiale da tartufo – in cui le donne tessono le lodi del loro Presidente del Consiglio dal supermercato alla piscina (“Meno male che Silvio c’è!”). Sarebbe stato utile se Gandini avesse coinvolto alcune donne meno innamorate del premier, ma il regista non finge di essere obiettivo o di essere un giornalista, e quindi non presenta entrambi gli aspetti della questione. Naturalmente non pensa nemmeno che ci siano.

A livello strutturale il film emerge da un incipit traballante, con una parentesi troppo lunga incentrata sul giovane operaio, Ricky Canevali, che sogna di trovare il successo televisivo unendo arti marziali e canto. Seppur rappresentante della voglia di divismo che si è impadronita dell’Italia, è una figura troppo modesta a cui ancorare le aspirazioni di un’intera nazione. Molto più convincenti (al contempo affascinanti e sgradevoli) sono le figure che gravitano nella scena culturale a cui Gandini dedica ampio spazio: Lele Mora, il talent scout , A.d.B. (Amico di Berlusconi) e dichiarato ammiratore di Mussolini, e Fabrizio Corona, il cosiddetto re dei paparazzi, recentemente imprigionato per aver tentato di estorcere denaro da alcuni personaggi famosi.

Nel 2004 nel libro intitolato “Silvio Berlusconi: Television, Power and Patrimoni” [“Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica”, N.d.T.] Paul Ginsborg, professore di storia presso l’Università di Firenze, citò un esponente dell’entourage di Berlusconi che aveva dichiarato: “La televisione è stata profondamente congeniale a Berlusconi. Lo ha ispirato per la velocità con cui avrebbe potuto mettere in pratica le idee che gli passavano per la mente. Oserei dire che la televisione è Berlusconi.” Ginsborg continua: “Questo rapporto simbiotico con il mezzo è fondamentale per capire l’uomo.” Considerata la posta in gioco, è difficile non desiderare che Gandini fosse stato più ambizioso: in 85 minuti, “Videocracy” può solo graffiare la superficie. Ma, nonostante questo, dopo aver visto il documentario, si capisce che basta un rapido sguardo a Berlusconi per capire un’epoca in cui la celebrità è ormai diventata moneta corrente del regno.

VIDEOCRACY

Venerdì la prima a Manhattan. Prodotto e diretto da Erik Gandini; direttori della fotografia, Manuel Alberto Claro e Lukas Eisenhauer; editing di Johan Soderberg; musica di Soderberg e David Osterberg; prodotto da Lorber Films.»

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