Mar 312010
 

Sul danese Modern Tider è apparso a firma di Mads Frese un omaggio al filosofo e storico Norberto Bobbio in occasione del centenario della nascita. L’articolo ha il significativo titolo di “Il Filosofo che divenne l’agnello sacrificale” (nell’oginale Filosoffen, der endte som offerlam) e ripercorre i duri moniti e la forte contrapposizione  culturale, ancor prima che politica, del grande filosofo nei confronti di Bettino Craxi, del nascente (politicamente parlando) Silvio Berlusconi e dei conseguenti pericoli del berlusconismo. La traduzione in italiano è a cura di ItaliadallEstero.

Il Filosofo che divenne l’agnello sacrificale.

«Norberto Bobbio è stato il più importante pensatore politico italiano del dopoguerra. Gli ultimi anni della sua vita li ha spesi a combattere il berlusconismo. Bobbio riteneva Berlusconi come la reincarnazione fisica del demagogo o del tiranno: “Berlusconi in fondo, come il tiranno dei classici, ritiene che per lui sia lecito quello che i comuni mortali sognano. La caratteristica dell’uomo tirannico è credere di potere tutto“.

Bobbio, che ha vissuto in prima persona la scalata al potere di Mussolini e fu attivo nella resistenza antifascista, aggiunse “Quando Berlusconi si presenta davanti alle sue platee, la gente si alza in piedi a gridare ‘Silvio, Silvio!’ Uno spettacolo che fa venire i brividi.” Il timore di Bobbio rimase però inascoltato. Nel centenario della nascita del filosofo, Pellizzetti, politologo per MicroMega, commenta. “Il bobbismo – in pratica – risulta soltanto un disarmo unilaterale mentre le divisioni corazzate naziste avanzano: una sorta di Belgio culturale, che il rifiuto di imbracciare le armi non salva dal destino di essere schiacciato e fatto a pezzi“. Bobbio era riconosciuto a livello internazionale per il suo lavoro d’interpretazione dei principi fondamentali della democrazia liberale, ma il suo punto di partenza si basava sulla considerazione che la politica comprende sia l’elevatezza dei più alti ideali che la bassezza della mera violenza fisica: “Come pensatore egli non era mai stato, come si direbbe brutalmente, un’anima bella, anzi. Si era misurato, fin da subito – condividendone molte premesse se non le conclusioni – con il filone duro, forte, del realismo politico” scrive il filosofo Marco Ravelli.

Bobbio considerava il suo impegno politico come una logica consequenza del suo impegno accademico ed la sua enorme produzione letteraria può ritenersi un tentativo di riconciliazione tra apposte correnti di pensiero: destra e sinistra, credenti e atei. Per la maggior parte della sua vita fu iscritto al Partito Socialista e nel 1979 fu eletto senatore a vita. Secondo Pierfranco Pellizzetti, la trasformazione della società civile in gogna per una lotta permanente dove tutto è permesso, perpetrata da Berlusconi ha costretto il professore torinese “nell’angolo dell’insignificanza”: “Gli ultimi anni di Bobbio – dunque – sono stati quelli di un agnello sacrificale, che si difendeva armato di buoni sentimenti ragionevoli contro avversari capaci di affondare il colpo in tutte le debolezze più recondite“.

Il principe

Iniziò nel 1984 quando Bobbio accusò l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi di rapprensentare la “democrazia dell’applauso”. Craxi respinse le accuse al mittente tacciando l’eroe antifascista di essere “il filosofo un tanto al chilo”. Craxi è uno dei 3 capi di governo italiani che ha pubblicato una prefazione al Principe di Nicolò Macchiavelli. A differenza degli altri due, Mussolini e Berlusconi, che nutrivano una certa propensione per la tesi per la quale il fine giustifica i mezzi, Craxi criticava l’ambiguità morale di Macchiavelli affermando che di morale ce ne fosse solo una e che la stessa non poteva essere scissa tra morale politica e morale privata. Dopo qualche anno fu condannato a 10 anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito ai partiti e morì in esilio. Nel testo Etica e Politica pubblicato da Bobbio su MicroMega nel periodo di presidenza craxiana, il filosofo spiega che questa critica di Craxi nei confronti di Macchiavelli fosse non solo ipocrita ma anche sbagliata:

Per fare i soliti esempi di scuola, se nel sistema normativo di un gruppo di latrones, o di pirati o di ‘masnadieri’, e perché no?, di zingari, per non parlare di mafia, camorra et similia, che appartengono alla nostra esperienza quotidiana, esiste una norma che considera lecito il furto (s’intende dalle cose non appartenenti a membri del gruppo), è evidente che la norma che proibisce il furto esistente nel sistema normativo considerato inferiore, sia esso quello dello Stato o della Chiesa o della morale dei non appartenenti al gruppo, deve considerarsi implicitamente abrogata, in quanto incompatibile con una norma del sistema normativo considerato superiore. Gli stati, in fondo, potrebbero essere anch’essi, secondo il famoso detto di Sant’Agostino, ‘magna latroncina’.

Bobbio precisa che l’etica della vita politica si differenzia dalla normale concezione della morale senza che ciò significhi che il fine giustifica i mezzi:

Per lo stesso Machiavelli l’azione politica ‘immorale’ (immorale rispetto alla morale dei ‘pater noster’) è giustificata soltanto se ha per fine le ‘grandi cose’, o ‘la salute della patria’. Perseguire il potere per il potere vorrebbe dire trasformare un mezzo, che come tale deve essere giudicato, alla stregua del fine in un fine in se stesso.

Il moralista

Bobbio riteneva che non fosse possibile far politica senza sporcarsi le mani. Nella lotta per la conquista o per il mantenimento del potere – che è base essenziale della politica – la guerra o la violenza non sono delle eccezioni, bensì la regola. La politica può quindi essere sia una promessa per il bene comune o uno strumento per l’odio assoluto o comunque nelle migliori delle ipotesi per un odio minimo. “Per vivere insieme [gli uomini] hanno bisogno della politica” scriveva Bobbio nella sua prima opera letteraria di grande successo Politica e cultura nel 1955. La democrazia è l`unica forma di governo in grado di liberare la politica dalla violenza, dichiarava il filosofo che considerava la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 come la più grande invenzione politica. Ma poichè la politica – al massimo – può offrire una pace instabile e tende sempre a crear conflitti, Bobbio insisteva sull’autonomia della cultura e considerava l’intellettualità come una necessaria forma di mediazione in grado di neutralizzare gli elementi distruttivi della polemica politica attraverso il dialogo. Poichè la putrefazione della politica italiana divenne chiara a tutti agli inizi degli anni ‘90 ed a questa seguì la “scesa in campo” di Berlusconi, il filosofo considerava la situazione del Paese come “irrisolvibile” e abbandonò il ruolo di mediatore intellettuale. Secondo Marco Revelli  “Il vero punto di svolta é etico ed estetico prima che politico nella lettura bobbiana della tragedia italiana“. Bobbio era cosciente del pericolo: ” Moralista è diventato sinonimo di piagnone, di pedagogo inascoltato un pò ridicolo, di predicatore al vento, di fustigatore di costumi, tanto noioso quanto fortunatamente innocuo“. Dopo la morte di Norberto Bobbio nel 2004 il berlusconismo è entrato in una nuova fase. Ora Berlusconi ha monopolizzato il termine “libertà” con il suo Partito della Libertà, che comprende anche gli eredi di Mussolini. Sull’attualità di Bobbio scrive il filosofo Paolo Flores D’Arcais, redattore di MicroMega, figura di primo piano nella marginalizzata ma articolata opposizione in Italia.:

La coerenza dei valori su cui poggia la democrazia liberale porta infatti inevitabilmente all’impegno per l’eguaglianza, parola oggi impronunciabile persino a sinsitra, e che Bobbio invece coniugherà instancabilmente come indistinguibile dalla libertà, che altrimenti si corrompe nel privilegio.

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