Tredici virgola settanta per cento. Questo è quanto, in termini percentuali, ha raccolto la Lega Nord in Emilia-Romagna nelle recenti elezioni regionali. In alcune aree emiliane i voti dati al partito di Bossi hanno raggiunto percentuali da province lombardo-venete: 22% a Piacenza, 18% a Parma. Ma perchè questa avanzata leghista in una regione da sempre dominata, ancor prima che governata, dal PCI-PDS-DS-PD? Perchè uno spostamento di voti così marcato da sinistra a destra? E quanto può aver influito su questo risultato quell’intreccio politico-economico-finanziario, non sempre cristallino, fatto di amministrazioni comunali e provinciali, cooperative, grande distribuzione e costruttori? E la sinistra, per ritornare ad essere convincente e vincente, non sarebbe il caso che abbandonasse quell’autoreferenzialità finalizzata a perpetuare un dominio monopolistico sugli affari regionali ed abbracciasse invece una referenzialità fatta di concreto governo per la comunità?
Maurizio Chierici, sul Il Fatto Quotidiano del 6 aprile, ha lucidamente radiografato il perchè di un successo leghista in una terra – l’Emilia-Romagna – che appare come una sorta di isola felix nel triste panorama nazionale. E forse, Chierici, ha dato le risposte alle domande che ci siamo posti. Riportiamo integralmente l’articolo, augurandoci che non si debba parlare in futuro del tramonto dell’altra apparente isola felix, la Toscana, dove la Lega ha raggiunto alle elezioni regionali il 6,5%, con un significativo 10% a Prato.
L’Emilia si scopre verde padania di Maurizio Chierici
«Quel bel pezzo dell’Emilia inquieta per i foruncoli verdi che fioriscono sulla maestà rossa: troppi. Rubo il titolo al libro di Edmondo Berselli, analisi scomposta dall’ironia per raccontare un territorio che la sinistra ritiene roccaforte inespugnabile e ne ha avuto conferma, ma quanti voti passati alla Lega. Com’è possibile che sciolto il vecchio pacco dell’ideologia, sentimenti ed abitudini finiscano nelle discariche degli annunci corporativi di Bossi. Addio impegni sociali: voglia di difendere roba, affari, insomma godere lasciando perdere i diversi che fanno disordine, non importa il colore della pelle.
Quei sopravvissuti della borghesia impoverita, braccia da lavoro senza lavoro, non parliamo degli stranieri. Tradimenti, si diceva fino a qualche tempo fa. Ma la cultura dell’autarchia trascura le parole di ieri: ne scolorisce l’imbarazzo mentre lo snack della Lega offre un futuro da mutuo soccorso democristiano. Quando si dice che il Carroccio è “radicato nel territorio” si rappresenta la capacità di raccogliere lo scontento con promesse finora virtuali, ma che il buon raccolto delle elezioni sta per rendere concrete: impieghi, consulenze, appalti. Solite cose, cambiano i colori: dal rosso al verde.
Resta il mistero della transizione dalla sinistra alla destra non per attrazione alla xenofobia o razionalizzazione dell’egoismo di bottega ribattezzato federalismo, quel nostro che resta nostro, si arrangino. La fuga emiliana verso la Lega non è ipocrisia, solo una maniglia per sopravvivere nelle ragnatele codificate dei poteri locali controllati da due principi che vanno d’accordo: costruttori e partito comunista, ieri; costruttori, grande distribuzione, e partiti di sinistra, oggi. Giornali e TV locali al guinzaglio. Nei prati delle food valley crescono le gru di chi cementa. Le cooperative sono il lievito che ha trasformato la regione, ma la filosofia dello sviluppo senza progresso tomba del meridione (strade, palazzi, istituti carcerari mai inaugurati, ponti solenni per 15 metri di rigagnolo, ecc), questa filosofia, avvelena comunità fino a ieri concrete e ormai incantate dalla trasformazione che svuota le città nelle periferie edificate attorno ai santuari degli ipermercati.
Centri storici senza sale da cinema accumulate nei cubi orribili delle campagne che la popolazione invecchiata non raggiungerà mai; centri storici abbandonati alle movide che pretendono di resuscitare nell’alcool la civiltà sepolta delle città “compatte”. Ogni ipermercato chiude 75 negozi. E ogni momento ne cresce uno. E se arrivano i legni dell’Ikea, chi fa mobili prova a vendere gelati. Centinaia di artigiani ormai senza bottega. Stretti nell’abbraccio dei principi, a quali speranze possono aggrapparsi ragazzi che si affacciano al lavoro non organici in qualche cortigianeria o raccomandati dai due palazzi?
Le cooperative si comportano come i gironi del mercato impongono. Gli appalti obbligano ad acrobazie non sempre lineari e se l’opera pubblica o il terreno da lottizzare dipendono da amministrazioni amiche ecco il legame indissolubile tra palazzinari e cooperative. Liason che rallegra i bilanci ma avvilisce la gente trasformata in comparse. Come le sètte della destra religiosa Usa rubano in Brasile alla Chiesa di Roma un milione di fedeli l’anno rincuorando periferie abbondate con la promessa di un regno dei cieli che non passa dalle mani dei preti, i leghisti offrono al malcontento le intemperanze di un partito al potere ma che fa finta di lievitare la rivoluzione. E appena ce la fa distribuisce pani e pesci come Roma Ladrona.
Inutile cambiare la faccia del conduttore di una sinistra incerottata se il sistema continua a cercare solo milioni. Far finta di non vedere l’avvilimento delle città “arredate” ma disumanizzate da cooperative che condividono speculazioni ed affari moltiplica i foruncoli verdi.
E i giornalisti reggicoda dei vincitori, naturalmente».
