In piedi per l’ultimo Addio!

 Posted by on 25 maggio 2010  Add comments
Mag 252010
 

Il Frankfurter Allgemeine ha pubblicato recentemente un interessante articolo sulla situazione – a dir poco disastrosa – della nostra realtà teatrale e operistica. Lo proponiamo nella sua versione italiana.

«Berlusconi la chiama riforma, ma per molti teatri italiani non è altro che il bacio della morte. Da anni l’Italia lavora a una riforma del settore operistico. Ora il governo ha varato un nuovo decreto di tagli.

“Addio” è una delle parole-chiave del melodramma italiano. Ci sono capolavori del genere, come “Il ballo in maschera” di Giuseppe Verdi, in cui il saluto di commiato risuona minaccioso sin dall’inizio, per scandire ritmicamente sino alla fine la morte degli eroi-amanti. In questo senso il lungo finale dell’opera italiana nella sua madrepatria è una messa in scena tipica per il genere. Da un paio di decenni buoni, ministri, manager culturali, direttori, sindaci e sindacalisti lavorano a una riforma del settore operistico. Il paziente, la cui malattia è innegabile, è sopravvissuto a più riprese a sempre nuovi trattamenti traumatici. Ma ora lo minaccia un decreto del Ministro della Cultura Sandro Bondi, regolarmente sottoscritto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che potrebbe dare il colpo di grazia. D’ora in avanti dei circa 340 milioni di euro del Fondo per la Musica e il Teatro “FUS” si dovrebbe risparmiare circa un terzo.

Il decreto tra l’altro mette l’intero settore in una sorta di amministrazione controllata: per almeno due anni vi sarà un congelamento delle assunzioni nei teatri d’opera, delle attività accessorie a scopo di lucro e sono vietate da questo momento anche le indennità di musicisti dipendenti, come pure le tariffe dei teatri. I direttori ora ricevono maggiori sovvenzioni se viene incassato denaro attraverso le sponsorizzazioni in egual quantità. I tagli radicali non riguardano però tutti i teatri allo stesso modo. La partecipazione di città e regione è diversa a seconda dell’efficacia pubblicitaria.

La Scala di Milano ad esempio, nella ricca città industriale, riesce a coprire il suo bilancio per circa il sessanta per cento, mentre l’indigente Cagliari, in Sardegna, in cui da anni raramente si tengono a battesimo opere tedesche, non dispone di tali fondi. A volte città e regione danno di più, come ad esempio nel territorio natio di Giuseppe Verdi intorno a Parma. A volte, come nella città di confine di Trieste, non c’è proprio hinterland e neppure alcuna cooperazione transnazionale.

Non c’è spazio per il nuovo

Indubbiamente il decreto Bondi ha messo in luce quanto sia radicalmente fallita la riforma degli anni Novanta, nell’ambito della quale tutte le istituzioni sono state trasformate in fondazioni di diritto pubblico con ampia autonomia. Come ambasciatore dell’”italianità” invece di investire cospicue somme di danaro, di attirare schiere di visitatori dal paese e dall’estero e sostenersi quasi automamente, proprio per i teatri dell’Opera meno prestigiosi, ma non per questo da sottovalutare, come quelli di Catania, Genova e Bologna è iniziata una vita di stenti. Lo Stato si era sottratto con una mossa grandiosa alle sue responsabilità di finanziamento, spacciandolo come un atto di liberazione dal paternalismo burocratico. Tra i potenti e spesso irrimediabilmente frammentati sindacati e la necessità di fare cassa, la possibilità di nuove produzioni per molti direttori era rimasta fortemente limitata. Già negli ultimi due anni teatri come Napoli, Genova e persino Roma, la cui Opera sta attraversando un’agonia senza fine, sono stati messi sotto commissariamento ministeriale obbligatorio. Nellla diabolica spirale della carenza di rappresentazioni, personale sempre più rabbioso e sempre meno sovvenzioni minacciano di schiacciare l’istituzione.

Si auspicano segnali dalla politica

A Venezia, però, il direttore artistico Fortunato Ortombina potrebbe portare avanti la guida del Teatro La Fenice, la ben nota impresa che possiede comunque un’enorme potenziale di crescita. Nonostante una riduzione di un terzo delle sovvenzioni nella scorsa stagione si è potuto aumentare attraverso frequenti repliche e coproduzioni meno costose il numero di spettacoli di oltre il trenta per cento. Ma a un certo punto vi sono dei limiti anche a queste razionalizzazioni, se non si vuole arrivare alla morte del teatro dell’ Operetta a bastonate.

Ortombina sottolinea quanto sia triste ogni produzione fallita per uno sciopero, perché così si perdono soldi e prestigio. Ma al tempo stesso si augura – proprio nel corso delle prove per il “Don Giovanni” di Mozart – che la politica nazionale mandi un segnale, infatti poi prosegue: “Forse possiamo risparmiare ancora qualcosa per salvare la nostra prossima stagione. Ma al momento non sappiamo ancora di quali risorse disporremo tra due anni”, dice.

I dipendenti usurpati del loro diritto agli straordinari, ai salari e alle indennità ora stanno come a Milano, dove l’Opera viene simbolicamente trasportata in una bara verso il sepolcro, i lavoratori si radunano pensosi per la strada o dove hanno tappezzato il teatro di annunci funebri – come già così spesso è accaduto negli ultimi anni. Il Maggio Musicale Fiorentino per il momento va in scena; si è scioperato anche a Roma e Torino. Che gli artisti riescano in questo modo a indebolire la radicata sfiducia dei politici nei confronti della cultura elevata?

Berlusconi ama il Boulevard

La Scala di Milano. Da quasi due decenni il governo sta lavorando a una riforma dell’azienda operistica. Lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da sempre e in modo ostentato non segue le lussuose aperture di stagione al Teatro della Scala il giorno di S. Ambrogio, mentre preferisce frequentare teatri minori, dove ha conosciuto la sua futura ex-moglie.

Un sottosegretario ha già freddamente puntualizzato che nei momenti difficili i teatri d’Opera possono essere tranquillamente chiusi. E il ministro della cultura Sandro Bondi e il suo collega, il guru dell’efficienza Renato Brunetta, si fanno beffe, com’è noto, della gente sottoutilizzata, strapagata e anche dei musicisti d’orchestra prepensionati e si lamentano, per una volta non a torto, degli esorbitanti compensi delle star del palco, della regia e del canto. Evidentemente la classe dominante di Berlusconi, sotto le pressioni della destra populista Lega Nord che prima delle elezioni si è mossa contro gli artisti stranieri e la regia moderna, vede nei teatri lirici un settore di risparmio ideale.

Sebbene la gran parte degli amici della “Lirica” con gusto conservatore per compositori come Rossini, Verdi e Puccini sia da ascrivere al proprio elettorato, si toglie a una borghesia sempre più in maniche di camicia il costoso giocattolo di lusso della platea nazionale, nella chiara e ferma convinzione che per poche rappresentazioni estive all’Arena di Verona o in altri templi all’aperto non vi sia bisogno di sedi permanenti sovvenzionate. L’Italia non è forse campione dell’ improvvisazione? Allora i musicisti e cantanti devono solo dimostrare fantasia e produrre a prezzi meno cari.

Le fiere officine della musica in miseria

Circolano addirittura voci che il governo italiano abbia intenzione di impoverire sistematicamente il vecchio sistema per poter alla fine ricominciare da zero senza l’intralcio dei privilegi di sindacati, di funzionari di sinistra e con l’ausilio della tecnologia orrendamente dilagante. Potrebbe stupire come in un paese con teatri di tradizione meno cari ma anche poco attivi, da Pisa fino a Bari, da Napoli fino ad Ancona mettano in luce che dal nulla non si produce nulla. Perché assieme ai teatri d’opera è da tempo andata in rovina anche la cultura musicale italiana, un tempo fiera, delle scuole di musica, dei conservatori, delle orchestre private, dei festival, come denuncia da anni Riccardo Muti. Proprio nella madrepatria della musica le orgogliose fucine dell’opera oscillano tra gli sprechi strutturali di risorse finanziarie e la miseria assoluta, tra l’irrinunciabile obbiettivo di esigenza estetica e un tedioso conservatorismo per un pubblico anziano.

Le azioni di protesta allontanano gli spettatori

La costosa opera lirica svolge ancora una funzione sociale nel luogo in cui è stata inventata poco più di quattrocento anni fa? Ha ancora un effetto estetico importante per la prossima generazione? Una società stregata dalla televisione e da internet può farcela senza l’Opera? Sono questi i temi di un dibattito che ora prosegue sui giornali italiani, almeno provvisoriamente, sotto la pressione del decreto di tagli, ma che viene comunque seguito solo da un pubblico assolutamente marginale. Questa settimana si è visto a “La Scala” che, anche sotto l’influenza del direttore artistico Stephane Lissner, i ricorrenti scioperi allontanano la clientela ricca e i turisti paganti. Di fronte alle proteste gridate e alle azioni di solidarietà, succede sempre più spesso che i berlusconiani dalle logge più costose disapprovino gridando ai musicisti: “Finalmente andate a lavorare!” Perché la consapevolezza cresca, le due prove generali per “L’Oro del Reno” di Wagner si sono tenute gratuitamente “per la città” . E’ un tentativo disperato di far prendere a cuore alla collettività il valore rimasto. Il ciclo milanese di Wagner è un simbolo della crisi del sistema, perché la sua conclusione è prevista solo per l’anno 2013. Resta da vedere con quale stato d’animo l ‘Opera come istituzione vivrà questo “Crepuscolo degli Dei” italiano.»

traduzione: a cura di Italia dall’Estero

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