Giu 152010
 

All’epoca ne aveva parlato solo qualche esponente dell’ecologia radicale, ma la ribellione degli abitanti dell’isola di Boungaville negli anni novanta era costata circa 15.000 morti. Dai primi sabotaggi contro la realizzazione di una devastante miniera di rame a cielo aperto, proprietà di una società anglo-australiana, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi  giorni prima della spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da allora è rimasta chiusa.

Ma un altro colonialismo è da tempo sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea è in costruzione una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dalla China Metallurgical Group, ha inviato squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.

Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si sono immediatamente ribellati armati di fionde e machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene hanno denunciato il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi “. L’australiano Mineral Policy Institute ha definito “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della Baia di Basamuk. (Qua un video della devastazione in corso). Nel 2009 la miniera è stata chiusa, anche se solo provvisoriamente, per ragioni di sicurezza.

La presenza delle State Companies cinesi in Papua Nuova Guinea rientra nel grande rilancio di investimenti globali che Pechino sta effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perchè non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali. Come aveva documentato Parag Khanna (I Tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo), in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourging agricolo e verso la produzione agricola offshore“. Come in Indonesia e nelle Filippine che stanno diventando una “grande risaia cinese“. Il “secondo anello della sttegia di reperimento delle risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.

Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelarazione della deforestazione. Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine dovrebbe essere completamente scomparsa entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le recenti rivolte anticinesi scoppiate sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle Isole Salomone, Tonga, India e Zambia).

fonte: Gianni Sartori per A

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