Giu 092010
 

Con l’Ue non c’è alcun spazio di trattativa“. Queste le parole che il ministro del lavoro Maurizio Sacconi ha pronunciato riferendosi all’innalzamento al 65 anno dell’età pensionabile delle donne nella pubblica amministrazione. E così il suo collega di governo Renato Brunetta: “L’Europa su questo si è in parte accanita“. Anche la stampa si è quasi uniformata con titoli (qualche esempio  qua, qua e qua ) che rimandano alla Unione Europea, e in particolare alla commissaria Viviane Reding, la responsabilità (intesa come colpa) di una decisione ineludibile e non affatto indolore.

In realtà le cose non stanno proprio così. Sono venti anni che l’ UE attende che l’Italia si uniformi alla normativa europea. E’ infatti del 17 maggio 1990 la sentenza della Corte di Giustizia Europea – relativa alla causa C-262/88 (Barber contro Guardian Royal Exchange Assurance Group) – con la quale veniva stabilito che tutte le forme di pensioni professionali costituiscono un elemento di retribuzione a norma dell’articolo 141 del trattato. Articolo che vieta inoltre qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e lavoratori di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza.

L’Italia ha avuto venti anni di tempo per uniformarsi ai dettami europei ed alle direttive emesse negli anni successivi. Un periodo di tempo che inizia con la cosiddetta I Repubblica, per arrivare ai giorni nostri. Cinque lustri durante i quali si sono succeduti governi di pentapartito e quadripartito. Esecutivi di centro-sinistra e centro-destra. Li vogliamo ricordare. Sono, cronologicamente, questi:

VI e VII governo Andreotti; governo Amato I; governo Ciampi; governo Berlusconi I; governo Dini; governo Prodi I I e II governo D’Alema; governo Amato II; II e III governo Berlusconi; governo Prodi II e l’attuale governo Berlusconi IV.

Nessuno di questi esecutivi ha avuto il coraggio e la capacità di apportare nel nostro ordinamento i correttivi richiestici. E ci viene il sospetto che tutto ciò sia riconducibile alla nostra consueta condotta  che tende a procrastinare le scelte, specie se impopolari e improduttive, quindi, in termini di consenso. A quella mentalità, non solo politica si badi bene, che è madre di condoni e sanatorie, di una tantum e leggi ad personam, ma anche di furbetti comuni e furbate quotidiane. A quell’atteggiamento, indolente e fatalista, di non fare oggi quel che potresti fare domani, con la speranza che domani non sia più necessario farlo.

Ma no, figuriamoci, a noi venti anni occorrono per ponderare e sviscerare al meglio ogni aspetto della questione. Perchè mai allora, Mrs. Reding, ci mette tutta questa fretta per metterci in regola?

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