Gli affari si fanno in due

di: Jaques M. Hotteterre

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Torniamo ancora sulla visita di  Gheddafi in Italia. I media, con titoli e lanci fotocopia (qua, qua e qua), hanno banalizzato le dichiarazioni ed i comportamenti del leader libico classificandoli come uno show. Silvio Belusconi – che in materia è un maestro internazionalmente riconosciuto – l’ha definito folklore. Noi non la pensiamo così. Gheddafi non è un attore, né un cantante, né un artista circense, né tantomeno un comico. Purtroppo. Gheddafi è il dittatore di una nazione che tutt’ora non ha sottoscritto la Convenzione del 1951 sui rifugiati.

Il governo libico è stato classificato dall’organizzazione non-governativa Freedom House come un regime di natura oppressiva, dove non esiste libertà di espressione e stampa, dove è in vigore la pena di morte e l’esercizio della tortura è diffusamente praticato. Il governo libico, inoltre, discrimina sistematicamente le minoranze Tuareg e Tebu nel sud del paese. Questo  per dire con chi intratteniamo rapporti politici ed economici. Si, perchè qualche organo di stampa – un esempio qua – ha provato ad inquadrare la visita nell’ottica delle relazioni economiche fra i due paesi. Relazioni regolate dal trattato Italia-Libia del 2008.

Siamo andati a leggerci il trattato ed abbiamo estratto alcuni aspetti non molto pubblicizzati.

Un primo punto prevede da parte italiana un impegno finanziario di cinque miliardi di dollari sotto forma di finanziamenti per opere pubbliche. Un impegno rateale da 250 milioni di dollari l’anno, per vent’anni. La copertura finanziaria necessaria ad ottemperare l’obbligo sottoscritto, è data da un’addizionale all’Ires (imposta sul reddito delle società) a carico delle società residenti in Italia che svolgono attività nel campo della ricerca e coltivazione degli idrocarburi, purchè esse abbiano una capitalizzazione superiore a 20 miliardi di euro. In pratica solo l’Eni  si trova in queste condizioni. Eni che, ovviamente, ricarica la tassazione aggiuntiva sui propri prodotti, luce, gas, carburante erogato dalla rete Agip, eccetera.

Un secondo aspetto è dato dal credito avanzato dalle aziende italiane nei confronti di enti e amministrazioni libiche. Nel trattato è stato quantificato in 620 milioni di euro (solo di conto capitale). Le parti quindi si impegnano a risolvere la questione nell’ambito del Comitato dei Crediti appositamente costituito. Una concreta prospettiva per sanare questo problema è stata data dalla possibilità di prelevare dall’ammontare  delle rate dovute alla Libia, di quanto dovuto agli imprenditori italiani. In sostanza lo stato italiano (il contribuente italiano) salderebbe il debito libico decurtandolo dai 5 miliardi.

Niente invece viene  disposto nel trattato a favore degli esuli italiani cacciati dalla Libia e i cui beni furono confiscati. Nel Processo Verbale del 1988 (che ha portato alla stipula del trattato) non c’è traccia di alcuna rivendicazione dell’Italia  che avrebbe, nella forma e quindi nella sostanza, rinunciato a far valere questo diritto. Per riparare a quella che sostanzialmente è una ingiustizia, la legge relativa all’autorizzazione alla ratifica e ordine di esecuzione del Trattato del 2008 contiene una disposizione che accorda un indennizzo ulteriore, 150 milioni di euro, rispetto a quello già decretato dalla Legge 1066/1971. Tutto, ovviamente, a carico dello stato italiano.

Questo è quanto. Nel frattempo la Grande Jamahiriya di Muammar Gheddafi ha acquisito il 7% di Unicredit. Chissà che ne pensano quelli della Lega Nord.

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