Giuseppe Verdi preso in ostaggio

 Posted by on 25 settembre 2010
Set 252010
 

Con le prime celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia del 1861, la guerra degli inni infuria. Non si combatte negli stadi attorno ai calciatori della Nazionale, ma non per questo è meno spettacolare. I combattenti appartengono alla classe politica, nessuno escluso, dai padri fondatori della nazione ai nipoti della Repubblica.

Nel mese di giugno, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è recato al castello di Santena, vicino Torino, per rendere omaggio al grande personaggio che vi è sepolto: il piemontese Camillo Benso, conte di Cavour (1810-1861), artefice dell’unità d’Italia. Se le cerimonie in suo onore hanno avuto inizio con l’inno nazionale, “Il canto degli italiani”, oggi ribattezzato con le sue prime parole “Fratelli d’Italia”, si sono concluse, malgrado il caldo e la stanchezza, con il celebre coro “Va pensiero” tratto dal Nabucco di Verdi.

Una settimana dopo, in occasione dell’inaugurazione di una scuola in Veneto, tocca a Verdi aprire le cerimonie ufficiali. Ma poiché i giovani alunni veneti di Franzolo di Vedelago sono, fino a prova contraria, cittadini italiani un pizzco di inno nazionale è doveroso… [eseguito] alla fine e di fronte ad un manipolo di coraggiosi, ma senza le autorità, che hanno già lasciato il luogo. Dopo tutto, e [detto] tra melomani, Verdi non è forse meglio del suo oscuro contemporaneo Michele Novaro, che nel 1847 musicò le parole del poeta e patriota Goffredo Mameli scelte un secolo più tardi, nel 1946, come inno nazionale italiano?

Forse, ma è un altro spartito quello che va in scena con il successo dirompente di Verdi nell’Italia della Lega Nord. In Veneto, così come in Piemonte, [regioni] governate dalla Lega da primavera, i rappresentanti al Consiglio regionale e i due potenti presidenti di regione non hanno alcun imbarazzo a snobbare in modo ostentato l’inno nazionale – persino in presenza del Presidente della Repubblica – e preferiscono lasciarsi trasportare sulle “ali dorate” del “Va pensiero” di Verdi. Il fatto è che il grande compositore ha appena compiuto, suo malgrado, una strana e sfortunata parabola politica. Si ricorderà che, a metà del XIX secolo, Verdi è stato il portavoce dei difensori dell’unità che sfidavano la censura austriaca sfruttando il suo cognome come acronimo per “Vittorio Emanuele Re DItalia”. Proclamare in pubblico “Viva Verdi!” voleva dire difendere l’unità sotto il vessillo dei Piemontesi. Centocinquant’anni più tardi, il patriota italiano Verdi è stato preso in ostaggio dagli uomini della Lega, che ne hanno fatto il loro musicista contro l’Unità d’Italia.

Quando è stato il momento di scegliere un inno adatto alle manifestazioni del suo partito, il leader della Lega ha fatto presto: ha scelto uno dei pezzi più noti del più celebre compositore, originario della piana del Po, la Padania, di cui la Lega sogna la tanto agognata indipendenza. Come Nana Mouskouri e Pierre Delanoë nel 1982, ha valutato l’impatto popolare facendo cadere la sua scelta sul canto dei prigionieri ebrei di Babilonia (“Va’, pensiero, sull’ali dorate”) che era già in lizza nel 1946.

Ma se la nostra cantante di varietà fece del “Va pensiero” un simpatico inno dagli accenti universali, “Canto con te, libertà”, il senatore Umberto Bossi aveva altre ambizioni, più aggressive. Nel 2009, [in un paesino nei pressi di] Brescia, Umberto Bossi, allora ministro delle riforme, dichiarò che Mameli doveva essere soppiantato da Verdi. E peggio per lui se parla di schiavi orientali! Inizialmente il canto deve essere eseguito nelle province “verdi”, verdi come le camicie dei militanti della Lega e le cravatte dei loro rappresentanti, fossero anche ministri della Repubblica. Certo, questo Verdi preparato in salsa verde non incontra il gusto di tutti all’interno della coalizione di governo, e questo anche prima del suo crollo mediatico delle ultime settimane.

I ministri provenienti dall’estrema destra di Gianfranco Fini digrignano i denti. Già in occasione della festa nazionale del 2 giugno, alcuni membri del governo hanno condannato l’assenza dei ministri “in cravatta verde” alle celebrazioni ufficiali.

Ma è in nome di un’altra unità nazionale, più aperta di quella degli eredi di Alleana Nazionale, che il presidente Giorgio Napolitano percorre il paese al suono di Fratelli d’Italia per dare inizio alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità. L’ex comunista passato alla socialdemocrazia è anche un intellettuale meridionale, che ha incentrato la sua tesi di Laurea sul diritto e all’economia del Sud all’indomani dell’unità.

E, da qualche mese, il Quirinale è diventato la fortezza delle celebrazioni del Risorgimento, quel vasto movimento di “risveglio nazionale” che portò all’unità d’Italia. All’inizio di maggio, nei pressi di Genova, Napolitano ha sottolineato l’importanza dell’anniversario della partenza di Garibaldi e delle sue leggendarie Camicie rosse. La settimana successiva si è invece recato in Sicilia, a Marsala, dove ha avuto luogo la commemorazione del loro sbarco avvenuto l’11 maggio 1860, ricordando il ruolo attivo [giocato dai] Siciliani.

Meno di un mese dopo si è recato a Torino, per rendere omaggio al liberalismo riformatore e statale del ministro e diplomatico Cavour, di cui quest’anno si celebra anche il bicentenario della nascita. Poiché il finanziamento governativo del Comitato nazionale delle commemorazioni è stato ridotto e poche iniziative pubbliche compaiono di conseguenza all’orizzonte del 2011, egli è venuto anche per assicurare il suo sostegno agli organizzatori della grande esposizione “Fare gli italiani” che dovrebbe aprire le porte a Torino, nel marzo 2011.

Realizzata a cura dei due universitari torinesi Walter Barberis e Giovanni De Luna, l’esposizione individuerà le grandi tappe economiche, sociali e culturali dell’integrazione nazionale senza nascondere gli ostacoli, le prove e i momenti durante i quali identità ha potuto significare esclusione.

Ci sbaglieremmo se considerassimo queste numerose prese di posizione solo come uno dei compiti consentiti e quasi secondari che rientrano tra le prerogative di un presidente della Repubblica. Come il suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, ma con un vigore ancora più grande dettato dalle circostanze e dalla posta in gioco, Giorgio Napolitano ha scelto di condurre una lotta intellettuale e politica di tale portata da non poter lasciare insensibili coloro che si intereressano all’Italia. Strano ritorno alla storia, che vuole che i più strenui e coraggiosi difensori dell’unità si annoverino ormai fra gli ex comunisti e gli ex democristiani, eredi di due culture a lungo critiche nei confronti delle manchevolezze dell’unità italiana.

La difficile preparazione delle celebrazioni attesta rapporti ambigui e asimmetrici in competizione tra loro fra tre tipi di interpretazione del passato: l’interpretazione dotta e professionale, l’interpretazione pubblica e quella politica. Le celebrazioni I festeggiamenti per l’ dell’unità sono l’occasione scientifica di riflettere una volta di più sull’”italianità”, di tentare di scrivere una storia equilibrata, di ricordare l’integrazione liberale così come la violenza sociale e politica.

In breve, come [è successo] in occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese, gli storici fanno il loro lavoro, cercando di evitare le classiche trappole: l’agiografia che ascriverebbe al codice genetico del paese una pacifica unità e, all’opposto, un revisionismo che farebbe dell’Italia il terreno libero peri una continua guerra civile. Ma chiaramente gli storici professionisti sono largamente ignorati. Banale, certo.

Più interessante [è] quello che i media vogliono conservare dell’unità: ad eccezione di alcuni interventi di esperti e di buoni divulgatori, quello che

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