La vera crisi è nello spirito

 Posted by on 15 Settembre 2010  Add comments
Set 152010
 

Il declino dell’Europa è un’idea vecchia di secoli. La differenza è che oggi viene affrontata solo dal punto di vista delle statistiche economiche, ed è proprio questo il segno più inquietante del declino“.

Siamo come i romani del tardo impero, arrivati all’ultimo capitolo della nostra gloriosa (e violenta) storia? Edonisti e cinici, incuranti delle leggi e di dio, incapaci di prendere qualcosa sul serio tranne noi stessi, non in grado di proiettarsi nel futuro, impigriti dalle comodità, superficiali e viziati, ci meritiamo di essere superati da altri popoli, più giovani, più ambiziosi, più forti?

L’analogia fra la situazione degli europei di oggi e quella dei romani della decadenza è attraente, ma dobbiamo diffidare del facile pathos e degli atteggiamenti reazionari. Per definire gli aspetti filosofici di questa situazione bisogna individuare tre spunti di riflessione.

1. Il mito del declino dell’Europa è vecchio quanto l’Europa stessa.

Omero è vissuto nell’ottavo secolo avanti Cristo, ma nelle sue epopee canta un’epoca ancora più antica. La guerra di Troia si colloca infatti intorno al 1200 a.C. Come la maggior parte dei suoi contemporanei, Omero parlava degli splendori passati della civiltà micenea (1600-1200 a.C.), rovesciata dagli invasori venuti dal nord, i dori.

I personaggi di Omero – Ulisse, Achille, Agamennone e gli altri – hanno qualità così nobili perché appartengono a un’umanità superiore. Di fatto Omero è il primo degli storici, e dopo di lui il mito del declino diventerà un motivo costante, un’ossessione culturale del vecchio continente.

Alla fine del Medioevo la nostalgia dell’Età dell’oro ritorna con Dante e Machiavelli, ma questa volta a essere rimpianta è la potenza dell’impero romano. Nei secoli dei Lumi anche Montesquieu si interessa alla decadenza romana, ma questa volta per criticare gli eccessi dell’autoritarismo di Cesare e, indirettamente, della monarchia.

Più vicini a noi, all’indomani della prima guerra mondiale, gli storici Oswald Spengler e Arnold J. Toynbee considerano l’occidente come un malato che si sta scavando da solo la propria fossa, e cercano la pulsione di morte che mina le fondamenta della nostra civiltà. Da Omero a Toynbee, tutti questi autori vantano una grandezza scomparsa e annunciano la catastrofe, ma al solo scopo di ritrovare le forze vive che permetteranno di dare nuova linfa alla storia.

2. Il mito del declino oggi si declina nel linguaggio astratto delle cifre e dell’economia.

Si tratta della grande novità contemporanea. Oggi non c’è uno scrittore geniale che ci tende lo specchio del nostro indebolimento, ma delle tabelle di aridi numeri sfornati dagli istituti di statistica, Eurostat o la Banca mondiale. E le cifre hanno una loro eloquenza tutta particolare, di fronte alla quale è difficile rimanere impassibili.

Con cinquecento milioni di abitanti, l’Unione europea (Ue) rappresenta attualmente solo il 7,3 per cento della popolazione mondiale. Il suo tasso di crescita demografico è il più basso del mondo (-0,05 per cento in Germania, 0,7 per cento in Italia nel 2008) e invecchia a vista d’occhio. Anche la crescita economica va riducendosi: 0,2 per cento in media dall’inizio dell’anno per i 27 paesi dell’Unione, – 4,2 per cento nel 2009 (la Cina ha una crescita di circa il 10 per cento, il Brasile dell’8 e l’India del 6,5). Nel 2008 il 17 per cento della popolazione europea viveva al di sotto della soglia di povertà, una percentuale che sale al 20 per cento fra i più giovani.

Non solo l’Ue non ha praticamente più di industrie sul suo territorio, ma i suoi pezzi più pregiati sono a poco a poco acquistati da investitori stranieri. Ma applicare alle nazioni una semplice lettura finanziaria e contabile significa non tener conto di altre dimensioni, come la qualità di vita, l’accesso all’istruzione e alle cure, l’esistenza di uno stato di diritto, di un sistema giudiziario non corrotto, di infrastrutture che facilitano i trasporti e così via.

Immaginiamo che le cose si svolgano come le aveva pensate Plotino, cioè che le anime scendano lentamente verso i corpi. Voi siete una di queste anime che deve nascere e durante il tragitto astrale verso l’incarnazione un angelo vi propone di scegliere se nascere in India, in Cina, in Brasile, in Indonesia o in Europa. Quale destinazione scegliereste? Qual è secondo voi il luogo in cui avreste più possibilità di vivere liberamente e in buona salute, in un clima  in cui non regna una violenza di stato o sociale? È molto probabile che abbiate scelto l’Europa.

3. La riduzione del mito del declino europeo a un problema economico è un segno di declino.

In questo caso sono le ultime pagine del Declino dell’occidente di Spengler (1918) ad attirare la nostra attenzione: “Il pensiero e l’azione economica sono un aspetto della vita, ogni vita economica è l’espressione di una vita psichica”. In altre parole, la prosperità o la crisi di un’economia non fanno che tradurre un certo stato della cultura dello spirito.

Un anno dopo, nel 1919, Paul Valéry è tornato su questo argomento con La Crise de l’esprit, il cui incipit è rimasto famoso: “Adesso sappiamo che le nostre civiltà sono mortali”. Meno note sono le motivazioni che giustificano questa frase. Giustificazioni che sono estremamente significative: “La crisi economica”, spiega Valéry di fronte allo spettacolo del vecchio continente distrutto dalla guerra, “è visibile in tutta la sua forza, ma la crisi intellettuale, più sottile, e che per sua natura prende le sembianze più ingannevoli (poiché si svolge spesso nel regno della dissimulazione), lascia difficilmente individuare il suo punto fondamentale, la sua fase”.

Attenzione a non confondere le forze e le quantità, avverte Valéry. La classificazione delle regioni della Terra secondo criteri statistici – popolazione, superficie, materie prime, redditi e così via – rischia di farci dimenticare che le civiltà che hanno realizzato un’importante opera storica – che sia l’Egitto antico, il secolo di Pericle o l’Europa dei Lumi – hanno potuto farlo solo perché erano creatrici, perché erano capaci di promuovere le arti e le scienze, perché vi era un’intensa vita spirituale.

Nel 1936 il filosofo tedesco Edmund Husserl ha scritto un testo che ha fatto epoca, La crisi delle scienze europee come espressione della crisi radicale della vita nell’umanità europea. Husserl afferma che la grandezza dell’Europa è frutto del ruolo importante che vi ha avuto la ragione. Il progetto dei greci, comprendere la totalità dei fenomeni del mondo, costituisce per Husserl il punto di avvio della nostra civiltà. È in nome della ragione che viene compiuto il balzo delle scienze nell’epoca moderna, che i Lumi riescono a sovvertire il giogo dell’Ancien Régime.

Ma “nella seconda metà del diciannovesimo secolo la visione globale del mondo, propria dell’uomo moderno, si è lasciata determinare e accecare dalle scienze positive e dalla prosperità che ci hanno dato”, osserva Husserl. Quando abbiamo separato le scienze dell’uomo e le scienze della natura abbiamo rotto l’unità del progetto greco. La filosofia, la psicologia, la sociologia, le scienze politiche sono state accostate alla soggettività, alla letteratura. La ragione ha potuto essere applicata solo alle scienze esatte e si esprime solo attraverso il linguaggio matematico. Ma la matematica non può rispondere alle nostre difficoltà né offrirci un destino. Riducendo la ragione a un calcolatore, l’umanità europea ha perso il suo progetto fondatore; in un certo senso si è autodissolta. “Semplici scienze dei fatti formano una semplice umanità di fatti”.

Arriviamo così alla nostra conclusione. Il fatto che oggi siamo in grado di descrivere il declino dell’Europa solo attraverso l’aiuto della statistiche è ancora più preoccupante del contenuto di queste statistiche, perché significa che lungo la strada abbiamo perso il nostro spirito.

art. orig: Philosophie Magazine Esprit eropéen, es-tu encore là? di Alexandre Lacroix – trad: Andrea De Ritis.

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