Blog in vacanza per Festa Nazionale.
E’ risaputo che la libertà d’informazione passa attraverso una pluralità di vedute cui venga concessa una concreta possibilità di esprimersi. Ne abbiamo avuto un esempio con la tanto discussa ed esecrata “legge bavaglio” che ha scatenato il (meritato) vespaio mediatico.
Di recente tuttavia a picconare questa pluralità di vedute hanno contribuito altri due sassi lanciati in una piccionaia ahinoi rimasta pressoché inerte. Ci riferiamo ai recenti danni subiti dalla piccola editoria indipendente, i cui prodotti spesso contribuiscono a immettere nel panorama culturale – così solerte a promuovere letture “usa e getta” – buoni elementi di riflessione. Il primo di questi sassi lo ha lanciato quatto quatto la scorsa primavera il decreto interministeriale che sopprime le tariffe agevolate per l’editoria (eccezion fatta per le onlus, la cui sorte è tuttavia ancora incerta). Questo significa che i piccoli editori – i quali non possono avvalersi di un sistema di distribuzione capillare ed esclusivo – sono costretti a mettere in conto un aumento non proprio irrisorio delle spese di spedizione, a danno loro, del lettore e dell’offerta in generale.
Il secondo sasso è una pasticciata “legge sul prezzo del libro” (il cui primo firmatario è, guarda caso, colui che già nel precedente governo vagheggiava di bavagli), che ufficialmente avrebbe lo scopo di contribuire allo sviluppo della lettura e della cultura libraria nel Paese, ma che di fatto allo stato attuale liberalizza le campagne promozionali del prodotto-libro a vantaggio dei grandi gruppi editoriali (con annesse catene) e a detrimento di piccoli editori e librai indipendenti (che non possono permettersi una perenne promozione), arrecando in ultima analisi un danno anche al lettore, che pur beneficiando di promozioni per undici mesi all’anno, correrà il rischio di veder minato l’accesso a una varietà culturale già sofferente. Spiega infatti una libraia indipendente: “Il problema ovviamente non è solo quello degli sconti, gli sconti illudono il lettore di potersi avvicinare ai libri — e in parte è così – ma il dramma è che i lettori in questo modo si avvicinano in realtà solo ai libri che decidono gli editori“.
L’appello alla modifica della proposta è consultabile qui. La proposta di legge verrà discussa in Senato il prossimo 21 settembre.
Autunno, tempo di riprendere la marcia un po’ rallentata dall’estate, tempo di nuovi inizi, tempo di rentrée. Non – come preferiremmo – la rentrée letteraria che come ogni anno per un breve periodo anima il mondo francofono, bensì quella decisamente deprecata e, lasciatecelo dire, assai di cattivo gusto, che sembra aver caratterizzato il settore della moda quest’anno.
Si sa che periodicamente la moda ci ripropone, reinventandoli nel bene e nel male, temi di stagioni e decenni passati: stile anni Sessanta, Settanta, Ottanta… Per quest’inverno, forse in un tentativo di esorcizzare una volta per tutta l’odiosa parola “crisi” o forse per le pressioni di qualche “addetto”, a tornare in voga sono le pellicce. Non, si badi bene, quelle ecologiche tanto care a Topolino. No, proprio le costose – in termini di vita – pellicce animali.
Ci rendiamo conto che le nostre Geremiadi sulla risibile motivazione di una scelta del genere (in parole povere, il vanto) possono rispecchiare qualcosa di detto e ripetuto. Lasciateci però puntare comunque il dito contro una pratica resa più barbara dalla futilità del suo scopo e dalla natura effimera dei criteri che soddisfa. L’allevamento e l’uccisione di esseri viventi per futili motivi è già di per sé un qualcosa di alienante; se poi consideriamo quanto dura una moda, cioè lo spazio di una stagione, possiamo renderci conto di che fine farà quella pelliccetta trendy che sfoggiavamo orgogliosi all’ora dello struscio. Per non parlare poi del compulsivo paradosso femminile, che ci vede visitare l’estetista puntuali come orologi svizzeri per farci rimuovere fino al più minuscolo pelo di ogni anfratto corporeo, per poi correre a ributtarceli addosso. C’è solo da augurarsi un inverno tropicale.
Benedetto XVI ha inaugurato la sua visita in Gran Bretagna tra le polemiche. Il cardinale tedesco Walter Kasper, che doveva far parte del seguito papale nel Regno Unito, è rimasto in Vaticano. La motivazione ufficiale dice che ciò è stato determinato da motivi di salute. In realtà motivi di opportunità “politica” hanno consigliato questo gesto. Kasper, infatti, a rilasciato al settimanele tedesco Focus una intervista nella quale ha testualmente affermato che:
«Quando si atterra a Heathrow si pensa di essere atterrati in un Paese del Terzo Mondo».
E nella stessa intervista il cardinale ha inoltre attaccato duramente il Regno Unito dove, secondo lui, regna «un ateismo nuovo e aggressivo»
Benedetto XVI poi, nel suo primo discorso ufficiale tenuto nel castello reale di Holyroodhouse a Edimburgo, con un richiamo alla lotta inglese contro il nazismo ha paragonato quet’ultimo all’ateismo. E a concluso affermando che:
[il Regno Unito, nda ] possa mantenere sempre il rispetto per quei valori tradizionali e per quelle espressioni culturali che forme più aggressive di secolarismo non stimano più, né tollerano più”, e che non si lasci dunque “oscurare il fondamento cristiano che sta alla base delle sue libertà”.
immagine: Steve Bell, The Guardian
Dobbiamo ad un discreto teologo una delle più interessanti riflessioni dell’estate italiana. Approfittando di una brevissima bonaccia sul fronte delle polemiche italiane, Vito Mancuso si è posto una seria domanda in una lettera aperta inviata al quotidiano “La Repubblica” il 21 agosto: poteva continuare a pubblicare “con la coscienza a posto” i suoi libri con la Mondadori, dal momento che questa, controllata da Mediaset a sua volta proprietà della famiglia Berluscon (Fininvest), si è vista concedere una riduzione fiscale di parecchie centinaia di milioni di euro? La sua risposta è no. Bisogna dire che questa presa di posizione, piuttosto rara, e questa denuncia di un ennesimo conflitto d’interessi non ha fatto cadere nessuno dalla sdraio. Gli scrittori e gli intellettuali sollecitati dalla stampa a reagire, non si sono accapigliati per esprimere la loro solidarietà ad un uomo che ormai rifiuta che il suo lavoro possa, in qualche modo, arricchire Berlusconi.. In compenso non sono mancate nè riservé né sarcasmi. Perché una presa di coscienza così tardiva? Gli è stato rimproverato, sospettando che si tratti di una campagna pubblicitaria. Perché tanta ingenuità? hanno detto altri, che considerano questa battaglia individuale come persa in partenza.
Dal 1994, data dell’aquisizione della Mondadori e della storica casa torinese Einaudi da parte della Fininvest (grazie ad un giudice che si è accertato in seguito essere corrotto), tutti sanno chi è il proprietario di queste aziende. Ciò non significa però che gli autori pubblicati dalle case editrici del presidente del Consiglio non abbiano opinioni personali. Roberto Saviano, autore del best-seller Gomorra, si è interrogato sulla propria fedeltà alla Mondadori, quando in primavera, Berlusconi aveva accusato gli scrittori che si occupano di mafia di “rovinare l’immagine del Paese”. Rassicurato da una lettera della presidente della Mondadori, Marina Berlusconi, la figlia del “Cavaliere”, Saviano ha messo da parte i suoi dubbi.
Fino ad oggi, quattro autori di case editrici controllate da Mediaset – tra cui il Premio Nobel per la letteratura nel 1998 José Saramago (scomparso in giugno) – si sono visti rifiutare [la pubblicazione di] un libro a causa del contenuto troppo offensivo nei confronti dell’azionista di maggioranza. Cioè: gli scrittori pubblicati da Mondadori o Einaudi avrebbero abbandonato ogni capacità di indignazione, preferendo scendere a patti con il nemico per assicurarsi delle cospicue vendite.
In realtà si trattava piuttosto di stanchezza. Stanchezza nei confronti di un dibattito continuamente rilanciato fin dalla prima apparizione al potere di Silvio Berlusconi. Stanchezza all’idea di affrontare questo problema ricorrente: si può boicottare Berlusconi, vivere senza Berlusconi? Occorre dire che l’impresa non è facile. Se è facile denunciare l’onnipresenza del suo impero nell’economia italiana, è più difficile sottrarsene.
Prendiamo il caso di un anti-Berlusconi puro e duro che, per niente al mondo vorrebbe contribuire al suo arricchimento. Chiamiamolo Signor Rossi. Per la televisione, è abbastanza semplice, il Signor Rossi dovrà evitare i tre canali del “Cavaliere” (Canale Cinque, Italia Uno e Rete Quattro). Il sacrificio non è enorme considerata la mediocrità dei programmi. Tuttavia dovrà usare con parsimonia le emittenti statali: la maggior parte dei suoi dirigenti è stata nominata dal capo del governo.
Al cinema il Signor Rossi non andrà a vedere i film prodotti da Mediaset o distribuiti da Medusa. Per la stampa, eviterà “Il Giornale”, diretto [in realtà proprietario, N.d.R.] dal fratello di Silvio Berlusconi. Il Signor Rossi farà a meno del settimanale Panorama, così come di una quarantina di riviste. In seguito la cosa si complica. Al Signor Rossi servirà l’attenzione minuziosa di un vegetariano che dà la caccia ai grassi animali. La Fininvest infatti possiede partecipazioni in due società italiane, Unicredit e Generali, che sono tra i più grandi investitori italiani. A cascata, queste partecipazioni collocano la Fininvest nel cuore dell’economia e dell’industria del Paese. Qualche esempio: se il Signor Rossi deve cambiare i pneumatici della sua auto o il proprio materasso, dovrà escludere la Pirelli. Per un conto bancario eviterà [il gruppo] Intesa San Paolo, di fatto la più grande banca al dettaglio italiana. Se prende l’autostrada, eviterà la tratta Milano Torino. Da amante del calcio, rinuncerà alle partite del Milan, di cui Berlusconi è proprietario e presidente.
Si capisce così che la vita senza Berlusconi non è cosa facile in Italia. Vito Mancuso, è ben deciso a percorrere tale strada. Venerdì 3 settembre, in un nuovo articolo indirizzato alla Repubblica, ha rilanciato la sua sfida all’impero chiedendo agli scrittori della Mondadori e di Einaudi di “liberarsi da questo conflitto d’interessi di cui sono tutti prigionieri”.
Però aggiunge: «So bene che non tutti possono permettersi questa battaglia. Esprimere pubblicamente il proprio disaccordo è un privilegio piuttosto raro. Il vecchio motto – “Primum vivere deinde philosophari” (prima vivere e poi fare filosofia) – vale per tutti e non invito nessuno a fare l’eroe». Il Signor Rossi ne sa qualcosa.
fonte: “Comment vivre sans Berlusconi? ” Philippe Ridet, Le Monde – trad.: Italia dall’Estero
“Il declino dell’Europa è un’idea vecchia di secoli. La differenza è che oggi viene affrontata solo dal punto di vista delle statistiche economiche, ed è proprio questo il segno più inquietante del declino“.
Siamo come i romani del tardo impero, arrivati all’ultimo capitolo della nostra gloriosa (e violenta) storia? Edonisti e cinici, incuranti delle leggi e di dio, incapaci di prendere qualcosa sul serio tranne noi stessi, non in grado di proiettarsi nel futuro, impigriti dalle comodità, superficiali e viziati, ci meritiamo di essere superati da altri popoli, più giovani, più ambiziosi, più forti?
L’analogia fra la situazione degli europei di oggi e quella dei romani della decadenza è attraente, ma dobbiamo diffidare del facile pathos e degli atteggiamenti reazionari. Per definire gli aspetti filosofici di questa situazione bisogna individuare tre spunti di riflessione.
1. Il mito del declino dell’Europa è vecchio quanto l’Europa stessa.
Omero è vissuto nell’ottavo secolo avanti Cristo, ma nelle sue epopee canta un’epoca ancora più antica. La guerra di Troia si colloca infatti intorno al 1200 a.C. Come la maggior parte dei suoi contemporanei, Omero parlava degli splendori passati della civiltà micenea (1600-1200 a.C.), rovesciata dagli invasori venuti dal nord, i dori.
I personaggi di Omero – Ulisse, Achille, Agamennone e gli altri – hanno qualità così nobili perché appartengono a un’umanità superiore. Di fatto Omero è il primo degli storici, e dopo di lui il mito del declino diventerà un motivo costante, un’ossessione culturale del vecchio continente.
Alla fine del Medioevo la nostalgia dell’Età dell’oro ritorna con Dante e Machiavelli, ma questa volta a essere rimpianta è la potenza dell’impero romano. Nei secoli dei Lumi anche Montesquieu si interessa alla decadenza romana, ma questa volta per criticare gli eccessi dell’autoritarismo di Cesare e, indirettamente, della monarchia.
Più vicini a noi, all’indomani della prima guerra mondiale, gli storici Oswald Spengler e Arnold J. Toynbee considerano l’occidente come un malato che si sta scavando da solo la propria fossa, e cercano la pulsione di morte che mina le fondamenta della nostra civiltà. Da Omero a Toynbee, tutti questi autori vantano una grandezza scomparsa e annunciano la catastrofe, ma al solo scopo di ritrovare le forze vive che permetteranno di dare nuova linfa alla storia.
2. Il mito del declino oggi si declina nel linguaggio astratto delle cifre e dell’economia.
Si tratta della grande novità contemporanea. Oggi non c’è uno scrittore geniale che ci tende lo specchio del nostro indebolimento, ma delle tabelle di aridi numeri sfornati dagli istituti di statistica, Eurostat o la Banca mondiale. E le cifre hanno una loro eloquenza tutta particolare, di fronte alla quale è difficile rimanere impassibili.
Con cinquecento milioni di abitanti, l’Unione europea (Ue) rappresenta attualmente solo il 7,3 per cento della popolazione mondiale. Il suo tasso di crescita demografico è il più basso del mondo (-0,05 per cento in Germania, 0,7 per cento in Italia nel 2008) e invecchia a vista d’occhio. Anche la crescita economica va riducendosi: 0,2 per cento in media dall’inizio dell’anno per i 27 paesi dell’Unione, – 4,2 per cento nel 2009 (la Cina ha una crescita di circa il 10 per cento, il Brasile dell’8 e l’India del 6,5). Nel 2008 il 17 per cento della popolazione europea viveva al di sotto della soglia di povertà, una percentuale che sale al 20 per cento fra i più giovani.
Non solo l’Ue non ha praticamente più di industrie sul suo territorio, ma i suoi pezzi più pregiati sono a poco a poco acquistati da investitori stranieri. Ma applicare alle nazioni una semplice lettura finanziaria e contabile significa non tener conto di altre dimensioni, come la qualità di vita, l’accesso all’istruzione e alle cure, l’esistenza di uno stato di diritto, di un sistema giudiziario non corrotto, di infrastrutture che facilitano i trasporti e così via.
Immaginiamo che le cose si svolgano come le aveva pensate Plotino, cioè che le anime scendano lentamente verso i corpi. Voi siete una di queste anime che deve nascere e durante il tragitto astrale verso l’incarnazione un angelo vi propone di scegliere se nascere in India, in Cina, in Brasile, in Indonesia o in Europa. Quale destinazione scegliereste? Qual è secondo voi il luogo in cui avreste più possibilità di vivere liberamente e in buona salute, in un clima in cui non regna una violenza di stato o sociale? È molto probabile che abbiate scelto l’Europa.
3. La riduzione del mito del declino europeo a un problema economico è un segno di declino.
In questo caso sono le ultime pagine del Declino dell’occidente di Spengler (1918) ad attirare la nostra attenzione: “Il pensiero e l’azione economica sono un aspetto della vita, ogni vita economica è l’espressione di una vita psichica”. In altre parole, la prosperità o la crisi di un’economia non fanno che tradurre un certo stato della cultura dello spirito.
Un anno dopo, nel 1919, Paul Valéry è tornato su questo argomento con La Crise de l’esprit, il cui incipit è rimasto famoso: “Adesso sappiamo che le nostre civiltà sono mortali”. Meno note sono le motivazioni che giustificano questa frase. Giustificazioni che sono estremamente significative: “La crisi economica”, spiega Valéry di fronte allo spettacolo del vecchio continente distrutto dalla guerra, “è visibile in tutta la sua forza, ma la crisi intellettuale, più sottile, e che per sua natura prende le sembianze più ingannevoli (poiché si svolge spesso nel regno della dissimulazione), lascia difficilmente individuare il suo punto fondamentale, la sua fase”.
Attenzione a non confondere le forze e le quantità, avverte Valéry. La classificazione delle regioni della Terra secondo criteri statistici – popolazione, superficie, materie prime, redditi e così via – rischia di farci dimenticare che le civiltà che hanno realizzato un’importante opera storica – che sia l’Egitto antico, il secolo di Pericle o l’Europa dei Lumi – hanno potuto farlo solo perché erano creatrici, perché erano capaci di promuovere le arti e le scienze, perché vi era un’intensa vita spirituale.
Nel 1936 il filosofo tedesco Edmund Husserl ha scritto un testo che ha fatto epoca, La crisi delle scienze europee come espressione della crisi radicale della vita nell’umanità europea. Husserl afferma che la grandezza dell’Europa è frutto del ruolo importante che vi ha avuto la ragione. Il progetto dei greci, comprendere la totalità dei fenomeni del mondo, costituisce per Husserl il punto di avvio della nostra civiltà. È in nome della ragione che viene compiuto il balzo delle scienze nell’epoca moderna, che i Lumi riescono a sovvertire il giogo dell’Ancien Régime.
Ma “nella seconda metà del diciannovesimo secolo la visione globale del mondo, propria dell’uomo moderno, si è lasciata determinare e accecare dalle scienze positive e dalla prosperità che ci hanno dato”, osserva Husserl. Quando abbiamo separato le scienze dell’uomo e le scienze della natura abbiamo rotto l’unità del progetto greco. La filosofia, la psicologia, la sociologia, le scienze politiche sono state accostate alla soggettività, alla letteratura. La ragione ha potuto essere applicata solo alle scienze esatte e si esprime solo attraverso il linguaggio matematico. Ma la matematica non può rispondere alle nostre difficoltà né offrirci un destino. Riducendo la ragione a un calcolatore, l’umanità europea ha perso il suo progetto fondatore; in un certo senso si è autodissolta. “Semplici scienze dei fatti formano una semplice umanità di fatti”.
Arriviamo così alla nostra conclusione. Il fatto che oggi siamo in grado di descrivere il declino dell’Europa solo attraverso l’aiuto della statistiche è ancora più preoccupante del contenuto di queste statistiche, perché significa che lungo la strada abbiamo perso il nostro spirito.
art. orig: Philosophie Magazine “Esprit eropéen, es-tu encore là? di Alexandre Lacroix – trad: Andrea De Ritis.
Recentemente abbiamo pubblicato l’elenco dei cinquantadue eurodeputati italiani che hanno votato a favore della nuova direttiva europea in tema di vivisezione. Uno di questi, Pino Arlacchi (ALDE, i democratici e liberali europei), ha scritto una lettera di risposta alle numerose e-mail di protesta ricevute. Lettera nella quale spiega i motivi del suo voto favorevole di cui, pare, sia adesso pentito.
Un brano di quella lettera ci sembra inquietante. Arlacchi scrive:
E dico subito che ho un pò sottovalutato il tema, affidandomi alla valutazione del mio gruppo (ALDE, i democratici e liberali europei), senza approfondire l’ argomento con una indagine personale.
Vediamo se abbiamo capito bene: questi signori se ne vanno a Strasburgo, ricevono indicazioni su come votare su un provvedimento di cui sanno poco o niente, eseguono diligentemente il compitino e se ne ritornano in Italia. Il dovere di europarlamentare – remunerato profumatamente – è così espletato e la coscienza è salva.
Diamo atto a Pino Arlacchi – che conosciamo per persona seria e competente in tema di lotta alla criminalità organizzata – di aver detto perlomeno le cose come stanno. L’indecente silenzio degli altri cinquantuno eurodeputati ci assorda.
Ministro Carfagna, visto che si è fatta promotrice di un DDL contro la prostituzione da lei definita “allarme sociale”, qual’è la sua opinione in merito?

Benedetto XVI visiterà Palermo il prossimo 3 ottobre. La spesa prevista è di 2,5 milioni di euro: i fondi saranno stanziati quasi tutti dalla Regione, anche se gli organizzatori sperano che all’ultimo momento la visita sia classificata come “Grande evento” dalla Protezione Civile, in modo da spostare i costi sulla contabilità statale.
L’arcivescovo di Palermo, mons. Paolo Romeo, ha giustificato la spesa come “accorgimenti necessari” per non correre il rischio di “trasformare Palermo in una nuova Duisburg”, e ha polemicamente respinto le critiche sull’entità dei costi domandando “perché nessuno si chiede quanto costa alla cittadinanza la cena di un magistrato con gli uomini di scorta o quella di un politico? O ancora un concerto in pompa magna come quello di Morricone?”
Le polemiche per la visita sono anche legate al blocco della circolazione che in alcune strade durerà ben quattro giorni e per i probabili danni, irreversibili per gli agronomi, che subirà il prato del Foro Italico.
Tutto ciò mentre nel Regno Unito continua a crescere la protesta per i costi – lievitati a circa 20 milioni di sterline (di cui solo 1,5 legati alla sicurezza ) – sostenuti dal governo britannico per la visita di Benedetto XVI il prossimo 16 settembre.
fonte: Uaar, Mail Online