Ott 272010
 

Non è il consiglio che ci si aspetterebbe dal direttore di una importante università. In una lettera aperta al figlio, pubblicata lo scorso novembre, Pier Luigi Celli, direttore generale dell’Università LUISS di Roma, ha scritto: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio (…). Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati.”

La lettera, pubblicata sul quotidiano La Repubblica, ha causato molta preoccupazione su scala nazionale. Per molti, Celli ha alimentato la crescente consapevolezza della generazione del figlio nel credere che le migliori speranze di successo siano all’estero. I commentatori ritengono che la fuga dei cervelli in Italia si stia accelerando e che il paese stia perdendo la sua risorsa più preziosa. E con riforme impossibili da realizzare per via dei radicati interessi e della politica alla deriva – una frattura nella coalizione di governo avvenuta questa estate sembra aver minacciato il governo di Silvio Berlusconi ancora una volta – molti cominciano a chiedersi se la tendenza possa essere invertita. “Constatiamo un flusso verso l’esterno e quasi niente verso l’interno”, dichiara Sergio Nava, ospite del programma radiofonico Giovani Talenti e autore del libro e blog “La fuga dei Talenti”, che parla dell’esodo.

Le motivazioni alla base di questa fuga non sono cambiate significativamente dall’ultima ondata migratoria che spingeva la gente a spostarsi in cerca di fortuna un secolo fa. Ma questa volta non si tratta di operai o contadini che si ammassavano nelle navi dirette a New York. L’Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti a causa di un decennio di stagnazione economica, un mercato del lavoro immobile e un radicato sistema di clientelismo e nepotismo. Per molti tra i più talentuosi e preparati, la terra delle opportunità è ovunque, ma non in patria.

Prendiamo il caso di Luca Vigliero, un architetto di 31 anni. Dopo essersi laureato presso l’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in patria, si trasferisce all’estero. Lavora per un anno al Rem Koolhaas’ Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam e nel 2007 accetta un lavoro a Dubai. In Italia, il suo curriculum non aveva suscitato alcun interesse. Alla Dubai’s X Architects ha ottenuto rapidamente la promozione. Adesso coordina un team di sette persone. “Sto lavorando a progetti per musei, ville, centri culturali e piani regolatori,” dichiara. “Ho una carriera”. La fuga dall’Italia ha anche consentito a Vigliero di accelerare i progetti di vita. Lui e la moglie hanno avuto un figlio a settembre. Se fossero rimasti in Italia, afferma, non avrebbero potuto permettersi dei figli così presto. “Tutti i miei amici in Italia non sono sposati, hanno lavori sottopagati, vivono con i loro [genitori],” sottolinea. “Qui abbiamo un futuro. Ogni anno succede qualcosa: nuovi piani, nuovi progetti. In Italia, non c’è movimento. Tutto è assolutamente fermo”.

L’Italia non registra il numero dei molti giovani professionisti che stanno cercando fortuna all’estero. Ma ci sono numerose prove che fanno pensare che la cifra stia aumentando. Il numero di italiani tra i 25 e i 39 con una laurea che si stanno registrando all’AIRE come residenti all’estero aumenta ogni anno, passando da 2.540 nel 1999 a circa 4.000 nel 2008. Il Censis stima che 11.700 laureati hanno trovato lavoro all’estero nel 2006 – ovvero uno ogni 25 italiani laureati in quell’anno. Secondo un sondaggio di Bachelor, un’agenzia milanese di ricerca del personale, il 33,6% dei neolaureati sentono il bisogno di lasciare il paese per far fruttare la il proprio titolo di studio. L’anno successivo a è il 61,5% a pensare che avrebbe dovuto farlo.

Non è difficile capirne i motivi. I problemi economici dell’Italia sono ricaduti pesantemente sulle spalle delle giovani generazioni. Secondo i dati pubblicati a maggio dall’Istat, il 30% degli italiani tra i 30 e i 34 vive ancora con i genitori, una percentuale che si è triplicata rispetto al 1983. Un giovane su 5 di età compresa tra i 15 e i 29 ha praticamente abbandonato tutto: non studia, non si specializza, non lavora. “Stiamo relegando un’intera generazione in un buco nero”, spiega Celli.

Offerte di lavoro per (vecchi) ragazzi

Gli italiani senza formazione universitaria lavorano spesso in nero, facendo ogni sorta di lavori, ma i laureati, o più in generale quelli con maggiori aspirazioni, incontrano maggiori difficoltà a trovare un lavoro coerente con gli studi effettuati. Il tasso di disoccupazione dei laureati italiani tra i 25 e i 29 è del 14%, più del doppio rispetto al resto dell’Europa e molto superiore a quello dei coetanei meno istruiti.

Gli italiani usano un termine per descrivere questo problema: gerontocrazia, o predomino degli anziani. Gran parte dell’economia è volta alla cura dei più anziani. Mentre il paese spende relativamente poco per alloggi, disoccupazione e cura dei figli, spese sulle quali i giovani contano per lanciare la propria carriera, ha mantenuto alcune delle pensioni più elevate in Europa, in parte ricorrendo pesantemente ai prestiti. Questo squilibrio si estende al settore privato, dove corporazioni nazionali e una radicata cultura dei senior hanno portato i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.

L’Italia ha sempre sofferto di un sistema gerarchico, con i giovani che devono sottostare all’autorità dei più anziani fino a quando non arriva il momento di prenderne le redini. “Non sei considerato esperto in base al curriculum vitae, alle abilità o alle capacità, ma solo in base all’età,” spiega Federico Soldani, 37 anni, un epidemiologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e ora lavora a Washington, DC, per la Food and Drug Administration. “Quando sei sotto i 40, sei considerato giovane”.

Il sistema ha funzionato, in una certa misura, fino a quando l’economia era in crescita. La pazienza ha ripagato chi era in lista d’attesa quando si sono aperte nuove posizioni lavorative. Ma con la crisi diffusa, il mercato del lavoro si è bloccato. “La coda non avanza più”, afferma Soldani. L’accesso ad alcune professioni, come la posizione lucrativa di notaio, è così limitata che il lavoro è diventato quasi di natura ereditaria. In un paese in cui il successo si costruisce sulle relazioni e sull’anzianità, solo gli amici e i figli dell’elite hanno la possibilità di far carriera.

Per gli altri, il lavoro scarseggia, sono sottopagati e privati di qualsiasi responsabilità. Filippo Scognamiglio, 29 anni, segretario di NOVA, Associazione Italiana MBA, confrontando la retribuzione netta per la stessa posizione nella stessa multinazionale negli Stati Uniti e in Italia, rivela che un italiano con un MBA che sceglie di rimanere in patria guadagna solo il 58% rispetto a quanto guadagnerebbe all’estero. “È più semplice avere successo negli Stati Uniti se hai talento e voglia di fare rispetto a quanto lo sia nel mio paese,” dichiara. Pertanto, Scognamiglio, che si è laureato presso la Columbia Business School quest’anno, ha scelto di saldare i conti con la società italiana che aveva sponsorizzato la sua laurea, per accettare un lavoro negli Stati Uniti “Sono 70.000 euro spesi per la prospettiva di una carriera all’estero”, sottolinea.

Ma non è solo un salario migliore ad attirare i giovani emigranti italiani. È anche l’occasione per fuggire da posti di lavoro noiosi con mansioni ripetitive, dove le opportunità di far carriera sono inesistenti. “Se sei giovane in Italia, rappresenti un problema, mentre in altri paesi sei visto come una risorsa”, afferma Simone Bartolini, 29 anni, copywriter che lavora a Sydney. Simone ha lasciato Roma nel 2007 quando, a seguito di un cambiamento direzionale nell’agenzia di pubblicità dove lavorava, il nuovo capo gli disse: “Ti metteremo i bastoni tra le ruote.” Fu di parola. “Ogni idea veniva respinta”, racconta Bartolini. “Era tutto un no. Appena ho commesso un errore, sono stato preso di mira”. Rispetto all’Australia, dove Bartolini ha avviato una carriera di successo, in Italia non sapeva che farsene del suo talento. “Hanno bisogno di gente che esegue”, spiega Bartolini. “Non hanno bisogno di gente che pensa”.

Vecchi problemi, vecchie soluzioni

I giovani italiani sanno fare meglio che rivolgersi allo stato per risolvere i loro problemi: la politica del paese è più che mai stagnante. Un lungo avvicendarsi di coalizioni di governo troppo occupate a litigare tra di loro per prendere il controllo di interessi radicati. Il regime attuale è un caso emblematico. Il Presidente del Consiglio Berlusconi è salito al potere nel 2008 dopo che il precedente governo di centro-sinistra ha cercato di avviare una serie di riforme che sarebbero passate senza obiezioni in qualsiasi altro paese: liberalizzazione delle licenze per i tassisti, vendita di farmaci senza prescrizione nei supermercati, concessioni a società private per operare nel trasporto pubblico. Le riforme si sono sgretolate di fronte a una serie di scioperi, portando il governo sulla strada del fallimento un anno e mezzo dopo la sua formazione.

Ora anche il governo Berlusconi sta affrontando una crisi, una lotta di potere tra il Presidente del Consiglio e l’ex alleato Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati. Fini, che è a capo di gruppo di parlamentari secessionisti, si è scontrato con Berlusconi su una serie di riforme. Per ora, i due uomini sembrano aver messo da parte le loro divergenze. Fini ha sostenuto il governo in un voto di fiducia il mese scorso, ma le tensioni tra i due si stanno di nuovo inasprendo sulle modifiche proposte al sistema giudiziario in materia penale che farebbero cadere i capi d’accusa contro Berlusconi nei processi per frode fiscale e corruzione. Nel frattempo, gli italiani sono bloccati con un governo che potrebbe crollare da un momento all’altro e con dei leader che cercano di posizionarsi per guadagnare posizioni in vista delle prossime elezioni.

La cultura politica in Italia è sclerotica. Non è riuscita a produrre giovani leader riformisti come Barack Obama, David Cameron e Nicolas Sarkozy. Berlusconi ha 74 anni e sta ricoprendo il suo terzo mandato come Presidente del Consiglio. Il panorama degli attori politici del paese è lo stesso dai primi anni ‘90, quando una serie di scandali di corruzione e mafia hanno sconvolto la scena elettorale. Non sorprende quindi che i giovani italiani non ne vogliano fare parte.

Impossibile tornare in patria

L’esodo italiano non sarebbe così dannoso se si potesse convincere quelli che sono partiti a tornare con l’esperienza maturata all’estero. Così, dopo anni passati a ignorare il problema, il governo ha iniziato a provarci. “È come il judo: si trasforma un rischio in un punto di forza”, dichiara Guglielmo Vaccaro, un parlamentare che ha promosso un disegno di legge che offrirebbe agevolazioni fiscali agli italiani che tornano in Italia dopo aver trascorso almeno due anni all’estero. Vaccaro ha stimato che lo Stato spende ben oltre i € 90.000 per l’istruzione universitaria a di un giovane, soldi che potrebbero essere recuperati se si potesse convincere i cittadini a investire le proprie competenze in patria.

Il problema non è tanto che il giovane italiano voglia stare lontano dal proprio paese. Gli italiani sono notoriamente attaccati alla propria patria. La maggior parte delle persone intervistate hanno dichiarato che amerebbero molto tornare in patria. “Il tuo DNA, tutto te stesso, tutto ciò che respiri e mangi è molto legato alla città dove sei nato”, afferma Giovanni Chirichella, 34 anni, originario di Milano che lavora come manager nel dipartimento di risorse umane presso la GE Energy di Houston. “Molti italiani, in tutto il mondo, sentono la nostalgia dell’Italia per tutta la vita”.

Ma se i giovani emigranti se ne vanno con l’intenzione di tornare con qualche anno di esperienza estera da mettere sul curriculum, spesso trovano il rientro più difficile di quanto potessero immaginare. Nell’ultimo anno, Elena Ianni, 32 anni, marketing manager presso la Royal Bank of Scotland a Londra, ha inviato il curriculum alle 100 principali aziende e agenzie di reclutamento in Italia. Ha trascorso la pausa pasquale a bussare a centinaia di porte a Milano. Ogni sera, quando torna a casa dal lavoro, controlla gli annunci di lavoro online. A Londra, dove riceve telefonate spontanee da parte di selezionatori specializzati [detti anche cacciatori di teste, dall’inglese headhunters, N.d.T.], Ianni ha rifiutato due offerte di lavoro durante lo stesso periodo. Ma l’Italia non sembra volerla. “Mi hanno detto queste esatte parole,” racconta. “Sei una donna giovane e non sarai presa sul serio qui”.

Così il paese è intrappolato in un circolo vizioso. L’economia continuerà a rallentare fintanto che l’innovazione sarà soffocata dall’esclusione dei giovani. Nel frattempo, ogni giovane che se ne va è una voce in meno che invoca le riforme. Silvia Sartori, 31 anni, ha cercato di rientrare a Treviso, dopo aver lavorato in Asia per quattro anni. Dopo un anno di inutili ricerche, è tornata in Cina, dove gestisce un fondo di € 3 milioni della Commissione europea per le costruzioni verdi. “È qualcosa che in Italia potevo ottenere solo se avessi avuto 45 anni e fossi stata la figlia, la cugina o l’amante di qualcuno”, dichiara. “Ho dato all’Italia una seconda chance”, dichiara. “Se l’è bruciata”.

L’Italia può, però, non avere molte altre possibilità di preservare le sue risorse più preziose.

fonte: Time “Arrivederci Italia: Why Young Italians Are Leaving” by Stephan Faris – trad.: Italia dall’Esteroimmagine: Arnald

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