Non voglio più vivere qui

 Posted by on 4 Ottobre 2010  Add comments
Ott 042010
 

Rita Clementi, 47 anni, è una genetista con numerose pubblicazioni in varie riviste scientifiche internazionali. Malgrado questo, non riesce ad affermarsi in Italia e confessa che, “pensando anche ai miei tre figli” ha deciso di lasciare il suo paese per emigrare a Boston, dove può dedicarsi interamente alla ricerca con una lauta retribuzione. Prima di partire, Rita ha inviato una lettera d’addio al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella quale descrive in tono indignato l’ambiente universitario italiano, un ambiente dominato da nepotismo e legami d’interesse.

Il caso di Rita è l’immagine del declino della ricerca scientifica in Italia, dove i “baroni”(come vengono comunemente chiamati i professori di cattedra) per anni hanno favorito la formazione di una élite chiusa, ermetica, somigliante più ad un clan familiare che ad un ambiente accademico.

La fuga dei cervelli comincia ad assumere proporzioni sempre maggiori. Secondo le statistiche, infatti, solo negli ultimi 5 anni l’emigrazione verso Stati Uniti, Canada e Australia è stata di ben 15000 persone, tutte con un’istruzione universitaria. Il presidente Napolitano ha usato la lettera di Rita come un appello ai giovani “a non arrendersi e a non partire per l’estero”. Le radici di questo problema vanno molto a fondo e purtroppo l’appello del presidente non può da solo risolvere la situazione.

Nel paese, la disoccupazione giovanile cresce con impetuosità e ad oggi ha raggiunto la media del 27%. Ma anche chi possiede un titolo universitario non ha garanzia di un futuro migliore. Di esempi ce ne sono molti. Valeria Morselli, 25 anni, ha studiato greco e latino e, grazie al programma europeo Erasmus che le ha permesso dei soggiorni di studio all’estero, parla perfettamente inglese, francese e tedesco. La conoscenza di lingue straniere in Italia è un grande vantaggio, ma nonostante questo Valeria ha cercato lavoro per molto tempo senza successo. Alla fine, ha trovato un posto come receptionist in un hotel e, come dice lei stessa, “non ho studiato tanto solo per finire a fare questo lavoro”. Ha contattato quindi alcune università all’estero e con sua sorpresa ha ricevuto risposte immediate, una perfino “dove mi offrivano un contratto di lavoro in Canada, già pronto”, racconta Valeria. A breve Valeria partirà per Winnipeg con il suo ragazzo, che ha studiato diritto internazionale ed anche lui con misere possibilità di lavoro in Italia. Valeria ormai non conta di tornare più in Italia, perché “voglio avere una famiglia anche io”, dice.

Sabina ha studiato medicina e quando il suo professore le offrì la possibilità di lavorare con lui all’ospedale romano San Camillo, con la promessa di una carriera da ricercatrice, lei ha accettato con entusiasmo. Con il sogno di un futuro e di una carriera, Sabina ha lavorato per molto tempo gratis, lasciando che il suo professore firmasse gli articoli scientifici scritti da lei. Per tre anni è andata avanti così, fino a che non è riuscita a ottenere una borsa di studio di 1200 euro mensili che a Roma sono “poco per vivere, troppo per morire” [in italiano nel testo, NdT]. Un giorno, a una conferenza a Newcastle, la sua preparazione e competenza fecero colpo su molti a tal punto che all’università le offrirono subito uno stipendio che era “tre volte tanto di quanto mi avrebbero magari un giorno offerto a Roma”. E così è rimasta in Inghilterra, dove anche se piove incessantemente, “faccio un lavoro qualificato e ottengo riconoscimenti” come afferma lei stessa.

Quando ha scritto al suo vecchio professore a Roma, chiedendo se fosse il caso di tornare a Roma e che prospettive avrebbe avuto, le è giunta come risposta un’offerta di un contratto di un anno con uno stipendio di 1500 euro. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “In Italia non torno più”: dice Sabina.

Le frustrazioni dovute all’impossibilità di affermarsi e fare carriera non riguardano solo giovani laureati. Un gruppo di cinque giovani di Lodi, poco a sud di Milano, dopo varie esperienze lavorative senza speranza in vari istituti di credito locali, decisero di partire per la Francia occidentale. Durante il viaggio, si resero conto che i francesi non sanno fare del buon gelato e così decisero di farsi strada e far apprezzare ai francesi il vero gelato. “Sgobbo dalla mattina alla sera, ma sono contento di quello che faccio e finalmente guadagno qualcosa” racconta Carlo Bernini, uno del gruppo, ai microfoni della stazione italiana Radio24. In tre anni hanno avviato tre gelaterie e alcuni dei loro amici sono arrivati da Lodi per dare una mano. “In Francia”, dice Carlo, “a differenza dell’Italia, i burocrati non cercano di mettere i bastoni fra le ruote”.

L’amico e socio d’affari Alessandro Fucile consiglia ai giovani italiani di seguire il loro esempio: “All’inizio è dura, ma se rimanete sempre seduti a casa con i vostri genitori, non sarete mai soddisfatti come lo siamo noi.”

Cosa è successo all’Italia, un tempo terra di cultura e di istruzione e ora un luogo da cui i giovani fuggono? Le ragioni si possono forse trovare nella storia. L’Italia rinascimentale era nel XV e XVI secolo la terra più avanzata e ricca di tutta Europa. Vi lavoravano non solo i più famosi pittori e scultori del tempo, ma vi fiorirono anche le prime banche e università prestigiose, vi risiedevano gli artigiani più abili, costruttori di palazzi e armatori. Tuttavia il paese, nel corso dei secoli a poco a poco cadde in decadenza e non solo a causa della mancanza di uno stato nazionale che supportasse lo sviluppo. Lo sviluppo economico venne bloccato da corporazioni e gilde che custodivano gelosamente il loro status e si difendevano da qualsiasi concorrenza. Chi aveva la fortuna di nascere in una famiglia di vetrai o di commercianti di tessuti aveva un futuro assicurato. Chi si accostava alla professione come garzone, poteva sperare al massimo di diventare un operaio con uno stipendio fisso. Lo sviluppo si fermò e l’Italia lentamente si impoverì e rimase arretrata.

Uno sviluppo simile sta accadendo nell’Italia odierna dove la fossilizzazione della società perdura già da oltre vent’anni. Con maggiore frequenza, le carriere lavorative vengono ereditate di padre in figlio. A chi non nasce in una famiglia di farmacisti, avvocati, notai, giornalisti o commercianti e a chi non ha nessun tipo di conoscenze o amicizie nell’ambiente, viene sbarrato il passo. La situazione può essere cambiata solo da riforme profonde nell’università, nelle libere professioni e nel mercato del lavoro. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, da uomo che si è fatto da sé, promise l’attuazione di queste riforme all’inizio della sua carriera politica. Dopo 18 anni però i risultati si fanno ancora attendere. Basta guardare la politica stessa: un parlamentare di 55 anni è da tutti considerato come “un politico giovane di aperte prospettive”.

Rita Clementi e gli altri hanno risolto il problema da soli, lasciandosi alle spalle la penisola. In questo modo però accelerano la caduta di un paese che sta perdendo i suoi pezzi migliori.

fonte: Respekt.cz, “Už tady nechci žít” by Josef Kašpar – trad.: Italia dall’Estero.

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