Dic 102010
 

Il grande portale del XII secolo è l’unica cosa rimasta intatta della chiesa di San Pedro di Becerril del Campo, nella provincia di Palencia (Spagna centrale). Il tetto è in buona parte crollato. All’interno piove e si accumulano rifiuti e detriti. “La rovina della navata aumenta ogni giorno. Ormai tutte le decorazioni barocche a stucco e le volte sono andate perdute”, riferisce l’associazione. Hispania Nostra, che si dedica alla tutela del patrimonio artistico.

Dall’altra parte del Mediterraneo, sull’isola greca di Kea, all’inizio dell’anno sotto gli occhi degli abitanti attoniti è crollata una torre risalente al IV secolo avanti Cristo, nonostante avvertimenti da parte degli archeologi locali. I crolli di Pompei hanno fatto notizia in tutto il mondo, ma la chiesa in Castiglia e la torre nel mar Egeo dimostrano che in molte altre località dell’Europa meridionale sono a rischio beni e tesori archeologici, culturali e storici.

Di solito, la mancata  manutenzione è il risultato degli squilibri tra l’enorme patrimonio culturale dell’Europa meridionale e le risorse relativamente scarse a disposizione dei governi. L’Italia ha più siti patrimonio dell’Unesco di qualsiasi altro paese, seguita dalla Spagna. Ma adesso l’Europa meridionale è alle prese con un nuovo pericolo: dall’Atlantico all’Egeo i governi europei stanno decurtando i fondi alla cultura e ai patrimoni artistici nel tentativo di risanare le loro finanze e contenere i loro debiti.

Le statistiche sono particolarmente complesse in questo campo: la spesa per il patrimonio artistico e culturale è spesso trattata senza particolari distinzioni, senza contare che il finanziamento alle arti e – soprattutto in Spagna – quello per la tutela e la conservazione è ripartito tra vari organi del governo. Ci si può fare un’idea più precisa della portata dei tagli in Portogallo, che la settimana scorsa ha approvato un piano di austerity per il 2011 che riduce del 9 per cento i fondi alla cultura.

In Spagna le associazioni per la tutela e la conservazione del patrimonio artistico affermano che in alcune aree i finanziamenti sono già diminuiti di un terzo. Tra l’altro, lo scoppio della bolla immobiliare ha sottratto una consistente fonte di finanziamenti per la manutenzione dei vecchi edifici – importi pagati dagli imprenditori immobiliari quando ne costruiscono di nuovi. “Senza l’apporto di quei fondi, il governo locale sosterrà di dover spendere per la gente, non per gli edifici”, ha detto Javier Ruiz, architetto e attivista.

In Italia il mese scorso musei, gallerie d’arte e siti patrimonio dell’umanità sono rimasti chiusi per un giorno, in protesta contro i piani del governo di tagliare il budget triennale alla cultura di 280 milioni di euro. Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra, ha definito questi tagli “un colpo mortale assestato al nostro patrimonio”. Ma è necessario che sia così?

In Grecia, il paese più colpito dalla crisi del debito, il ministro della cultura ha detto che si sarebbe rivolto a Bruxelles per controbilanciare i tagli e per chiedere i 540 milioni di euro necessari a restaurare siti e monumenti archeologici e per rinnovare i musei, molti dei quali ultimamente sono stati costretti a chiudere i battenti.

Non solo una questione di soldi

C’è chi sostiene invece che la crisi potrebbe essere un incentivo a una maggiore efficienza. “Qui non si tratta di soldi”, ha commentato Roger Abravanel, scrittore residente a Milano, favorevole al libero mercato. “I curatori professionisti – persone che non soltanto si intendono di cultura, ma sanno anche come renderla accessibile al grande pubblico – qui non esistono. In Italia abbiamo un modello completamente diverso, per il quale le autorità assegnano un subappalto alle aziende che organizzano le mostre”.

Un esperto di tutela del patrimonio che ha chiesto l’anonimato afferma che Pompei è tutt’altro che a corto di soldi: “Dal 1997 l’agenzia governativa che gestisce il sito archeologico è piena di soldi grazie ai biglietti d’ingresso, ma è tuttora priva di un sistema di amministrazione adeguato in grado di reagire agli imprevisti. Il personale è sotto il diretto controllo del ministero di Roma ed è fisso: in venti anni non ci sono stati avvicendamenti, col risultato che chi ci lavora segue linee guida risalenti agli anni settanta”.

La crisi ha inoltre acceso i riflettori sul rapporto, spesso difficile in Europa meridionale, tra governo e imprese. Coinvolgere le aziende non è facile, e per molti anni si è creduto che ciò dipendesse dal fatto che l’Italia non offriva i generosi sgravi fiscali concessi nei paesi anglofoni agli aspiranti sponsor.

Mottola Molfino sostiene che le nuove normative introdotte nel corso dell’ultimo decennio potrebbero sicuramente essere semplificate, ma al pari di molti altri illustri esperti dell’Europa meridionale non è entusiasta all’idea di passare la responsabilità, la gestione e la tutela del patrimonio culturale della nazione alle aziende private. “Occuparsene dovrebbe essere un dovere e un onore”, dice. L’idea che la tutela del patrimonio artistico e culturale debba essere esclusiva dei governi sembra molto diffusa anche tra i leader delle aziende. che in ogni caso hanno visto ridotti i loro introiti per colpa della crisi economica globale.

In tutta l’Europa meridionale probabilmente non c’è monumento più famoso del Colosseo, e anch’esso, al pari di moltissimi altri edifici romani, necessita di interventi di restauro. La scorsa estate il ministro della cultura italiano, anticipando i tagli imminenti, aveva annunciato di voler accogliere le eventuali offerte di sponsorizzazione di una parte del piano di interventi sul Colosseo da 25 milioni di euro. Diego Della Valle è stato il primo magnate a farsi avanti.

Giovedì si è scoperto che Della Valle è l’unico imprenditore interessato all’impresa che, come ha annunciato con orgoglio, sarebbe disposto a finanziare interamente. Altrimenti,  ha aggiunto, l’Italia “rischia un’altra Pompei”.

fonte: The Guardian, “Europe’s heritage at risk from economic crisis” by John Hooper – trad.: Anna Bissanti

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