Questione di ridondanza

 Posted by on 12 febbraio 2011  Add comments
Feb 122011
 

È opportuno che i temi prevalenti di attualità o di politica trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell’arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda. (…) L’intervento di un opinionista a sostegno di una tesi va calibrato con uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali. Ciò è ancora più necessario per quei programmi, apparentemente di satira o di varietà, che diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica.

Questo è ciò che prevede l’Atto d’indirizzo sul pluralismo televisivo redatto dal sen. Alessio Butti del PdL con una premessa, dello stesso Butti, che recita:

La sinistra occupa la Rai, la tv di Stato “relega in posizioni assolutamente minoritarie le idee, i valori e le proposte della maggioranza degli italiani”.

Principio della ridondanza lo hanno definito. Ma secondo l’Osservatorio di Pavia, il tempo dedicato al presidente del consiglio ed al governo  nei vari telegiornali (nel periodo settembre-dicembre 2010) varia dal 70% del TG2 a oltre 80% di Studio Aperto. Il minzoliniano TG1 si attesta al 75%, non male.  Le sole eccezioni sono date dal TG3 e dal TG di LA7 che rimangono sotto la decente soglia del 50%.

E’ chiaro che per questi signori detenere i cinque settimi dell’informazione televisiva non è sufficiente per raggiungere il loro scopo: il brainwashing totale, di massa. Ma ciò che a loro sfugge è il fatto che anche noi abbiamo un problema di ridondanza. Un fatto, questo, che è andato progressivamente crescendo in maniera proporzionale alla loro arrogante protervia. Una pericolosa e grossa ridondanza la nostra. Orchitecamente parlando, s’intende.

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