Mar 132011
 

Nelle ultime due settimane abbiamo assistito a due manifestazioni di malcontento molto diverse tra loro in Grecia e Irlanda, due paesi dell’Unione Europea le cui popolazioni sono in prima linea nella crisi del debito sovrano che attanaglia la zona euro ormai da un anno.

Mentre gli elettori irlandesi si sono recati alle urne, ad Atene, Salonicco e Patrasso i greci davano sfogo alla propria collera organizzando una settimana di agitazioni, culminate mercoledì in uno sciopero generale di 24 ore. Se in un paese la popolazione ha espresso il proprio parere per iscritto, nell’altro i cittadini hanno esercitato i loro diritti agitando i pugni chiusi.

A Dublino assisteremo adesso all’insediamento di un nuovo governo: l’esito delle elezioni generali di venerdì non avrebbe potuto essere più chiaro. Oltre il 70 per cento dell’elettorato ha votato per mandare a casa la coalizione al governo. Questa sconfitta è la prima di un governo della zona euro dall’inizio della crisi del debito. Il terremoto nel parlamento di Dublino ha provocato il ribaltamento politico più radicale dal 1932: si potrebbe parlare di una rivoluzione democratica attuata tramite le urne.

Al contrario, la stragrande maggioranza dei greci è andata avanti cercando di lavorare, malgrado il caos degli scioperi dei servizi pubblici e dei trasporti. Negli ultimi mesi la partecipazione alle manifestazioni in piazza e in strada ad Atene si è andata continuamente riducendo, ma il loro livello di violenza – a opera di una minoranza che cerca di farle degenerare – non accenna a diminuire.

Sia in Grecia che in Irlanda la rabbia dei cittadini è dovuta all’esasperazione per i tagli a redditi, pensioni e servizi, in particolare nel settore pubblico. Questa percezione legittima si basa su due argomentazioni che il governo di George Papandreou ad Atene e la nuova coalizione a Dublino dovranno affrontare.

In entrambi questi paesi, infatti, la sensazione prevalente della stragrande maggioranza della popolazione è quella di essere rimasti impigliati negli ingranaggi di forze economiche e attori finanziari troppo più grandi di loro. Nessuno dei due paesi vuole dimostrare di accettare supinamente gli ordini di Ue e Fmi. In tale contesto, non dovremmo sottovalutare il fatto che è ancora viva e dinamica una cultura che si oppone al cambiamento, in entrambi i paesi.

Uno dei cambiamenti che in Grecia incontra una strenua resistenza, per esempio, è l’apertura delle cosiddette professioni a numero chiuso: sarebbero oggetto di riforma una miriade di gruppi, tra i quali i farmacisti, gli autotrasportatori, gli avvocati – e i parlamentari di tutto lo spettro politico, tra i quali abbondano i rappresentanti di queste professioni liberali.

In Irlanda l’unica questione che vede allineati sia i membri del governo uscente che quelli dell’opposizione è la difesa dell’aliquota fiscale per le aziende del paese. Questa grande coalizione a Dublino si batterà “con le unghie e con i denti” per garantire che il tasso del 12,5 per cento  non sia negoziabile contro chi vuole aumentare l’aliquota fiscale delle imprese irlandesi, equivalente oggi alla metà della media dell’Unione Europea.

Nel caso della Grecia, opporsi al cambiamento e alleggerire le iniziative legislative per aprire le professioni “chiuse” è un modo come un altro per mantenere questi settori al riparo dalla concorrenza, per bloccare l’innovazione, per salvaguardare interessi particolari di minoranze organizzate. Un’altra misura assai invisa agli altri paesi dell’Ue è la tax option, che è stata sfruttata dall’Irlanda per attirare aziende come Google, Microsoft, Dell, Pfizer.

Spazio di manovra

Adesso Grecia e Irlanda devono affrontare la loro montagna di problemi di spesa pubblica, oltre alle sfide delle misure di austerity varate dai rispettivi governi per sostenere una ripresa economica basata sulle esportazioni. In tale contesto, non è essenziale per l’Irlanda difendere l’attuale aliquota fiscale per le imprese. Ciò che la polemica con altri concorrenti dell’Ue mette in evidenza, infatti, non è quanto dovrebbero essere alte tali aliquote, bensì la mancanza di una comune base fiscale in tutto il continente. Il dibattito ha aperto una finestra di opportunità per discutere in modo più ampio in quale tipo di regime fiscale i Ventisette e i 17 membri della zona euro intendono fare affari in futuro.

I governi di Grecia e Irlanda dipenderanno entrambi dal successo delle misure di austerity. Inoltre dovranno garantire la propria legittimità nel tempo, malgrado tali provvedimenti siano considerati ingiusti da una buona parte dell’opinione pubblica irlandese e greca.

L’Irlanda però ha un  vantaggio. Quando il nuovo governo ridiscuterà i termini del bailout di Ue e Fmi, scoprirà quanto potere negoziale ha a disposizione e quanta flessibilità vorranno dimostrare i finanziatori. A Dublino è oggetto di forti polemiche il prestito dell’Unione Europea, che ha un tasso di interesse del 5,83 per cento più alto di quello imposto alla Grecia. Da questo punto di vista i due paesi sono compagni di lotta: necessitano di condizioni più flessibili. Il rischio è l’insolvenza unilaterale o il default collettivo.

É difficile prevedere lo sviluppo degli eventi a Dublino e Atene. Entrambi i paesi saranno sotto stretta sorveglianza quando attueranno le loro riforme e cercheranno soluzioni a più vasto raggio per la crisi della zona euro. La differenza principale tra Grecia e Irlanda da un lato e gli altri membri della zona euro dall’altro è che gli ateniesi e i dublinesi sanno già a cosa vanno incontro, mentre portoghesi, italiani e spagnoli potrebbero scoprirlo fin troppo presto.

fonte: Ekathimerini.com e Presseurope – traduzione di Anna Bissanti.

  One Response to “I destini paralleli di Grecia e Irlanda”

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