
E così l’election day – l’accorpamento in una unica giornata delle elezioni amministatrive e dei referendum – non si terrà. Un solo voto, quello del deputato PD in quota radicale Marco Beltrandi, che ha votato con la maggioranza, ha deciso il doppio turno elettorale. Così per una questione di principio personale – è con questi termini che il deputato ha giustificato il suo voto - viene impedito un risparmio di 300 milioni di euro e un probabile raggiungimento del quorum nei quesiti referendari di maggio (nucleare e acqua). E anche sulla dissaffezione dell’elettore verso l’istituto refendario, i radicali dovrebbero fare un mea culpa.
Ora Beltrandi può votate come meglio crede e come coscienza gli detta (del resto la Costituzione non prevede per il deputato nessun vincolo di mandato). Ma la questione di principio personale, come in questa occasione, stride con gli interessi maggioritari. Tra l’altro essa dimostra i limiti oggettivi che hanno sempre animato la politica radicale. Politica di alto respiro – e che spesso ci ha visto al loro fianco – quando porta avanti battaglie civili e ideali, ma che galleggia nella autolesionistica miopia politica, come nel caso dell’election day.
Ma del resto questo autolesionismo sembra essere il male ricorrente, e nemmeno tanto oscuro, della sinistra. Fausto Bertinotti, e il suo voto contro il governo Prodi nel 1999, sta lì a ricordarcelo.
