A chi stanno a cuore i precari?

 Posted by on 11 Aprile 2011  Add comments
Apr 112011
 

Non ai sindacati, nonostante alcuni tra di essi fossero in testa a diverse delle manifestazioni di ieri (sabato 9 aprile, ndr). In questo post fornisco una prova. Il post è un passaparola perché racconta un misfatto degno di nota. Starebbe bene però in una sezione che ancora non abbiamo: nfLeaks (su NoisefromAmerika, ndr).

L’antefatto. Con la Legge 4 novembre 2010, n. 183 (il cosiddetto “collegato lavoro”), il governo aveva fissato al 23 gennaio 2011 il termine entro il quale lavoratori con un contratto a termine scaduto e non rinnovato potevano presentare ricorso contro quello che avessero ritenuto, di fatto, un licenziamento illegittimo.

Facciamo un esempio. Se voglio licenziare un lavoratore a tempo determinato basta che aspetti qualche mese: il contratto scade e io sono libero di non rinnovarlo. Se però non lo rinnovo perché ho scoperto che il lavoratore in questione ha un orientamento sessuale, politico o religioso che non mi piace e lo rimpiazzo con un altro lavoratore che ha un orientamento che invece mi piace, sto chiaramente violando un diritto costituzionale del primo lavoratore. Fine dell’esempio.

Un emendamento del PD al “decreto milleproroghe”, approvato dal parlamento (con il parere favorevole del governo) a inizio febbraio, ha reso inapplicabile questa norma per tutto il 2011. Detto altrimenti, ha esteso il termine dal 23 gennaio a, almeno, il 31 dicembre, 2011. Molti precari hanno in questo modo (almeno per quest’anno) una tutela equivalente a quella dei non precari contro licenziamenti senza giusta causa. Qui trovate un riassunto più dettagliato.

Il fatto. Questo emendamento deve aver turbato i sonni di più di un amministratore pubblico. Molte amministrazioni pubbliche, si sa, usano i contratti a tempo determinato a manetta. In questo modo basta un decreto per tagliare il costo del lavoro nella PA: gli ultimi arrivati (tendenzialmente giovani e più istruiti) se la prendono in saccoccia, quelli assunti quando i governi della “Milano da bere” gestivano con nonchalance bilanci pubblici in deficit per il 10% del prodotto interno lordo (tendenzialmente vecchi e meno istruiti) continuano a godere la propria rendita. Niente di sorprendente: solo una manifestazione del dannoso dualismo che da anni caratterizza il mercato del lavoro italiano.

Qual è il fatto, dunque? Il fatto è che il FormezPA (un ente che è parte integrante del Dipartimento della Funzione Pubblica e che quindi fa in ultima istanza capo a Renato Brunetta) ha ben pensato di correre ai ripari, facendo ciò che non poté la maggioranza di fronte all’emendamento del PD. Ovvero ha preso carta e penna e ha vergato una dichiarazione di rinuncia al diritto di ricorrere contro un “licenziamento” illegittimo (e già che c’erano hanno aggiunto qualcosa nello spirito di “e anche a tutti gli altri eventuali diritti di cui ora non ci ricordiamo”) da far firmare ai propri dipendenti a tempo determinato e collaboratori a progetto prima di accordare il rinnovo del contratto. La scena non è difficile da immaginare: in una mano il contratto, nell’altra la dichiarazione di rinuncia a questi diritti; due firme, bellezza, e potrai continuare a portare a casa la miseria che ti paghiamo.

Il misfatto. Il misfatto è già evidente dal fatto, ma c’è un misfatto ancora più misfatto in questa vicenda: alla suddescritta scena parteciperebbero in modo tutt’altro che passivo diverse sigle sindacali. La dichiarazione di rinuncia si chiama infatti ufficialmente “verbale di conciliazione sindacale” e sarebbe già stato sottoscritto in svariate occasioni nelle passate settimane da UIL-PA, CISL-FP e UGL-Intesa. Pare che la FP-CGIL si sia fin qui rifiutata di sottoscrivere questi verbali. Per i miei standard, rifiutarsi di sottoscrivere senza denunciare pubblicamente (perché è impossibile che la FP-CGIL non sia al corrente della vicenda) l’evidente misfatto delle altre sigle implica una responsabilità solo di poco inferiore a quella di chi sottoscrive.

solo a quello che fa. Per i sindacati che si riempiono la bocca di parole a difesa dei precari e contro il precariato, questa vicenda è quantomeno imbarazzante. Se si tratta di un ammutinamento di rappresentanti locali, i leader nazionali dovrebbero prendere provvedimenti contro l’avallo di quella che è di fatto una vessazione di un gruppo di lavoratori deboli. E sarebbe bene che qualche provvedimento lo prendesse anche il Ministro Brunetta.

Per me questa è solo la conferma che tutti quei lavoratori che classifichiamo come “precari” non sono rappresentati dai sindacati. I bassi salari percepiti dai lavoratori a tempo determinato sono per me il riflesso di questa mancanza di rappresentanza. Se no non si spiega come, a parità di altre caratteristiche, un gruppo di lavoratori che si assume un rischio in più (il rischio che il contratto non venga rinnovato vs. la sicurezza del posto a tempo indeterminato) possa avere uno stipendio più basso di chi non corre questo rischio.

La prova. Come faccio a sapere queste cose? Beh, me le ha raccontate un gruppo di “deep throats”, persone che da diverso tempo lavorano in forma precaria al FormezPA. Mi hanno mandato una copia del “verbale di conciliazione sindacale” che devono firmare per avere il rinnovo del contratto. Lo riproduco qui sotto assieme al racconto che mi hanno inviato.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

articolo originale di Giulio Zanella su NoisefromAmerika

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