Mag 062011
 

Ogni anno Freedom House – l’Istituto di ricerca indipendente che monitorizza la libertà di stampa a livello mondiale – redige un dettagliato rapporto. L’Istituto, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa promossa dall’Unesco (2 maggio), ha pubblicato il Report 2011 (qua la versione integrale).

Anche nel 2011 il giudizio relativo all’Italia è pessimo. Viene confermato lo status negativo di nazione “partially-free” già attribuito nel 2010, mentre la graduatoria mondiale ci vede scivolare ulteriormente a un imbarazzante 75° posto (72° nel 2010). Superati anche da paesi quali il Benin e la Guyana.

Severe e pesanti, sia giuridicamente che politicamente, le motivazioni che hanno portato a tale giudizio. Leggiamo infatti che:

[…] Negli ultimi anni il governo italiano ha introdotto diversi disegni di legge e decreti che potrebbero rappresentare un ostacolo per la libertà di espressione in rete. Non solo, il governo ha anche introdotto un serie di riforme giuridiche alquanto controverse che hanno accentuato questa tendenza. I sostenitori della libertà di espressione hanno già manifestato le loro proccupazioni in merito alla volontà di rendere i siti web giuridicamente responsabili della pre-selezione delle informazioni, in particular modo in merito ai video pubblicati dagli utenti e ai tentativi di imporre costi di registrazione ed altri requisiti ai mezzi d’informazione online.

Questa spinta alla restrizione della libertà d’espressione trova origine, almeno in parte, nella struttura della proprietà dei mass-media in Italia. Il Primo Ministro, Silvio Berlusconi, possiede, direttamente e indirettamente, una larga parte dei mass media privati, e la sua posizione politica gli permette anche di esercitare una forte influenza sulla nomina dei funzionari della Tv di Stato (Rai). Un tale potere finanziario ed editoriale sui media italiani nelle mani del Primo Ministro rappresenta un incentivo per Governo italiano a limitare il flusso di informazioni online, sia per ragioni politiche, sia per limitare la concorrenza che deriva dallo share dei video online.

Il rapporto integrale relativo all’Italia può essere scaricato qua.

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