
Non è passato molto tempo dall’ 11 gennaio di quest’anno. Quel giorno il ministro degli esteri Franco Frattini spese queste parole: «Indico l’attuale Muammar el Gheddafi, al potere dal 1969 con un colpo di Stato, come un modello di dialogo con le popolazioni di un Paese arabo.»
Lo stesso Frattini che l’altro ieri ha definito l’esecuzione sommaria del tiranno come una «una grande vittoria del popolo libico».
Queste dichiarazioni fatte a distanza di pochi mesi l’una dall’altra rappresentano perfettamente la nostra politica estera e coloro che la dirigono. Una politica estera condotta fra gli imbarazzanti baciamo e le gioiose esaltazioni di barbare violenze. Un’esaltazione di violenza che non ha risparmiato neanche i media più seri, e che ha visto giornali e TV fare a gara per mostrare sangue e budella.
Abbiamo sempre considerato Gheddafi come un criminale tiranno – basta leggere i nostri post correlati – ma per noi c’è un confine netto e invalicabile fra la vendetta e la giustizia. Là dove finisce il naturale senso di giustizia ed equilibrio e si sconfina nella bestiale sete di vendetta c’è la sconfitta dell’Uomo.
Giustiziare un uomo non è mai una vittoria per nessun popolo: lo abbiamo ben dimostrato noi che dopo averne appeso uno a Piazzale Loreto abbiamo usato tutte le energie a fabbricarne un rimpiazzo.
Per questo consideriamo le parole del ministro Frattini come patetiche e sconsiderate. E ce ne vergognamo per lui.
immagine: Theodore Gericault, “Teste mozzate” - 1818.

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