Nov 292011
 

E’ dal ’97 che in Danimarca la chiesa luterana riconosce le unioni civili omosessuali, anche se non con una celebrazione specifica ma solo durante una speciale benedizione al termine della funzione religiosa regolare. E nell’89 la stessa Danimarca fu il primo paese al mondo ad aver autorizzato le unioni civili fra omosessuali. In questi giorni i passi in avanti in tal senso sembrano aumentare. Il governo ha dichiarato pochi giorni fa di essere al lavoro su una proposta per cambiare le leggi sul matrimonio, proposta che con molta probabilità sarà pronta per febbraio prossimo.

«Il governo», si legge su un comunicato del ministero, «ha deciso che gli omosessuali devono potersi sposare come le coppie eterosessuali e che potranno chiamarsi sposi. Tutti i componenti della chiesa nazionale danese devono avere la possibilità di sposarsi in chiesa senza tener conto del loro orientamento sessuale». Resta però la possibilità di una limitazione: il pastore potrà rifiutare di celebrare il matrimonio in questione senza incorrere in sanzioni e dovrà eventualmente essere sostituito. Questo per accontentare gran parte della popolazione, visto che solo il 5% frequenta regolarmente le funzioni ecclesiastiche ma l’80% è formato da iscritti che pagano regolarmente le tasse. Quest’anno infatti la chiesa luterana riceverà dai suoi frequentatori quasi 7 miliardi e mezzo di euro.

Il ministro della Chiesa danese, Manu Sareen, ha commentato la novità: «I primi veri matrimoni tra persone dello stesso sesso diventeranno realtà, almeno si spera, entro la primavera del 2012. Non vedo l’ora di vivere il momento in cui la prima coppia omosessuale uscirà dalla chiesa. Io sarò lì fuori a tirare il riso!».

Nel frattempo in Australia, dove il 57% delle persone, secondo un sondaggio effettuato dal Sydney Morning Herald, sembra essere favorevole ai matrimoni omosessuali, lo spot della GetUp, associazione che si occupa di varie campagne di sensibilizzazione, sta avendo un successo clamoroso sul web con un milione di visite in 48 ore. Lo slogan che accompagna lo spot recita: «E’ giunta l’ora. Basta con le discriminazioni sul matrimonio» e per affermare questo ci mostra una semplice storia d’amore fatta di litigi, passione, difficoltà, gioie e dolori. La tecnica della soggettiva ci permette di vivere il tutto, vedendolo con gli occhi di uno dei due personaggi della storia. Solo alla fine, nel momento in cui lui porge l’anello di fidanzamento, si scopre che dall’altra parte, a litigare, gioire, a vivere questa storia non c’è una lei, ma c’è un altro lui. Tutto questo dovrebbe poter essere semplice. E invece non lo è. Non ancora.

L’Italia dal canto suo, è fermamente decisa a rimanere il fanalino di coda. Non solo l’argomento “matrimonio omosessuale” rimane tabù ma è ancora fresca la delusione per la bocciatura della proposta di legge presentata da Antonio Soro che chiedeva di introdurre nell’ordinamento italiano un’aggravante per reati compiuti «in ragione della disabilità, del sesso, dell’età, della omosessualità o della transessualità della persona offesa» modificando così l’articolo 61 del codice penale.
Nonostante il subitaneo tentativo di giustificazione che poneva la questione in termini di «violazione del principio di uguaglianza in quanto l’aver agito per motivi di omofobia e transfobia prefigurerebbe una situazione normativamente differenziata rispetto ad altre situazioni analogamente meritevoli di tutela, in cui si commettono delitti contro la persona in ragione dello stato in cui versa», forse la verità è più semplice e cruda: in Italia resiste un forte pregiudizio di matrice cattolica. Pregiudizio limpidamente sintetizzato dal comunicato che il deputato in quota Pdl, Alessandro Pagano, rilasciò il giorno seguente alla bocciatura: «L’Italia – si legge – è un Paese dalle profonde radici cristiane e l’eventuale vittoria di questa ideologia avrebbe avuto ripercussioni mondiali. Far passare questa legge significava infatti aprire le porte al matrimonio gay e soprattutto alle adozioni di figli da parte di coppie gay».

Così è. Anche se non ci pare.

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