nov 222011
 

Il «governo di onesti professori borghesi, quasi tutti cattolici, quasi tutti ricchi, guidato da un onesto professore borghese, cattolico e ricco», come l’ha definito Michele Serra su Repubblica qualche giorno fa,  piace a tanti, e non solo per il suo indiscutibile profilo tecnico. Piace a Bersani e a Casini, ad Alfano e a Bagnasco, divenuto in questi giorni, insieme alla Conferenza episcopale italiana, un elemento di coesione politica.

Attorno alla Cei il 18 e 19 novembre si sono radunati i vertici di tutti i maggiori partiti italiani (ad eccezione di Lega e Idv) al convegno organizzato da Scienza&Vita, mentre il neopremier Monti nelle stesse ore incontrava Sua Santità a Fiumicino subito prima della partenza di quest’ultimo per il Benin. «Santità, stiamo provando a far ripartire al meglio il paese», avrebbe detto Monti al papa, spiegandogli le strategie economiche che il suo governo vuole adottare per uscire dalla crisi. E sì che le misure anticrisi interessano da vicino chi si dovrebbe occupare solo di anime; Benedetto XVI sarà felice che tra i “sacrifici” non siano contemplati l’abolizione dell’otto per mille o i tagli alle scuole paritarie.

Le promesse di fedeltà, però, non arrivano da Monti ma proprio dal palco del convegno di Scienza&Vita, dove i rappresentanti degli italiani fanno a gara a chi incarna di più i valori “non negoziabili” della Chiesa che, secondo il presidente delle Cei Angelo Bagnasco, «appartengono al Dna di ogni persona, [e di conseguenza] non possono essere conculcati né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni, che pur con buone intenzioni, li negano». Che gli ingenti finanziamenti alla Chiesa non siano “valori negoziabili” è già implicito nell’essenza stessa della compagine governativa e non c’è bisogno di ribadirlo. Sul resto, assistiamo con compassione a un Bersani che parla del rischio di «perdere la propria dignità in un letto irto di tubi», come se non sapesse a quale manifestazione sta partecipando (e organizzata da chi), un Casini che non ha certo bisogno di dimostrare il Dna del suo partito, già scolpito nel nome, un Alfano che sembra stia sostenendo l’esame di riparazione per la bocciatura ricevuta senza mezzi termini  al convegno cattolico di Todi: la vita non la dà certo il parlamento, no alla pillola abortiva e alla contraccezione d’emergenza, sì alla scuola paritaria cattolica, no a una famiglia costituita da persone dello stesso sesso.

Intanto Lorenzo Ornaghi, ex rettore dell’università Cattolica e attuale ministro della Cultura, uno dei personaggi che al convegno di Todi lavorarono per la rottura tra Berlusconi e il mondo cattolico, non lesina chiare indicazioni:  «Oggi è venuto il tempo di incarnare i valori della religione con rappresentanze sicure». In politica, naturalmente. Meglio se al governo.

E mentre va avanti lo show cattopolitico al convegno di Scienza&Vita di Roma, qualche centinaio di chilometri più a nord, a Udine, si svolge la Prima giornata nazionale del testamento biologico organizzata dal Coordinamento Laico Nazionale. L’Italia laica è lì, preoccupata di come questo governo di «professori borghesi, cattolici e ricchi» affronterà i valori davvero non negoziabili di autodeterminazione della persona e si organizza, ancora una volta, per difenderli. Nell’attesa che arrivi un giorno in cui finalmente  fede e diritti viaggeranno su strade parallele.

Cecilia M. Calamani per Cronache Laiche

nov 212011
 

Mentre il governo cercava di far fronte all’attacco speculativo, il ministro Galan, annusata l’aria pesante pensava bene di fare alcune nomine. Non si sa mai. Così, il 2 novembre, il ministro della Cultura, invece di cooperare con i suoi colleghi ministri per predisporre le misure da presentare al G20, ha deciso di firmare il decreto con il quale nomina la Commissione per la cinematografia: 18 componenti chiamati a giudicare dal 2012 al 2013 film, cortometraggi e opere prime, per capire chi ha diritto ha finanziamenti pubblici e chi no.

Una torta da spartirsi. Se è vero che per la crisi i soldi che il ministro può devolvere sono sempre di meno, si tratta comunque di una fetta di quasi 30 milioni di euro l’anno. Nessun colpo di mano, si badi bene. Si trattava di un atto previsto da tempo, ma certamente fuori luogo di fronte alle ormai certe dimissioni di Silvio Berlusconi. Un colpo di coda per tenere sotto controllo un settore, quello cinematografico, da sempre ritenuto importante per creare consenso, nominando parenti di amici.

Partiamo dalle mogli di… Il ministro dei Beni culturali ha nominato Valeria Licastro Scardino, sposata con il commissario Agcom Antonio Martusciello, ex deputato di Forza Italia ed ex sottosegretario ai Beni culturali nel lontano 1994. La su consorte non sembra avere grandi competenze cinematografiche. Infatti, in passato è stata segretaria di Confalonieri, dirigente di Fininvest e di Mondadori. A far compagnia alla Licastro, anche un’altra moglie di…: Antonia Postorivo, sposata con il senatore Pdl Antonio D’Alì, collega di Cesare Previti e cara amica di Niccolò Ghedini. La Postorivo era stata nominata già due anni fa. Ora cambia solo funzione: si occuperà, nel prossimo biennio dei lungometraggi.

Marzullo, dalla notte alla commissione. Un’altra riconferma è quella di Anselma Dell’Olio, moglie di Giuliano Ferrara, critica cinematografica. Almeno una persona competente. La passionaria Anselma lavora nella trasmissione di Gigi Marzullo, “Il Cinematografo”. E proprio il conduttore della notte è stato nominato da Galan commissario per la Cinematografia.

Trasparenza, questa sconosciuta. E pensare che l’associazione dei professionisti del cinema e di televisione, 100autori, aveva chiesto maggiore trasparenza e ricambio, con un turn over di 6 mesi. Invece no, il criterio di selezione rimane un grande mistero. Anche perché oltre alle mogli di, ci sono molti dipendenti ex dipendenti delle aziende di Silvio Berlusconi.

Un ex ministro in cerca di lavoro. Ora, dopo aver dato lavoro a tutti, Giancarlo Galan ora è senza impiego. Ha lasciato la presidenza della Regione Veneto per un posto da ministro. Ma adesso, dopo le dimissioni di Berlusconi, si ritrova disoccupato, visto che non è nemmeno parlamentare. Ci sarà ancora posto in qualche commissione?

fonte:Diritto di Critica

nov 202011
 

Con la prima trilogia di Sergio Leone il western venne lentamente distrutto (la frase non ha un’accezione negativa, tutt’altro) nelle sue più arcane regole: il cimitero di Il buono, il brutto, il cattivo seppelisce definitivamente quel mondo dove ormai i duelli si fanno a tre (ed è meglio essere furbi), piuttosto che a singolar tenzone, due uomini coraggiosi uno di fronte l’altro. Il western si trasformò in qualcosa d’altro, nel mondo violento e dai risvolti politici di Il mucchio selvaggio, di Sam Peckinpah, di qualche anno più tardi.

Già col finire degli anni ’50 il più classico dei generi americani si era instradato verso la sua lunga fase crepuscolare. Un dollaro d’onore di Howard Hawks mostrava il terzetto John Wayne, Dean Martin (e già qui racchiudiamo il 70% di tutto il genere western) e Ricky Nelson eternamente tirati da una parte e dall’altra, incapaci di scegliere se proseguire lungo la via del vecchio western o intraprenderne una nuova, inevitabilmente diversa, disperati e costantemente ubriachi (Dean Martin) per un passato che non appartiene più loro.

Per ritrovare ottimi film western targati Hollywood si dovette attendere più di una trentina d’anni, anche se in Balla coi lupi di western c’erano solo l’ambientazione e gli indiani e Gli spietati sembrava riprendere là dove Il mucchio selvaggio si era interrotto (nella mia lista personale includo anche Silverado, ma il giudizio è totalmente soggettivo e influenzato da ricordi d’infanzia). Continue reading »

Servi di regime

 di - 19 novembre 2011  1 Risposta »
nov 192011
 

Negli ultimi disperati giorni che hanno preceduto le dimissioni di Silvio Berlusconi, abbiamo assistito agli ultimi colpi di coda dei servi del premier, con azioni degne di quanto di peggio ha compiuto questo governo negli ultimi tre anni.

Qualche esempio. Venerdì 12 novembre, il giorno prima delle dimissioni del primo ministro, la Gelmini ha firmato il decreto di assegnazione dei fondi dei Programmi Operativi Nazionali – Ricerca e Competitività, cofinanziati dalla Comunità europea per le regioni cosiddette della convergenza: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. A parte che la prima cosa che viene in mente su queste quattro regioni non è la convergenza ma sono i quattro nomi Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita,  e Mafia, il ministro Gelmini ha distribuito la maggior parte dei fondi ad istituzioni private, di provata fede governativa evidentemente, costringendo le Università pubbliche ed i laboratori del Consiglio Nazionale delle Ricerche a doversi spartire la quota restante.

Non solo, ma la  ministra, fautrice in ogni occasione della cosiddetta “premialità”, ha appena nominato nel Consiglio di amministrazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche un giovane di successo, il Prof. Gennaro Ferrara, di anni 74, per 23 anni rettore di quella che viene considerata  l’università più nepotista d’Italia, la napoletana «Parthenope», nota per essere stata valutata  il peggiore ateneo del Paese nella classifica del Sole24Ore.

Se la Gelmini si è ridotta  al giorno prima delle dimissioni per portare a termini i suoi squallidi giochetti, Eugenia Roccella, novella paladina delle armate papaline, ha fatto di meglio firmando lunedì 14, quindi a governo già dimissionario e poche ore prima di dover lasciare la poltrona di sottosegretario alla Salute, le nuove linee guida del Ministero della Salute per la legge 40, la legge sulla fecondazione artificiale. Il commento puntuale sarebbe lungo ed amaro, basti citare il divieto alla diagnosi pre-impianto anche alle coppie con malattie genetiche. Perché, dice la Roccella, «penso che ognuno debba fare i conti ed accettare la propria realtà e condizione. Non si può rispondere ad un’ingiustizia naturale con un’ingiustizia legale».

Si suppone che la Roccella abbia rifiutato qualunque vaccinazione ai propri figli, e rifiuterebbe  di somministrare loro un antibiotico che ucciderebbe milioni di piccoli e indifesi germi, se per caso i figli fossero infettati da una meningite fulminante. D’altronde questi sono casi naturali, mentre la legge non può stravolgere la natura, che è sacra. E’  per questo forse che nel gennaio 2011 ha firmato una lettera aperta per chiedere ai cattolici italiani di sospendere ogni giudizio morale nei confronti di Silvio Berlusconi, indagato dalla procura di Milano per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile.

L’ultimo caso noto di un colpo di coda si è avuto giusto il giorno in cui il professor Monti stava valutando i possibili ministri del nuovo Governo. Il nome di Salvatore Settis, illustre archeologo di fama internazionale, ex-direttore della scuola Normale superiore di Pisa, era fra i papabili come Ministro dei Beni Culturali. Ma gli ultimi lombrichi del PdL hanno posto il veto. Troppo grave era stato l’affronto verso il fido Bondi, ministro(?) dei Beni culturali, quando, nel febbraio 2009, Settis diede le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali criticando l’operato del Ministro. Sembra fra l’altro che il Settis avesse avuto da ridire anche sulla scelta dell’illustre personaggio che Bondi aveva destinato a Direttore del Polo Museale di Venezia. Il fatto che il prescelto (il dottor Sgarbi) fosse stato condannato in via definitiva per truffa aggravata nei confronti dello stato italiano, era stato considerato da Settis un impedimento ad affidargli un ulteriore incarico di prestigio.

Questi pochi esempi danno un’idea dell’abisso di pochezza culturale, acrimonia rancorosa, assenza di ogni concetto di Stato e dei valori costituzionali, ignoranza del significato dei principi più elementari di libertà di queste persone che hanno fatto dell’idolatria al satrapo dispensatore di prebende, e della sottomissione ebete e servile a falsi insegnamenti cristiani, il loro credo di vita.

C’è chi ha criticato alcune manifestazioni di gioia alla notizia delle dimissioni del premier, senza capire che dietro c’era, c’è, la speranza di togliersi di torno non solo un uomo che si è dimostrato indegno di governare e rappresentare il paese, ma anche  la marmaglia indegna che l’ha accompagnato negli ultimi anni e continua ad avvelenare l’aria e le istituzioni della Repubblica Italiana.

fonte: Cronache Laiche

Ritorna Carosello

 di - 18 novembre 2011  Commenta »
nov 182011
 

Non ci vorrà poi molto per essere meglio di quei gaglioffi che c’erano prima. Basterà smettere bandane e canottiere e vestire sobriamente in blu o fumo di Londra. Basterà non fare le corna quando ti fotografano. E non raccontare barzellette al “sapore di f…”. La sera, poi, coricarsi presto, magari dopo una eccitante soirèe teatrale pirandelliana.

La rivoluzione della normalità, o normorivoluzione. Chiamatela come vi pare. Un ritorno al bianconero democristiano che fa tanto TV anni ’60. Un cambio di passo repentino, forse necessario per calmare  le acque. Del resto non ci si poteva aspettare altro da un governo composto in prevalenza da ministri appartenenti alle università cattoliche e da altri provenienti dai consigli di amministrazione di banche e società. Insomma un po’ Comunione e Liberazione, un po’  Comunione e Indicizzazione.

Tutto questo in attesa di vedere questo esecutivo all’opera. Se farà macelleria sociale o meno. Se toccherà – ci permettiamo un fortissimo dubbio – i privilegi di ogni natura e le prebende ingiustificate non solo della casta politica ma anche, e soprattutto, della casta vaticana.

nov 162011
 

Pensionati supertassati. L’Italia col bastone e l’assegno di anzianità paga allo stato più tasse del dovuto, a causa dell’inflazione crescente. In pratica, i pensionati risultano “più ricchi” sulla carta, accedono a categorie di reddito più alte, e pagano più tasse: ma il loro potere d’acquisto resta lo stesso, e diminuisce dopo il versamento delle imposte. Uno scherzetto da 1700 euro a testa, e poco consola sapere che è diluito tra il 2008 e il 2014.

Dal 2008 ad oggi, l’importo medio delle pensioni di anzianità è cresciuto del 5%, portando a 253 miliardi di euro le erogazioni previdenziali complessive dell’Inps. Ma non significa che i pensionati sono più ricchi: il potere d’acquisto diminuisce al ritmo del 3,1 %, e le tasse (soprattutto l’Irpef, che trae dagli anziani un terzo del gettito) deprimono ulteriormente il margine di spesa. Alla fine dei giochi, un pensionato medio ha perso in tre anni oltre 500 euro, e nei prossimi 3 ne perderà altri 1200.

Forse è davvero un bene l’allungamento dell’età pensionabile. Oggi 8 milioni di pensionati non raggiungono i 1000 euro mensili, e oltre 3 milioni vivono sotto la soglia di indigenza con 400 euro. In Italia sono 16,7 milioni le persone a cui la legge assegna la pensione: la metà di questi è povera, uno su cinque è gravemente indigente.

Serve quindi una riflessione su due aspetti. Per prima cosa, la distribuzione delle pensioni: le donne prendono circa il 30% in meno degli uomini, e al sud l’assegno medio è considerevolmente più basso che al Nord. Rispetto ad una media nazionale di 900 euro mensili, le regioni settentrionali stazionano intorno ai 100o euro contro i 783 del sud.

In secondo luogo, l’età pensionabile. Forse è proprio nell’interesse degli anziani lavorare più a lungo, prima di vedere depresso il proprio reddito una volta usciti dal mercato del lavoro: a fronte dei 1300 (medi) euro mensili (più tredicesima ed emolumenti vari), si trovano ad affrontare la vecchiaia con meno di 800 euro mensili, per il 20% di loro anche sotto i 400. A cui si aggiunge la difficoltà di sostenere economicamente figli e nipoti, che già oggi, con un tasso del 27% di disoccupazione giovanile e la disoccupazione complessiva al 7,8%, hanno difficoltà ad arrivare a fine mese.

Sulle pensioni la soluzione appare lontana. Ma se è vero che il numero di pensionati è già oggi estremamente elevato (70 pensionati ogni 100 occupati), è anche vero che bisogna ripensare il sistema – al rialzo, non al ribasso. Uscire dal mercato del lavoro non deve significare diventare indigente, specie se la rete assistenziale dello Stato non garantisce servizi non finanziari (come sanità, assistenza domiciliare, coinvolgimento sociale) capaci di soddisfare i bisogni dell’anziano.

fonte: Diritto di Critica

nov 102011
 

Martedi negli Stati Uniti si sono tenuti dei referendum e votazioni in cinque stati. (Per consuetudine, negli USA, tutte le tornate elettorali si tengono  il martedi successivo al primo lunedi di novembre).

Nel complesso i risultati sono stati favorevoli ai democratici che vedono in questo voto un segnale incoraggiante in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. I risultati più importanti sono quelli relativi a due referendum che si sono tenuti in Ohio e in Mississippi, dove sono state respinte due leggi fortemente volute dai repubblicani.

In Ohio gli elettori hanno rigettato la legge introdotta in primavera dal governatore repubblicano John Kasich, che limitava la contrattazione collettiva di lavoro. In Mississippi è stata invece respinta la norma che rendeva illegale l’aborto e molte forme di contraccezione sulla base del principio di difesa di ogni persona fin dal concepimento, compreso quello in vitro.  Nello stesso stato è stata però approvata una norma che obbliga gli elettori a presentarsi al seggio muniti di un documento d’identità con foto. I democratici si erano detti contrari adducendo il fatto che simile norma avrebbe potuto intimidire o disincentivare la partecipazione dei ceti più bassi.

I democratici hanno conquistato la maggioranza anche nel Senato della Virginia, dello Iowa e dell’Arizona. Nessuna sopresa invece per l’elezione dei primi cittadini di Philadelphia (dem), Baltimora (dem), Phoenix (dem) e Indianapolis (rep) dove sono stati riconfermati i sindaci uscenti.

nov 092011
 

Gli stage non retribuiti banditi nel Regno di Sua Maestà. È questa la grande novità, tutta inglese, secondo la quale i datori di lavoro che non garantiscono il salario minimo violano la legge. In Gran Bretagna quindi, l’epoca dei tirocinanti non pagati potrebbe essere alla fine.

Gli stagisti, lavorare gratis. Molto spesso sono coloro che lavorano di più, meglio e con maggiore entusiasmo, nonostante lo debbano fare sostenendo tutte le spese necessarie. Lo fanno per avere un’occasione, per avere la tanto richiesta esperienza lavorativa o procurarsi quella conoscenza che li aiuti ad inserirsi nel mondo del lavoro. È il popolo degli stagisti. Oggi, gli annunci per stage non retribuiti costituiscono la maggioranza degli annunci di lavoro. Nati come periodo di apprendimento e formazione professionale, porta d’accesso alla prima occupazione, i tirocini sempre più spesso sono considerati dalle aziende o dalla pubblica amministrazione come soluzione per disporre di forza lavoro gratuita.

Stop allo sfruttamento. “Una persona che contribuisce al valore aggiunto dell’azienda deve essere pagata, rispettando il minimo salariale”. Il governo di Londra decide così di rinunciare ad una risorsa alla quale stava ricorrendo con troppa frequenza. Il giornale inglese “The Guardian” ha indicato il Ministero del Commercio e dell’Industria inglese (Department for Business Innovation and Skills) tra i principali responsabili della creazione di quello che è stato definito “un esercito di precari”, poiché più della metà degli annunci che si trovano sul suo sito web è relativa a stage non retribuiti o con il semplice rimborso spese. E dopo la vittoria del ricorso di due tirocinanti che avevano lavorato gratuitamente, aumentano significativamente le possibilità per migliaia di ex stagisti di ottenere il compenso per il lavoro svolto in passato.

E in Italia quando? Un’importante svolta quella avvenuta in Gran Bretagna che dovrebbe essere presa come esempio anche da altri Stati europei dove la disoccupazione giovanile continua a crescere raggiungendo sempre nuovi record. È il sogno di tutti i giovani alla ricerca di lavoro quello di non imbattersi più in annunci che prevedano stage gratuiti. Quasi tutti lo hanno dovuto fare ma oggi sono sempre più frequenti i casi di ragazzi che pur di accumulare esperienza lavorativa, sono disposti a passare da uno stage gratuito all’altro la maggior parte dei quali escludono anche la possibilità di assunzione.

fonte: Diritto di Critica

nov 082011
 

Molti giornalisti e commentatori economici attribuiscono alle agenzie di rating parte della colpa della crisi  finanziaria. Esse avrebbero concesso con troppa leggerezza un rating elevato a titoli di scarso valore.  Si tratterebbe di un tipico conflitto di interesse essendo le agenzie pagate dagli emittenti. Cosa ci insegna la storia della Grande Depressione degli anni Trenta?

Non vi è dubbio che le agenzie di rating abbiano clamorosamente sbagliato la valutazione delle obbligazioni strutturate emesse da alcune banche di affari americane – p.es. i titoli della Lehman Brothers avevano la tripla A fino a pochi giorni prima del crollo. L’errore ha avuto gravi conseguenze dirette – molti risparmiatori hanno perso somme ingenti- ma forse anche indirette. Si sostiene che la figuraccia stia inducendo ora le agenzie ad essere troppo caute nella valutazione dei titoli di stato europei, aggravando la crisi debitoria dell’eurozona. E’ possibile interpretare gli errori delle agenzie come frutto della fallibilità umana, ma è possibile anche che rifletta un conflitto di interessi. Le agenzie sono infatti pagate dalle società e dagli stati che emettono i titoli e quindi potrebbero sopravvalutare la qualità dei titoli stessi per ingraziarsi i clienti. Questa ipotesi è plausibile, ma non può essere verificata, a meno che una indagine giudiziaria faccia scoprire E-mails o intercetti conversazioni compromettenti.

L’analisi storica può fornire elementi di giudizio indiretti. Le agenzie di rating erano nate per valutare le azioni delle società ferroviarie negli anni Cinquanta dell’Ottocento e poi avevano progressivamente esteso le loro valutazioni a tutte le classi di titoli. Dal 1909 Moody’s iniziò a riassumere la proprie valutazioni con una sigla (il rating). Fu seguita da Poor’s nel 1916 e da Fitch e Standard nel 1922 (l’attuale Standard and Poor è il risultato di fusione negli anni Trenta). Il rating non aveva alcun ruolo ufficiale nelle decisioni di investimento degli enti pubblici americani e le agenzie si mantenevano vendendo manuali e bollettini di informazione settimanali agli investitori. Quindi le agenzie non avevano vantaggi istituzionali rispetto a potenziali nuovi concorrenti, i conflitti di interesse non esistevano, almeno in apparenza, e accuratezza e tempestività delle valutazioni erano essenziali per la competizione sul mercato. In breve, nel 1929 l’attività di valutazione seguiva il modello di mercato puro che molti economisti giudicano ideale. E’ quindi interessante domandarsi se funzionasse. Quanto accurati erano i ratings?  In quale misura le agenzie sono riuscite ad individuare in anticipo (con un rating basso) i titoli di emittenti poi fallite? Un recente articolo di Marc Flandreau, Robert Gaillard e Frank Packer ( “To err is human: US rating agencies and the interwar foreign government debt crisis” European Review of Economic History, 15 (2011) pp.495-538) risponde a queste domande. Considera i titoli di stato ed assimilati durante la Grande Depressione.  I risultati possono essere riassunti in cinque punti

i) il modello di assegnazione del rating era abbastanza simile a quello odierno, pur con una quantità di dati minore. Gli analisti consideravano più o meno le stesse variabili (ricchezza, livello di sviluppo, tasso di inflazione, indebitamento etc.).
ii) Le agenzie hanno correttamente individuato il deterioramento progressivo dell’affidabilità dei titoli anche prima del 1929, oltre che dopo il 1929 (ma non ci voleva molto).
iii) Esistevano notevoli differenze fra agenzie nei rating dei singoli titoli e nella capacità di prevedere il fallimento, assegnando il rating minimo con un sufficiente anticipo.
iv)  Nel complesso, la performance predittiva delle agenzie non è stata particolarmente buona. Per esempio Moody’s assegnava un rating abbastanza elevato (l’equivalente dell’attuale investment grade) a due terzi dei titoli degli stati che sarebbero falliti entro un anno.
v) I ratings avevano un potere predittivo analogo se non inferiore ai prezzi di mercato, che gli autori trasformano nell’equivalente di ratings.  Le agenzie predicevano peggio del mercato i fallimenti l’anno successivo ed a tre anni di distanza, meglio con cinque anni di anticipo.

In breve le agenzie indipendenti e senza ruolo istituzionale degli anni Trenta non sono riuscite a prevedere correttamente i defaults dei debiti sovrani, così come le agenzie attuali non hanno avvertito gli scricchiolii nel 2007-2008. Certo, il  compito delle prime era era più difficile, data la gravità molto maggiore della crisi, e la minore quantità di dati e le conoscenze tecniche. Però l’esperienza storica suggerisce una certa cautela prima di attribuire gli errori delle agenzie alla nequizia umana e quindi ad attribuire poteri miracolistici ad una (eventuale) eliminazione dei conflitti di interesse. Prevedere il futuro sui mercati finanziari è un lavoro difficile (ma qualcuno deve farlo).

Giovanni Federico per noiseFromAmerika