Uguali a chi?

 Posted by on 7 Novembre 2011  Add comments
Nov 072011
 

Ancora una volta il sottosegretario Carlo Giovanardi ci fornisce uno spunto di riflessione. Suo malgrado, naturalmente. Un esilarante Crozza-Marzullo lo ha intervistato insieme a Livia Turco nella prima puntata di Italialand. Un’intervista tutt’altro che seria  in cui Giovanardi ha mostrato un’ironia inaspettata. Che poi non brillasse di arguzia è un altro paio di maniche, ma abbiamo almeno apprezzato uno sforzo che la collega del Pd non ha neanche provato a fare, troppo tesa nel fare propaganda al suo partito anche in un salotto comico come quello offerto da La7.

Ma veniamo al dunque. Crozza-Marzullo chiede a Giovanardi: «Se lei avesse un figlio gay, riuscirebbe a comprendere il suo dramma, cioè essere figlio di Giovanardi?». E Giovanardi, stando al gioco: «Gli direi “fattene una ragione”». Ma poi, convinto che gli sia stata offerta l’occasione per riscattare la sua nota fama di omofobo, aggiunge: «Per me i gay sono uguali agli altri, e loro invece insistono per essere diversi». La facile domanda “diversi da chi?” non fa parte del canovaccio e resta lì, inespressa ma sospesa nell’aria. Non volendo, Giovanardi ha aperto una questione complessa, che va ben al di là dei gay perché riguarda chiunque non si adatti a un modello che altri hanno scelto per lui.

I gay rappresentano una minoranza. E, come tutte le minoranze, in Italia sono soggetti a due livelli di discriminazione: il primo è quello del pregiudizio, il secondo quello della legge. Ovvio che non tutte le minoranze siano intrappolate dentro gli stessi canoni sociali e legislativi di “diversità”. Le donne, ad esempio, sono discriminate sul lavoro sia in termini di percentuale di occupazione sia di entità della retribuzione, ma teoricamente non è  impedito loro di svolgere una mansione o di guadagnare più dei loro colleghi maschi. Eppure, anche loro si sentono “diverse”, semplicemente perché non sono considerate “uguali”. Le coppie di fatto non sono “uguali”, perché legislativamente non esistono. Gli stranieri residenti non sono “uguali”, perché non votano. Gli atei non sono “uguali”, perché con le loro tasse pagano un’istituzione che non li rappresenta. I valdesi, i musulmani, i testimoni di Geova, gli ebrei non sono “uguali”, perché nelle scuole statali non è previsto l’insegnamento della loro religione. E anche gli omosessuali sono e continuano a essere diversi, perché oltre a subire un pregiudizio che spesso degenera in violenta intolleranza, non possono, legge alla mano, sposarsi con la persona con la quale hanno scelto di dividere la vita, un diritto che hanno tutti gli altri cittadini.

Considerare “uguali” fasce di persone che nei fatti non lo sono significa da una parte continuare a ignorarne le istanze (vedi coppie di fatto, discriminazioni sessuali/religiose), dall’altra continuare a strumentalizzarne la diversità per favorirne l’emarginazione. Un esempio tra tutti ce lo ha fornito lo stesso Giovanardi con l’ormai famosa pubblicità Ikea che ritraeva due uomini per mano. Un uomo “uguale” non terrebbe mai per mano un altro uomo, bensì una donna.  Ecco qual è la colpa delle minoranze italiane: insistere per essere “diverse”. E pretendere che i loro diritti siano riconosciuti assieme ai diritti degli “uguali”. Ma qui il tema si allarga, investendo il concetto stesso di democrazia. Il governo è del popolo se tutti i cittadini sono rappresentati. Se i diritti di ognuno, nel rispetto della Costituzione e della libertà degli altri, sono riconosciuti. In questo senso, l’Italia assomiglia molto più a una oligarchia che a una Repubblica democratica in cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (Costituzione italiana, articolo 3).

La diversità non è remissione ma guadagno. Legislativo, sociale, culturale. È l’omologazione semmai, il concetto stesso di normalità, tanto tranquillizzante quanto perniciosamente soggettivo, ad essere fonte di storture in un sistema democratico. Oggi Giovanardi e tanti suoi miopi compari si ritengono “uguali”, vale a dire “normali”. Mutatis mutandis, un domani potrebbero non esserlo più. In questo remoto scenario, solo la considerazione delle diversità, scevra da quel giudizio morale che non compete al legislatore, potrebbe garantire loro di essere rispettati. Un concetto un po’ troppo complesso per gran parte della nostra classe politica, che sui diritti dei “diversi” per razza, religione o sessualità gioca intere campagne elettorali.

fonte: Cecilia M. Calamani per Cronache Laiche

  One Response to “Uguali a chi?”

  1. Intanto le università cristiane stanno iniziando a chiedere certificati di “non omosessualità”: link. La lotta alle discriminazioni è ancora molto lunga…

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