Dodici mesi con noi

 di - 31 dicembre 2011  Commenta »
dic 312011
 

Si chiude anche questo 2011. Vogliamo, così come facemmo lo scorso 31 dicembre, ripercorrere l’anno che si conclude riproponendo dodici post, uno per ciascun mese. Alcuni di essi sono tratti tra quelli più letti, linkati o condivisi, altri sono quelli a cui siamo più “legati”.

Vi ringraziamo per averci seguito anche in questo, per molti aspetti, anno horribilis augurandovi ( e augurandoci) un felice e sereno 2012.

Jeremy A. Brady, Ottavina Reale, Brunilda, Theo Stephanides, Anatolyi Groshenko, Umana, Jaques M. Hotteterre, Umana, Zucker & Zucker, Steve McCroskey.

GennaioLo Zen e l’arte del giornalismo di regime

FebbraioTestosterone e vecchi merletti

MarzoE’ la stampa, Bellezza

AprileConversioni Superstar

MaggioUna bugia al giorno leva la Moratti di torno

GiugnoLa resa dei conti sull’acqua pubblica

LuglioAi Morti della Norvegia

AgostoIo sono lo Stato

SettembreSi, è un Bad Day

OttobreDennis chi?

NovembreRitorna Carosello

DicembreBoris e l’autoboicottaggio RAI

 

 

dic 302011
 

Nei giorni di festa i palinsesti televisivi programmano uno dietro l’altro i grandi classici di Natale o comunque film per famiglie. La Disney va per la maggiore su qualsiasi canale. Non so se sia previsto quest’anno, ma sicuramente uno degli intramontabili Disneyani rimane senza dubbio Pomi d’ottone e manici di scopa, capace di affascinare bambini di ogni generazione con la sua commistione fra cartone animato e tradizionale pellicola. La partita di calcio fra la squadra del re degli animali e la squadra blu ancora oggi non smette di farmi quantomeno sorridere, mentre qualsiasi bambino non può non rimanere affascinato dalla battaglia finale fra le armature medievali e i soldati tedeschi. Ma è proprio questa parte della trama (non presente nel racconto originale di Pamela Lyndon Travers) a focalizzare l’attenzione del mio ragionamento.

Il film esce nel 1971.Gli Stati Uniti sono impantanati sul fronte vietnamita da oltre 7 anni. Prima del graduale disimpegno, che inizierà solamente due anni più tardi, Nixon è ancora impegnato nei bombardamenti a tappeto di Cambogia, Laos e Vietnam; in America Latina ogni colpo di Stato capace di rimuovere la minaccia comunista viene appoggiato e finanziato. I pacifisti guadagnano sempre più favori nell’opinione comune. Come avvenne per la Seconda Guerra Mondiale,  bisogna trovare un mezzo attraverso il quale veicolare alla popolazione il messaggio dell’interventismo bellico contro qualsiasi nemico americano, contro il Male e il suo regno del Terrore. Negli anni ’40 Hollywood, da sempre caratterizzata per l’origine ebraica dei suoi produttori, corse ad attingere a piene mani dal filone bellico per convogliare il messaggio che fermare il dominio nazista era dovere di ogni uomo di questa terra, soprattutto se credente. Why we fight titolava didascalico Franck Capra. Forse però Il Sergente York rimane in questo senso uno dei film maggiormente esemplari. Così come è significativo come persino i cartoni animati Disney si arruolarono per sconfiggere i tedeschi e i giapponesi, coinvolgendo gli stessi bambini nella campagna mediatica imperante sugli schermi cinematografici.

Trent’anni più tardi però la situazione ad Hollywood è radicalmente cambiata. I “comunisti” sono sopravvisuti agli anni del maccartismo e gli ebrei non vedono niente di positivo o di loro interesse nello scontro asiatico. Walt Disney, anch’esso ebreo, è morto da cinque anni, ma la sua visione di un mondo capace di unirsi per portare avanti una guerra sacra, una crociata, contro le forze del “Male” è ancora vivo negli Studios. Così ecco come nel film Pomi d’ottone e manici di scopa venga nuovamente inserito un messaggio di interventismo bellico, perché, come ci insegna Emelius Browne (e come insegna ai bambini protagonisti della pellicola), un uomo, quando vede la propria patria minacciata (l’America assediata dal “pericolo rosso” come l’Inghilterra dai nazisti), deve essere capace di mollare la propria casa, la propria vita, la donna che ama, per arruolarsi o comunque combattere per il paese. Tutti quanti devono dare il proprio contributo. E allora a questo punto uno si chiede: ma ha ancora senso programmare un film dichiaratamente bellico in periodo natalizio?

Portobello road…..

Portobello road….

dic 292011
 

La blogger egiziana Aliaa Magda El Mahdy, che suscitò scalpore per aver postato sul suo sito foto di nudo come provocazione contro l’integralismo islamico, ora rilancia.

Aliaa – che si è dichiarata atea, femminista, vegetariana e liberale -, ha ora promosso sul suo blog una mobilitazione contro l’imposizione del velo islamico. Ha invitato le donne cui è stato imposto il velo e che l’hanno tolto e quelle che vorrebbero toglierlo ad inviare le proprie foto, da pubblicare. Spronandole a raccontare le proprie storie personali, per trovare il coraggio di uscire dalla cappa di tradizionalismo.

In molti paesi islamici, come emerge anche da questi racconti, il velo viene spesso imposto dalle famiglie alle giovani, oppure queste lo mettono per tradizione e per non essere escluse socialmente.

A sostegno della sua prima iniziativa, alla fine di novembre si sono schierate al suo fianco quaranta donne israeliane che hanno manifestato nude dietro uno striscione che recitava ” Love without Limits. Homage to Aliaa El Mahdy. Sisters in Israel”.

 

dic 282011
 

Durante l’anno abbiamo ricordato, in occasione dell’anniversario della loro morte, i musicisti scomparsi: Freddy Mercury e George Harrison su tutti. Ma anche Band, come i REM , che nel corso del 2011 hanno deciso di cessare la loro attività artistica.

Stereogum, uno dei migliori siti musicali, ha realizzato un video nel quale sono ricordate le Band che hanno deciso, per un motivo o un altro, di attaccare la chitarra al chiodo. Buona visione… con un pizzico di malinconia.

Un’ Utopia reale

 di - 27 dicembre 2011  Commenta »
dic 272011
 


“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo”, scriveva Oscar Wilde. L’Islanda è passata da portabandiera del capitalismo tardivo a progetto di democrazia reale. Dunque possiamo tranquillamente affermare che una carta che non contiene Utopia non soltanto è indegna di uno sguardo, ma oggi sarebbe anche inesatta. Il faro di Utopia, che piaccia o meno agli onnipotenti mercati, ha cominciato a inviare segnali d’allarme al resto d’Europa.

L’Islanda non è l’isola di Utopia. Come sappiamo fin troppo bene, non c’è posto per i regni di libertà nell’impero del necessario creato dal capitalismo. Ma è comunque il segno di un’assenza, nonché la prova che il capitale non è depositario della verità inconfutabile, anche se aspira a controllare tutte le carte geografiche del mondo.

Con la decisione di porre fine alla spirale tragica dei mercati, l’Islanda ha creato un precedente in grado di minacciare il dominio del capitalismo tardivo. La piccola isola nordica, sul punto di realizzare qualcosa che credevamo del tutto inimmaginabile, non è ancora sprofondata nel caos, almeno non ancora. Anche se le informazioni arrivano col contagocce: dell’Islanda non sappiamo pressoché nulla, mentre siamo bombardati dai dettagli sul caos che ha travolto la Grecia e sui prestiti che è stata costretta a chiedere.

Perché l’Islanda non interessa ai media? In fondo il loro compito dovrebbe essere quello di raccontarci ciò che accade nel mondo.

Fino a oggi è sempre stato il potere a decidere ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che possiamo e non possiamo pensare e fare. Nelle mappe cognitive che ci aiutano a conoscere il mondo ci sono sempre stati spazi oscuri dove si trova la barbarie che consolida il domino delle élite. L’esistenza di queste zone cieche sulle carte va di pari passo con l’eliminazione dell’avversario, l’isola di Utopia. Come scriveva Walter Benjamin, “Non c’è mai documento di cultura che non sia, nello stesso tempo, documento di barbarie”.

Le élite, assecondate dai teologi e dagli economisti, definiscono ciò che è reale e ciò che non lo è. Indicano ciò che è realista e in accordo con la loro definizione di realtà, e bandiscono ciò che non lo è, definendolo un’aberrazione del pensiero. In sostanza ci ordinano cosa fare e pensare. Questa è la loro missione, e l’hanno sempre portata avanti grazie allo strumento fondamentale del potere e della violenza: il concetto di necessità. Bisogna fare sacrifici, ci ripetono con aria sofferente. Altrimenti sarà la catastrofe. La logica del capitalismo tardivo ha in sé qualcosa di perversamente hegeliano: tutto ciò che è reale è necessariamente razionale, e vice versa.

Nel gennaio del 2009 il popolo islandese si è ribellato contro questa logica. Gigantesche manifestazioni pacifiche hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L’Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.

Nell’autunno del 2009, in seguito a un referendum d’iniziativa popolare, l’Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell’aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l’ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.

Punto di fuga

Immaginare che il mondo sia una tragedia greca, dove la ruota del destino (o del capitale) continua a girare senza tenere conto del fattore umano, significa negare la realtà. Non possiamo dimenticare che questa ruota è manovrata da esseri umani. Tutto ciò che possiamo concepire come possibile è reale, tanto quanto lo è ciò che i mercati ci impongono. Ritrovando l’immaginazione e l’arte del possibile, l’Islanda ci ha mostrato che esiste un’alternativa alle necessità pantagrueliche del capitalismo. Non ci resta che rispondere all’appello, e vedremo chiaramente la trappola che ci è stata tesa. Dicono che non c’è alternativa. Ma tutta questa gente che ci chiede di fare sacrifici ha almeno dato un’occhiata alla mappa del mondo?

L’Islanda è la prova che la nostra cartografia è più complessa di quanto ci dicono, che è possibile dominare il reale, e che in questo dominio risiede il principio di libertà e di necessità. L’Islanda non è un modello, ma una delle possibilità del diverso. Il tentativo del popolo islandese di costruire l’avvenire con la volontà e l’immaginazione ci mostra la luce dell’alternativa. E la possibilità di un’alternativa sostenuta da una moltitudine è reale tanto quanto la necessità tanto cara al capitale.

Gli islandesi hanno deciso di impedire al futuro di seguire la ruota tragica della necessità. Gli altri popoli sono ancora disposti a tollerare che la realtà venga decisa dal capitale? Davvero vogliamo che il futuro, l’immaginazione e il possibile siano ostaggio delle banche, dei grandi gruppi e dei governi che continuano a dire che stanno facendo tutto il possibile?

Tutte le mappe dell’Europa dovrebbero avere nell’Islanda un punto di fuga, e dovrebbero essere costruite con la certezza che il possibile è reale tanto quanto il necessario. La necessità è solo una delle opzioni. Esistono alternative. L’Islanda ce l’ha ricordato proclamando che l’immaginazione fa parte della ragione. È alla moltitudine che spetta definire ciò che è reale e realista, utilizzando gli strumenti della possibilità e della differenza. In questo modo non ci limiteremo a consolare i sognatori, ma faremo parte di quella parte del mondo che il capitale vuole cancellare. L’esistenza di Utopia dipende da questo. E con essa il concetto di una vita degna di essere vissuta.

fonte: Pùblico – trad.: Presseurope

dic 262011
 

Ad eccezione del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno, ricorrenze laiche per eccellenza, le festività del calendario sono tutte religiose. Molte lo sono diventate nel corso dei secoli, quando il cristianesimo prima e la Chiesa cattolica poi si sono appropriati di antiche festività e riti pagani come strumento per sradicare i culti politeisti preesistenti, evangelizzare le popolazioni, uniformare ed estendere il proprio potere.

Il Natale non fa eccezione, perché deriva dalla celebrazione del solstizio d’inverno oggi convenzionalmente fissato il 21 dicembre. Il solstizio è il momento dell’anno cui corrisponde, a causa della posizione che il sole assume rispetto al piano equatoriale, la notte più lunga e il giorno più corto. Questo fenomeno nell’antichità veniva interpretato in chiave religiosa: il sole, giunto al minimo della sua potenza, sembrava improvvisamente rinascere, riconquistava le tenebre e diventava invincibile. Ed ecco che in quei giorni i Romani festeggiavano il Sol Invictus (sole invincibile), gli Egiziani la nascita di Horus, gli Indopersiani quella di Mitra, i Siriani quella di El  Gabal, i Greci quella di Helios. Ma l’elenco delle divinità celebrate nel mondo durante il solstizio d’inverno è lunghissimo, a indicare come il culto del dio Sole fosse radicato in tutte le civiltà.

Fu Aureliano il primo imperatore romano a istituire ufficialmente il 25 dicembre la festa del Sol Invictus, nel 274. Costantino poi, nel 330, trasformò la ricorrenza in festa cristiana facendovi coincidere la nascita di Cristo, fino ad allora festeggiata in date diverse a seconda del luogo (ma più diffusamente il 6 gennaio, giorno in cui poi venne celebrata l’Epifania). E fu sempre Costantino a cambiare nome all’ultimo giorno della settimana, che da dies solis (giorno del sole, significato che ancora rimane nell’inglese sunday e nel tedesco sonntag) diventò dies domini (giorno del Signore).

Nonostante l’ufficializzazione della data di nascita di Cristo, il culto del dio Sole rimase ben radicato persino nelle popolazioni cristiane. Così scriveva nel 460 papa Leone Magno: «E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di San Pietro, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana». Ci vollero la soppressione del culto di Mitra, le persecuzioni dei riti politeisti e i decreti di Giustiniano sulla chiusura dei tempi pagani per far sì che il Natale si affermasse lentamente – e per editto – come  festa cristiana in tutto l’Impero.

fonte: Cronache Laiche

Vogliamo vivere!

 di - 24 dicembre 2011  Commenta »
dic 242011
 

Facciamo un salto indietro nel tempo, 1942, l’Europa assiste inerme all’espansione nazista; esce in America la commedia Vogliamo vivere!, titolo originale To Be or not To Be, dirige Ernst Lubitsch per una sceneggiatura scritta a sei mani dallo stesso Lubitsch insieme a Edwin Mayer e Melchior Lengyel. Tutti di origine tedesca.

Una compagnia teatrale di Varsavia vede censurarsi uno spettacolo satirico su Hitler per l’arrivo dell’occupazione tedesca. Al suo posto è obbligata a portare in scena Amleto; d’altronde il monologo to be or not to be è uno dei preferiti dell’istrionico ed egocentrico attore principale della compagnia, Joseph Tura, il quale però non sa che la moglie, serata dopo serata, riceve nel proprio camerino, durante il suo pezzo, un corteggiatore dell’aviazione polacca.

Proprio a causa del giovane amatore, la compagnia teatrale si troverà coinvolta in una missione di controspionaggio: fermare una spia nazista che, sotto la falsa identità del professore universitario Siletsky, più volte schieratosi a favore della Resistenza polacca, sta per svelare alla Gestapo i nomi e i rifugi dei parenti degli stessi “ribelli”.

Vogliamo vivere! è il secondo film di Lubitsch dedicato alla Guerra Mondiale; diventato simbolo della commedia sofisticata, in contrapposizione con la commedia romantica e un po’ fiabesca di Capra, il regista tedesco, di origine cecoslovacca, altra nazione sotto il giogo teutonico, dirige una delle pietre miliari della storia del cinema per costruzione della storia e delle scene.

In Vogliamo vivere! tutto è doppio; una prima volta viene rappresentato nella sua forma disinnescata, innocua, naturale; la seconda volta costituisce un’ “arma” per sconfiggere e raggirare le SS. E le armi a disposizione di una compagnia teatrale sono semplicemente i costumi di scena, i copioni e la recitazione. Così, per esempio, un vestito di scena può diventare l’abito di una serata elegante col gerarca di turno nel tentativo di carpire qualche informazione utile, oppure tutti gli elementi dello spettacolo satirico su Hitler (ne assistiamo durante l’incipit alle prove) vengono utilizzati per raggirare i vertici in capo dell’esercito tedesco in Polonia, un esercito descritto come un branco di pecoroni, un po’ maniaci (il colonnello “Concentrone”, fiero del proprio soprannome, poiché tutti gli invidiano i suoi amati campi di concentramento), capaci di cadere in un’estasi cultuale di fronte al loro fuhrer.

Vogliamo vivere! esce quando le leggi verso gli ebrei, gli oppositori e le altre minoranze sono già state emanate, si conoscono le dislocazioni dei campi di concentramento ma si credono ancora semplici campi di prigionia. Le sue battute possono apparire oggi fuori luogo, all’epoca furono un coraggioso attacco e una forte denuncia, seppur coi toni leggeri della commedia, in un paese, quale gli Stati Uniti, che ancora ignorava e si disinteressava della Germania nazista. Il monologo di Shylock da Il mercante di Venezia, può volte ripreso nel testo come occasione perduta, diventa la più forte accusa mai espressa dal mondo hollywoodiano nei confronti di quello che per anni, sul grande schermo, diventerà, coi propri alleati, il nemico da sconfiggere, il male da annientare. 

dic 232011
 

Mettiamola così: proviamo a chiedere alla nostra banca un consistente prestito al tasso d’interesse dell’1% e senza dover produrre nessuna documentazione che attesti l’uso che faremo del danaro.

Pura fantascienza per noi “soliti noti”. Ma non è fantascienza per le banche. La BCE – Banca Centrale Europea ha infatti elargito loro un finanziamento di 489 milioni di euro, prima trance dei 2.000 miliardi previsti. Le banche italiane – sempre pronte alla stretta creditizia nei confronti della piccola-media impresa e del cittadino comune – hanno partecipato massicciamente all’asta accaparrandosi il 23% del denaro offerto, ovvero 116 miliardi.

Questo denaro – denaro dei cittadini comunitari, ricordiamolo -  viene letteralmente regalato per due motivi. Il primo perchè l’inflazione nell’ambito dell’eurozona è nettamente superiore all’1%. Il secondo motivo perchè non  è stato richiesto alle banche l’uso che faranno del denaro graziosamente ricevuto a costo zero.

Poi si comprende perchè la gente ha un’immagine  dell’Unione Europea dominata dalle banche e alla finanza speculativa.

Morire per informarci

 di - 22 dicembre 2011  Commenta »
dic 222011
 

L’ONG svizzera Press Emblem Campaign (PEC) ha pubblicato il suo rapporto annuale. Secondo l’Organizzazione sono almeno 106 i giornalisti che sono stati stati uccisi nel corso del 2001 in 39 paesi.

Le rivolte nel mondo arabo hanno contribuito in maniera pesante a questo triste bilancio. Secondo Radio France International, infatti, sono venti i giornalisti periti durante i disordini, mentre oltre un centinaio sono stati i lavoratori dei media sottoposti a violenze durante le rivolte in Egitto, Libia, Siria, Tunisia e Yemen.

Ma, come nel 2010 del resto, è il Messico a detenere la palma del paese più pericoloso per i professionisti dell’informazione ( e per i Blogger, N.d.T.). Secondo l’ONG svizzera sono ben dodici i giornalisti assassinati da gennaio nel paese centro-americano. Questa triste graduatoria vede il Pakistan al secondo posto con undici morti seguito  dall’Iraq dove sono stati uccisi sette giornalisti.

Il rapporto afferma inoltre che in ben due casi su tre  i giornalisti sono stati deliberatamente uccisi.

Lo scorso anno furono 105 i giornalisti uccisi durante lo svolgimento della loro professione.

fonte: Le Monde Blogstrad.: Minitrue