Un mondo senza padri e mariti

 Posted by on 8 Dicembre 2011  Add comments
Dic 082011
 

Per il popolo dei Moso la famiglia è importante. Talmente importante da proteggerla mettendo al bando il matrimonio e la convivenza.

I Moso costituiscono una etnia millenaria che vive sull’ Himalaya, nella provincia cinese dello Yunnan, ai confini con il Tibet. La difficoltà di raggiungere quei villaggi sperduti a 2.700 metri di altezza li ha per secoli preservati da influenze esterne, mantenendo intatta un’ organizzazione sociale matrilineare, dove i ruoli fra i sessi sono complementari e mai gerarchici, dove i bambini sono patrimonio comune e gli anziani non sono mai abbandonati.I Moso sono una società egualitaria. Diversamente da quello che accade da noi, però,  sono le femmine a trasmettere il nome e i beni. Tutti i discendenti dal ramo materno – uomini e donne, adulti e bambini – vivono insieme nella stessa casa e si proteggono, si aiutano e si sostengono. Questa è la “famiglia”, che per i Moso è sacra ed è la base inviolabile della società.

Come funziona tecnicamente? Al raggiungimento dell’età adulta i maschi hanno, fra gli altri, il compito fondamentale  di vigilare su tutti i componenti del nucleo familiare, e su tutti i bambini che vi nascono.  La sera i maschi continueranno a dormire nella stanza comune. Oppure passeranno la notte presso un altro nucleo familiare, nella stanza della donna che vorrà accoglierli. Infatti, la femmina in età adulta riceve, nel corso di una cerimonia suggestiva, la chiave della sua stanza, che da quel momento diventa suo santuario personale. In quel luogo potrà accogliere per la notte il compagno scelto ogni sera durante la danza rituale. Potrebbe trattarsi di un compagno nuovo ogni volta. Oppure sempre dello stesso, perché anche presso i Moso l’amore esiste, come dappertutto. Esistono relazioni stabili, basate sul rispetto e l’affetto reciproci. Semplicemente, viene separata la vita familiare dalla vita amorosa: per i Moso, anche dal punto di vista linguistico, non esiste l’idea del “mettere su famiglia” quando due giovani si piacciono. La relazione amorosa si basa sulla formula “io ti amo ma non sono tuo, tu mi ami ma non sei mia”. All’interno di questa formula, il concetto di appartenenza all’altro viene annullato, la violenza coniugale è sconosciuta, la gelosia derisa come un’aberrazione. Viene invece garantita la protezione di ogni singolo individuo, che mai sarà manchevole di una casa, di una identità sociale, di un nucleo familiare che si prende cura di ogni figlio che viene al mondo.

Dal nostro punto di vista occidentale siamo abituati a pensare che quello che succede nel grande (la politica, la società, il governo), sia lo specchio di quello che succede nel piccolo (a casa nostra, in famiglia, nel luogo di lavoro). Allora, che cosa ci possono insegnare i Moso?

Per esempio ci insegnano che può esistere un sistema che non produce quei conflitti e quelle violenze fra i sessi che da noi comunemente vengono attribuiti alla “natura umana”. I Moso hanno inventato un modello sociale che li mette al riparo dalla violenza, dal meretricio, dalla prostituzione, dalla corruzione sessuale. Noi italiani in particolare dovremmo riflettere sul fatto che presso un popolo in cui non c’è nulla da vendere – e quindi non c’è nulla da comprare –  niente dell’immondizia che ha caratterizzato la nostra politica negli ultimi anni sarebbe mai potuta accadere.

I Moso sono una fucina di idee pericolose: non desta stupore il fatto che a partire dalla Rivoluzione Culturale il governo cinese maoista abbia imposto il matrimonio come forma di controllo sociale. La “normalizzazione” non è forse il primo cardine del processo di annullamento di una cultura?

Fra alterne vicende i Moso sono sopravvissuti fino a noi. Dagli anni Novanta però, il loro luogo di origine è facilmente raggiungibile da turisti e curiosi, con un proliferare di viaggi organizzati che offrono visite guidate a quello che, con marketing pruriginoso e in palese malafede  e’ stato definito il “paese della promiscuità sessuale”.

E’ probabile che ai Moso non resti molto tempo: dove non è riuscito il maoismo riuscirà la globalizzazione, e forse questa cultura è  destinata ad estinguersi nel tempo di un sospiro. A noi resta il privilegio di averli conosciuti. E ci resta la gratitudine verso quei viaggiatori che ci hanno fatto conoscere la loro storia.

In lingua italiana, è fondamentale la testimonianza di Francesca Rosati Freeman che nel 2010  ha pubblicato la sua testimonianza dal titolo “Benvenuti nel paese delle donne” per le edizioni XL.

Qui il video.

  One Response to “Un mondo senza padri e mariti”

  1. […] pubblicato la sua testimonianza dal titolo “Benvenuti nel paese delle donne” per le edizioni XL.http://minitrue.it/2011/11/un-mondo-senza-padri-e-mariti/  0 CommentiPuoi essere il primo a lasciare un commento.Lascia un commento Fare clic per […]

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