gen 312012
 

“Schettino” suonava come un insulto italiano prima ancora che lo sventurato capitano della tragica Costa Concordia giungesse alla nostra attenzione. Soffermandoci a notare l’improbabilità che egli riceva un processo giusto, essendo stato già condannato sia dai media sia dai dirigenti della Costa, bisognerebbe anche ricordare che alle famiglie delle numerose vittime è stata distrutta la vita. Non essendo inglesi, qui sono state dimenticate tutte.

I media del Regno Unito sono infatti caduti nella stereotipizzazione di uno di quei pochi gruppi etnici che sembra sia ancora consentito deridere: gli italiani. Dopo giorni di “Capitan Codardo” e l’atteggiamento “da macho mediterraneo” di questo “Lotario”, il titolo in prima pagina sul sito del Mail nel momento in cui scrivo è: “Schettino è un millantatore, uno spaccone, e ha guidato la Costa Concordia come una Ferrari”, afferma l’ex-capitano. Una Ferrari!

Eppure… c’è qualcosa di tipicamente italiano nei (ricordiamolo) presunti retroscena dell’incidente. Il fatto che il capitano di una nave gigante possa allontanarsi dalla propria rotta per navigare più vicino alla costa così da consentire al capo cameriere di salutare parenti e amici a terra concorre alla nostra idea di italiani esibizionisti e ossessionati con amici e famiglia.

Naturalmente, lo Schettino accusato di aver presumibilmente abbandonato la nave prima dei suoi passeggeri coincide con una nozione di italiano codardo che io non condivido, sapendo dell’indescrivibile coraggio dimostrato dai miei parenti durante l’invasione dei tedeschi in guerra. Si veda anche la nostra storia sul coraggio dei sommozzatori che hanno rischiato la loro vita alla ricerca dei sopravvissuti.

Per me, la vera voce dell’Italia si percepiva nel rimprovero fatto a Schettino dalla guardia costiera inorridita. Ora è immortalata su una T-shirt con quella dose di umorismo nero tipicamente italiano: “Vada a bordo, cazzo” (in italiano nel testo, N.d.T.). Lascio a voi tradurlo come meglio credete. Auguri. (in italiano nel testo, N.d.T.).

fonte: Stefano Hatfield editor of the “i-newspaper” – original i Editor’s letter “The true voice of Italy

gen 302012
 

Sette mesi sui sessanta promessi. Tanto è durato l’impegno con gli elettori di Letizia Moratti.

Eppure l’ex sindaco di Milano era stata categorica quando, a giugno scorso, confermò la sua permanenza in Consiglio Comunale per tutta la legislatura. “Resterò cinque anni in consiglio comunale per spirito di servizio alla città e ai milanesi che mi hanno eletto“. Queste furono le sue parole pronunciate dopo la sconfitta elettorale subita per opera di Giuliano Pisapia.

Adesso la Moratti parla di “Decisione sofferta ma lungamente ponderata, in questi mesi ho intrapreso un’intensa attività nel sociale in una realtà che la mia famiglia segue ininterrottamente da oltre trent’anni; un impegno che si è progressivamente accentuato e che giorno dopo giorno ha assorbito le mie energie e il mio tempo, tenendomi sempre più spesso lontana dal lavoro del consiglio comunale“.

Ecco, otto mesi dopo lo spirito di servizio promesso con tanto senso civico ai milanesi si trasferisce alla comunità di san Patrigano, luogo della sua nuova intensa attività.

Una Moratti sociale che ci auguriamo sia più coerente rispetto alla Moratti politica.

gen 292012
 

Starship Troopers è stato forse il film meno capito dall’industria cinematografica. In molti l’hanno preso troppo sul serio trasformandolo in un semplice e puerile film di fantascienza, recitato male, con una storia assurda, destinato ad un pubblico di nerd che ne hanno poi potuto apprezzare i sequel da videocassetta. In realtà Starship Troopers è una gigantesca presa in giro degli Stati Uniti.

La Terra, unificata sotto il comando degli americani, rivolge le proprie mire espansionistiche verso l’universo; trova una razza inferiore, gli insetti, pronta ad essere schiacciata con un semplice stivale, ma che invece si rivela inaspettatamente avversario molto più ostico e disposto a tutto pur di resistere all’invasione (e qui ovviamente si sente puzza di Vietnam), arrivando a sparare missili dal sedere, quasi in segno di scherno all’onnipotenza umana.

Caratterizzazione molto probabilmente sgradita a molti è la trasformazione della democrazia americanca in una dittatura militaresca classista e filonazista (le divise degli ufficiali ricalcano le uniformi del Terzo Reich), dove la cultura del fisico domina sul cervello e dove la popolazione viene divisa in civili e militari. Solo col servizio militare si può ottenere la cittadinanza e quindi una serie di privilegi negati ai semplici civili, perché solo col servizio militare si può aiutare la propria Terra: “Io faccio la mia parte. E tu?”. Eppure quando si muore si è solo delle semplici unità.

Rientrano in questa allegoria anche i mass media, con i telegiornali che ripropongono una versione stereotipata del Why we fight capriano degli anni ’40 ed incitano la popolazione, uomini, donne e bambini, ad entrare in guerra. Gli inviati di guerra delle missioni del Golfo/Vietnam, in prima linea insieme ai soldati, vengono qui ripresi nella loro più totale idiozia di catturare giornalisticamente la realtà nel suo evolversi. I cronisti non abbandonano il campo di fronte agli insetti fino a farsi mangiare e dilaniare; i cameraman non staccano mai l’inquadratura, persino nel riprendere il cronista mangiato, fino a farsi infilzare a loro volta perché da casa “si vuole sempre sapere di più”.

Il nemico raggiunge poi la Terra, attraverso un meteorite, da sempre simbolo della minaccia dell’estinzione della vita (un anno più tardi, due film avranno il meteorite come protagonista, Armageddon e Deep Impact), ma anche del suo cambiamento. E infatti ecco come la guida dell’esercito passi nelle mani di una donna e all’orizzonte si affacci una filosofia di vita (un po’ zen, un po’ panteista, un po’ new age) dove il cervello inizia ad essere preso in considerazione grazie anche alle sue capacità paranormali. E puntualmente si scopre che a questo traguardo gli alieni c’erano arrivati già da un pezzo, ma alla fine dei conti noi siamo solo barbari, quindi tanto vale dare una bella trapanata al cervello di un insetto e provare a capire come funziona.

Se Starship Troopers fosse uscito negli anni ’60,’70 o nel decennio scorso, staremmo parlando di un nuovo M.A.S.H. Uscendo nel ’97, in un periodo di insolita tranquillità per la politica estera americana, finì ben presto nel dimenticatoio.

gen 282012
 

 

C’è un modo per verificare quanto sia differente il modo di comunicare una notizia da parte della stampa italiana rispetto a quella estera. Il metodo, molto semplice, è quello di prendere la medesima notizia e confrontarla.

Lo abbiamo fatto prendendo quella riguardante la scoperta (che scoperta recente non è) dell’inclinazione del Big Ben di Londra e di alcune crepe riscontrate nello stesso.

La notizia è stata riportata dai due maggiori quotidiani nazionali: La Repubblica e il Corriere della Sera.

Titola La Repubblica:

“Big Ben: Pazza idea a Londra. Restauri troppo cari: vendiamolo ai russi”.

Così invece il Corriere della Sera

“Londra pensa di vendere il Parlamento. L’edificio di Westminster rischia il crollo e ristrutturarlo costa un miliardo di sterline e i deputati pensano di cederlo”.

Adesso facciamo il confronto. Prendiamo quella che, a buon diritto, può essere definita la più imparziale e sobria fonte del giornalismo britannico: la BBC. Riportiamo alcuni stralci tratti, appunto, da BBC News:

“Le crepe risalgono alla costruzione della Torre stessa”.

” Non c’è palazzo storico che non abbia crepe”.

“Il palazzo rimane strutturalmente stabile”.

“Nessun motivo di preoccupazione”.

“Nessuna riparazione verrà effettuata prima del 2020″.

 

 

 

gen 272012
 

Era il 27 gennaio 1945. L’Armata Rossa, che insieme agli Alleati stava liberando l’Europa dal nazismo, aprì i cancelli di Auschwitz. Per la prima volta il mondo comprese in tutta la sua dimensione la folle tragedia dell’Olocausto.

Per Aushwitz, e per gli altri 49 Campi di sterminio e di “lavoro”, passarono milioni tra Ebrei, Rom, Sinti, Oppositori politici, Omosessuali, Immigrati, Neri, Disabili, Disadattati, Testimoni di Geova, Prigionieri militari polacchi, russi, cechi considerati non prigionieri di guerra ma sottocategorie umane da sterminare

Alla fine furono oltre sei milioni coloro che furono sterminati dalla follia nazifascista.

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“. Primo Levi

 

Siate affamati

 di - 27 gennaio 2012  Commenta »
gen 272012
 

Il mondo dei gadget sessuali è vasto, tanto da soddisfare ogni particolare e curiosa esigenza. E non è un caso che nei tempi della comunicazione globale e della tecnologia a portata di tasca (anche nel senso delle dimensioni) il mondo dell’erotismo-fai-da-te faccia il salto di qualità: dalla vagina portatile all’iPad.

iPad come oggetto erotico? Si, certo. Un’azienda ha infatti prodotto un accessorio erotico maschile – una sorta di custodia – che si aggancia sul retro dell’iPad e che permette al maschio, in maniera del tutto “interattiva”, di raggiungere la tanto voluta auto-gratificazione attraverso i vari contenuti pre-caricati (fotografie, video, animazioni).

Beh, pensiamo che Steve Jobs non intendesse riferirsi a questo quando pronunciò “Stay hungry, stay foolish”.

gen 262012
 

Sentenza a dir poco rivoluzionaria quella emessa dal giudice tutelare Giuseppe Buffone del Tribunale di Varese. Il giudice, infatti, ha disposto che una paziente ricoverata in Ospedale possa ricevere le visite del suo cane. Cosa questa che, nell’ambito della Pet Therapy, già avviene da tempo in molti ospedali americani, francesi e britannici.

La signora in questione, ricoverata nella reparto lungodegenti per gravi patologie, aveva chiesto al personale ospedaliero di poter ricevere le visite del suo cane. La richiesta non è stata accolta in quanto il regolamento vieta, per motivi igienico-sanitari, l’accesso alle strutture ospedaliere ai cani e a ogni altro tipo di animale. La signora, giudicando lesivo il regolamento, ha inoltrato la sua richiesta al giudice tutelare di Varese che l’ha accolta creando, quindi, un precedente a cui potranno fare riferimento in futuro altri appellanti.

Il giudice ha emesso la sentenza centrandola su tre aspetti che, da oggi in poi, dovranno essere rivalutati: il “rispetto per tutte le creature viventi”, il “cambiamento della coscienza sociale” e  “l’evoluzione dei costumi”.

La sentenza, inoltre,  rimarca l’importanza del ruolo specifico che ha “il migliore amico dell’uomo” nell’economia sociale,  sottolineando “l’importanza di tali animali a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società”.

 

gen 262012
 

C’era una volta la regione con il più basso tasso di disoccupazione d’Italia. Un piccolo paradiso fatto di imprese fiorenti e di lavoro per tutti: così il Veneto ha costruito, anno dopo anno, la sua fortuna. Poi è arrivata la crisi: sono finiti gli ammortizzatori sociali e le aziende, una dopo l’altra, come un domino inarrestabile, hanno iniziato a chiudere i battenti. La percentuale di disoccupati ha raggiunto vette impensabili e le morti per assenza di lavoro si sono moltiplicate. Quella del piccolo paradiso felice per tutti è diventata una leggenda.

Stando alle rilevazioni provvisorie Istat, ad oggi il tasso di disoccupazione nel Veneto supera il 7% (il dato nazionale è dell’8,6%). Nel 2008 era del 3%. il dato è confermato dall’agenzia regionale “Veneto Lavoro” che il mese prossimo renderà noti i risultati del suo report trimestrale: una tendenza negativa che non accenna ad arrestarsi e che supera di gran lunga i record raggiunti nel 2009, all’acme vero e proprio della crisi. Soffre la produzione, causando una riduzione complessiva nell’impiego della manodopera. I settori più in affanno sono l’edilizia abitativa, il legno e l’arredamento. Ad oggi le industrie che hanno dichiarato lo stato di crisi sono complessivamente 457.

Gli ammortizzatori sociali sono agli sgoccioli. Aumentano i licenziamenti e diminuiscono le casse integrazione. Il sistema si piega incapace di ripartire dalle sue stesse ceneri. Imprenditori, operai, uomini che hanno fatto del lavoro la propria filosofia di vita si abbandonano alla disperazione, allargando le fila dei suicidi registrati nell’area del Nord est con particolare concentrazione proprio nel Veneto. Solo nei primi giorni di gennaio si sono registrati due suicidi a distanza di un giorno l’uno dall’altro. E prima a chiusura del 2011 non era andata meglio. Il presidente della Regione Luca Zaia l’ha chiamata “contabilità drammatica dei suicidi”. Per gli imprenditori la causa principale sarebbe la mancata riscossione dei crediti congelati dal patto di stabilità, che contribuirebbe in maniera sostanziale allo stato di crisi delle aziende. «I piccoli imprenditori sono stati lasciati soli, sono i più precari tra i precari» queste le parole del segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi.

Una crisi economica che riversa le sue conseguenze più dirette in ambito sociale, determinando tragici fenomeni di rottura e instabilità impossibili da controllare e difficili da arginare. I sindacati si interrogano sul loro ruolo e sulla necessità di una maggiore incisività che garantisca ai lavoratori e agli imprenditori tutto il supporto necessario, non solo da un punto di vista economico, ma anche esistenziale.

Intanto le percentuali crescono, il lavoro diminuisce e si muore; di non lavoro, di disperazione, di debolezza, raccogliendo miseria anche laddove la storia aveva seminato ricchezza.

fonte: Diritto di Critica

gen 252012
 

Della Costa Concordia e dei suoi protagonisti, nel bene e nel male,  è stato detto quasi tutto. Ma c’è un aspetto poco affrontato, ma non per questo secondario, che è quello relativo alle coperture assicurative della nave.

La Costa Concordia ha un valore stimabile intorno ai 400 – 500 milioni di euro e i risarcimenti, secondo uno studio dei Lloyd’s di Londra, potrebbero arrivare a toccare l’astronomica cifra di 3 miliardi di dollari. Va da sè che siffatte cifre sono impensabili per una singola compagnia assicuratrice. La Costa Concordia pare infatti assicurata con una ventina di Compagnie fra le quali spiccano, ovviamente, i Lloyd’s of London.

Chi sono i Lloyd’s.

Ma chi sono questi Lloyd’s di cui si sente parlare solo nel momento in cui una nave naufraga, perde il suo carico, crea danni all’ambiente o viene sequestrata? Ebbene i Lloyd’s of London (questo l’esatto nome) non sono una compagnia assicurativa nel senso comune del termine, bensì una corporazione la cui nascita risale a circa trecento anni fa.

Attualmente la loro sede è situata in Lime Street, nella City, ma fin dal 1691 i capitani delle navi, gli armatori e i mercanti marittimi s’incontravano nella Coffe House di Edward Lloyd in Abchurch Lane. Da qui il nome. Successivamente la Coffe House si traferì Lombard Street e i partecipanti del “comitato assicurativo”, dopo la morte di Mr. Lloyd, si trasferirono al Royal Exchange, per formare la “Society of Lloyd’s”.

Nel 1871 il Parlamento varò una legge con la quale sanciva il valore legale della corporazione e ne regolamentava l’esercizio.

Come funzionano i Lloyd’s.

L’attività dei Lloyd’s è quella di trattare i grandi rischi suddividendoli fra un grande numero di operatori. Funziona come una Borsa dove la merce trattata non sono titoli azionari, ma contratti assicurativi. In sostanza si fa promotrice di accordi tra le persone (tradizionalmente chiamati Names) e le aziende che, riunite in un pool, riescono a suddividere i grandi rischi che sarebbero troppo onerosi per una singola società assicuratrice.

All’interno dei Lloyd’s operano quindi due categorie: le persone e l’imprese. La prima categoria è composta da soci, in pratica coloro che forniscono il capitale. Alla seconda categoria appartengono gli agenti, i broker e gli altri professionisti che sostengono i soci: ovvero coloro che sottoscrivono i rischi e rappresentano i clienti all’estero.

Un meccanismo, questo, che per secoli ha funzionato in maniera quasi perfetta fino alla crisi sorta sul finire degli anni ’60. Furono gli anni in cui i mercati delle merci cominciarono a globalizzarsi e a ricapitalizzarsi in maniera esponenziale. Fu un periodo in cui molti soci fallirono proprio perchè la compagnia risultava essere piccola rispetto alla capitalizzazione del mercato e, soprattutto, rispetto ai rischi sottoscritti.

Da qui si rese necessario un allargamento dei soci accettando anche coloro che non fossero stati operatori di mercato, stranieri e donne. Ed è questa la struttura che ancora oggi regola la Corporazione e che è composta da 2011 membri per quanto riguarda la prima categoria (Soci) e 314 (Agenti) per la seconda.

La sede attuale.

L’attuale sede, il Lloyds Building situato nel cuore della City,  è stata inaugurata nel 1986 ed è opera dell’architetto Richard Rogers. Il palazzo è alto 76 metri ed è suddiviso su 14 livelli.  Al sesto piano si trova la galleria dei visitatori dalla quale si può osservare dall’alto la “Underwriting Room”, la sala ove si concludono i contratti assicurativi. Al centro si trova la “Lutine Bell”, la campana dell’omonima fregata francese  affondata nel 1799 con un carico di argento e assicurata a suo tempo presso i Lloyd’s. Per tradizione, con un rintocco, la campana annunciava le cattive notizie, mentre due rintocchi  annunciavano quelle buone. Oggi il suo uso è legato solo alle occasioni ufficiali e a particolari cerimonie commemorative.

Accanto alla campana vi è un piccolo scrittoio, il “Rostrum”, sul quale poggia il “Casualty Book”, ovvero il “libro delle sciagure”. Un registro sul quale ancora oggi vengono annotati, rigorosamente con penna d’oca, i nomi delle navi affondate e assicurate presso i Lloyd’s.

E il nome della “Costa Concordia” adesso è lì, trascritto sul “libro delle sciagure”.

gen 242012
 

La mafia non sa cosa sia la crisi, al contrario, anzi ne trae vantaggio. Secondo il rapporto annuale dell’associazione SOS Impresa, la mafia si è ingigantita e può ormai essere considerata la prima banca del Paese con 65 miliardi di liquidità.
Per l’associazione, l’estorsione condotta dai gruppi criminali è diventata persino un’ “urgenza nazionale”. Approfittando delle riduzioni creditizie delle banche, le organizzazioni mafiose hanno infatti aumentato la pressione sui piccoli commercianti, i quali sono costretti a cedere contraendo prestiti ad interessi esorbitanti.

Mentre la crisi ha minato la fiducia delle banche, le mafie arrivano con i loro capitali disponibili, frutto di attività criminali, e sono gli unici [finanziatori] pronti ad assumersi dei rischi”, spiega Eric Vernier, esperto di riciclaggio di denaro e ricercatore associato dell’IRIS. “Per i commercianti e gli artigiani, [le mafie] rappresentano la loro unica possibilità di prestito e l’unico mezzo per salvare le loro aziende ed i posti di lavoro”.

Secondo il rapporto, 200.000 persone sarebbero così vittime degli usurai. Per l’Italia, le conseguenze sono disastrose. Secondo le stime di SOS Impresa, i commercianti sono vittime di “1.300 crimini al giorno, circa 50 all’ora, ossia quasi uno al minuto”. Dal lato economico, “ l’usura ha provocato la chiusura di circa 1800 aziende e la perdita di migliaia di posti di lavoro”.

Giro d’affari da 140 miliardi all’anno

Secondo SOS Impresa il profilo dei mafiosi è cambiato. Finita l’epoca dei gangster vecchio stampo, largo ai banchieri, agli avvocati e ai notai. “Si tratta di estorsione da colletti bianchi. Grazie alla loro professione conoscono i meccanismi del mercato creditizio legale e spesso sono a conoscenza della situazione finanziaria delle loro vittime”. La mafia italiana funziona davvero: secondo SOS Impresa il giro d’affari del crimine organizzato raggiunge i 140 miliardi di euro con profitti superiori a 100 miliardi di euro. Nel 2007, i ricavi erano inferiori ai 10 miliardi.

Per Eric Vernier, la pratica dei prestiti estorti è decollata negli anni ’80 e ’90, “da quando le mafie si sono inserite sempre di più nell’economia con attività maggiormente legate alla finanza”. La prospettiva di una ripresa economica in Italia potrebbe generare un’inversione di tendenza? “Quando una sistema prende piede, è difficile venirne fuori, risponde. Temo che la crisi abbia consolidato un’abitudine”.

Da parte sua SOS Impresa spinge le vittime a denunciare [le estorsioni]. “L’anno scorso siamo stati contattati da più di 3.000 aziende. Ma i rari imprenditori che denunciano l’estorsione sono talvolta abbandonati a se stessi dalla politica, dalle banche e persino da amici e dalla famiglia”.

fonte: Le Figaro ” La Mafia, prèmiere Banque d’une Italie en crise”