C’era una volta il Veneto

C’era una volta la regione con il più basso tasso di disoccupazione d’Italia. Un piccolo paradiso fatto di imprese fiorenti e di lavoro per tutti: così il Veneto ha costruito, anno dopo anno, la sua fortuna. Poi è arrivata la crisi: sono finiti gli ammortizzatori sociali e le aziende, una dopo l’altra, come un domino inarrestabile, hanno iniziato a chiudere i battenti. La percentuale di disoccupati ha raggiunto vette impensabili e le morti per assenza di lavoro si sono moltiplicate. Quella del piccolo paradiso felice per tutti è diventata una leggenda.
Stando alle rilevazioni provvisorie Istat, ad oggi il tasso di disoccupazione nel Veneto supera il 7% (il dato nazionale è dell’8,6%). Nel 2008 era del 3%. il dato è confermato dall’agenzia regionale “Veneto Lavoro” che il mese prossimo renderà noti i risultati del suo report trimestrale: una tendenza negativa che non accenna ad arrestarsi e che supera di gran lunga i record raggiunti nel 2009, all’acme vero e proprio della crisi. Soffre la produzione, causando una riduzione complessiva nell’impiego della manodopera. I settori più in affanno sono l’edilizia abitativa, il legno e l’arredamento. Ad oggi le industrie che hanno dichiarato lo stato di crisi sono complessivamente 457.
Gli ammortizzatori sociali sono agli sgoccioli. Aumentano i licenziamenti e diminuiscono le casse integrazione. Il sistema si piega incapace di ripartire dalle sue stesse ceneri. Imprenditori, operai, uomini che hanno fatto del lavoro la propria filosofia di vita si abbandonano alla disperazione, allargando le fila dei suicidi registrati nell’area del Nord est con particolare concentrazione proprio nel Veneto. Solo nei primi giorni di gennaio si sono registrati due suicidi a distanza di un giorno l’uno dall’altro. E prima a chiusura del 2011 non era andata meglio. Il presidente della Regione Luca Zaia l’ha chiamata “contabilità drammatica dei suicidi”. Per gli imprenditori la causa principale sarebbe la mancata riscossione dei crediti congelati dal patto di stabilità, che contribuirebbe in maniera sostanziale allo stato di crisi delle aziende. «I piccoli imprenditori sono stati lasciati soli, sono i più precari tra i precari» queste le parole del segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi.
Una crisi economica che riversa le sue conseguenze più dirette in ambito sociale, determinando tragici fenomeni di rottura e instabilità impossibili da controllare e difficili da arginare. I sindacati si interrogano sul loro ruolo e sulla necessità di una maggiore incisività che garantisca ai lavoratori e agli imprenditori tutto il supporto necessario, non solo da un punto di vista economico, ma anche esistenziale.
Intanto le percentuali crescono, il lavoro diminuisce e si muore; di non lavoro, di disperazione, di debolezza, raccogliendo miseria anche laddove la storia aveva seminato ricchezza.
fonte: Diritto di Critica
- 26 gennaio 2012
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