gen 232012
 

Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. Sono le tre agenzie di rating salite alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale e colpevoli – secondo alcuni – di alimentare la crisi economica attraverso la speculazione finanziaria. Ma in realtà in mano chi sono? Chi sono coloro che detengono la proprietà di queste tre agenzie che, ricordiamolo, controllano il 95% del mercato?

Tutte hanno una vita secolare. Sono nate infatti nei prini anni del ’900 e all’origine controllavano la contabilità e l’affidabilità sia di singole società, sia delle aziende municipalizzate. La loro vita ha avuto alterne fortune seguendo in maniera ciclica l’andamento finanziario mondiale. Ad esempio la Poor’s fallì  anche a seguito della crisi economico-finanziaria del 1929 e, nel 1941, si fuse con la Standard creando l’agenzia che adesso conosciamo.

I dati sui loro assets ci vengono forniti dalle Agenzie stesse che, nel caso di Moody’s e S&P’, sono quotate in borda. Vediamo allora che 12,47% di Moody’s è in mano alla Berkshire Hathaway di proprietà del miliardario Warren Buffet. Hanno inoltre partecipazioni: Capital World Investors (12,3%), Blackrock (6,6%), Davis Selected Advisers (6,3%), T Rowe Price Associates (5,6%), Capital Research Global (3,7%), Valueact Holdings (3,6%), Vanguard Group (3,4%), State Street (3,3%), Executive Manager (1,5%) e un 41,23%  posseduto da minori azionisti  e dal mercato.

In Moody’s e S&P’s hanno importanti partecipazioni i grandi fondi statunitensi come Vanguard Group, Blackrock, Capital World Investors, State Street e T Rowe Price Associates che controllano il 29,69% di McGraw Hill – società che possiede S&P’s – e il 31,2% di Moody’s.

S&P’s è controllata al 12,45% da Capital World Investors, al 5,44% da Blackrock, al 4,7% da Harold McGrow III, al 4,3% da State Street, 4,2% da Vanguard Group, al 3,8% da Oppenheimerfunds, al 3,3% da T Rowe Price Associates, al 2,9% da Jana Partners e al 2,3% da Ontario Teachers Pension Plane. Il restante 56,61% è invece controllato da altri minori e dal mercato.

Fitch, infine, a differenza delle altre due azenzie di rating non è quotata in borsa ed è posseduta al 60% dai francesi di Fimalac e dalla Hearst Corporation.

gen 222012
 

Once è un film irlandese del 2006 (uscito in Italia due anni più tardi), scritto e diretto da John Carney. Della storia raccontata molto probabilmente, una volta che l’avrete visto, vi rimarrà poco e niente.

Un cantante di strada, uno dei tanti che potete trovare a Dublino, sogna di incidere un disco per dare una svolta alla propria vita e cercare una sorta di riscatto verso l’ex compagna. Con l’aiuto di una ragazza immigrata il disco ovviamente verrà inciso e…….

Il film ebbe non pochi problemi di produzione. All’ultimo, la maggior parte degli investitori si ritirarono e così John Carney chiese all’amico musicista, ed ex compagno di band, Glen Hansard di non limitarsi semplicemente a scrivergli la colonna sonora, ma di partecipare al film come protagonista, affiancandogli Markéta Irglova (seconda voce nella band di Glen Hansard) nel ruolo della ragazza immigrata.

I costi vennero ridotti al minimo e il film fu girato in diciasette giorni. Le molte riprese per strada vennero girate abusivamente, senza chiedere nessun permesso, con l’utilizzo di un teleobiettivo. I passanti non si resero conto di partecipare alla realizzazione di un film e i due cantanti protagonisti, a corto di esperienze da set, poterono sentirsi più naturali nel recitare e soprattutto nel cantare.

Più che un film infatti quello che vedrete sarà una colonna sonora. La musica si prende ampie parentesi all’interno della narrazione, costituendo di fatto la vera attrattiva di Once. La scena di Glen Hansard che canta in mezzo la strada e l’incisione del disco nello studio di registrazione sono scene da vedere e rivedere, o meglio, da sentire e risentire. Il brano Falling Slowly valse ai due protagonisti il premio Oscar come miglior canzone scritta per un film nel 2008, portando il film ad essere conosciuto in buona parte del mondo e quindi anche in Italia dove finalmente ottenne una distribuzione.

E’ forse però When your mind’s made up, dedicato all’ex compagna del ragazzo, a lasciare maggiormente il segno durante la narrazione, quando Hansard la canta e la urla per le strade di Dublino; a quel punto capite che sì, il film è carino ma niente d’eccezionale, però qualcosa per cui valga la pena arrivare in fondo alla visione c’è.

gen 212012
 

Le donne in Italia vivono ancora troppe discriminazioni e situazioni di violenza. È l’allarme lanciato dal Comitato Cedaw, l’organismo dell’Onu per il riconoscimento e la difesa dei diritti delle donne che ha presentato alla Camera dei Deputati le valutazioni sul rapporto “ombra”, relazione che fotografa il benessere delle donne e si affianca all’ufficiale rapporto redatto dal governo.

Grazie all’apporto di numerose ONG specializzate del settore (per esempio Fondazione Pangea, Actionaid, Associazione Differenza Donna e altre), infatti, i rilevatori del Comitato, dopo sei mesi di lavoro, hanno avuto ben chiaro il quadro della situazione femminile italiana, e invitano ora il nostro Paese a ratificare quanto prima la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne, firmato da dieci Paesi Europei lo scorso maggio a Instanbul.

L’appello più accorato arriva da Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu incaricato di vigilare sull’applicazione della convenzione internazionale Cedaw, convenzione nata all’Assemblea Onu nel lontano 1979, e da noi firmata nel 1985: «L’Italia deve fare molto di più – spiega – c’è uno scarto tra la legge e la sua esecuzione che va colmato, le donne non devono essere il problema, ma la soluzione per un Paese».
I dati parlano chiaro: rispetto alla normativa guida che le Nazioni del mondo dovrebbero seguire, in Italia persistono stereotipi e discriminazioni nel welfare, nei diritti sessuali e sulla salute riproduttiva, e gravi patologie sociali come la tratta, la prostituzione.

Questo il passaggio chiave del rapporto: «Il Comitato è preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali luoghi comuni, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata in diversi settori». Ci vengono in mente la cupa situazione del mercato del lavoro, l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali.

Basta qualche cifra per rendersi conto: la pensione delle donne è in media più bassa del 30,5% rispetto a quella degli uomini, e le libere professioniste non godono di minime tutele in materia di maternità e di cura dei figli. In Parlamento il contributo femminile è appena il 20%, una delle percentuali più basse in Europa e nel mondo. Stessa situazione nelle Università, dove le donne laureate sono in maggioranza (58%), ma la percentuale di ricercatrici cade al 40%, e quella delle professoresse ordinarie è al 12%.

In Italia non si investe in rosa, quindi, ma si continua a raffigurare la donna, vedi la televisione o le pubblicità, come un corpo, un oggetto sessuale, o al massimo una brava mamma di famiglia.
La donna non è solo penalizzata, ma resa anche vittima della violenza maschile. Violenza inaudita verso donne e bambine, che rappresenta la prima causa di morte in Italia per l’universo femminile che va dai 15 ai 44 anni.

Il Comitato Cedaw ha chiesto all’Italia di cambiare registro e attenersi alla convenzione mondiale, riferendo dei progressi raggiunti ogni due anni, e non più quattro come si era fatto finora. Tra le raccomandazioni anche quelle di seguire appositi codici di condotta e fornire maggiore assistenza in termini sanitari, logistici e psicologici a quelle donne che decidono di scappare dalla violenza o denunciare abusi e soprusi.

fonte: Diritto di Critica

Occhio laico

 di - 20 gennaio 2012  Commenta »
gen 202012
 

Sudafrica.

L’authority sulla pubblicità  ha censurato un cartellone pubblicitario eretto vicino a una chiesa di Johannesburg che mostrava un ragazzo con la testa senza cervello e lo slogan “Un ateo è un uomo che crede di essere un accidente” (come dire una casualità), citazione del poeta inglese Francis Thompson. L’autorità ha ritenuto il messaggio offensivo per i non credenti, in seguito a una segnalazione di un cittadino.

Regno Unito

Il ministero dell’istruzione inglese ha introdotto nuove regole sui finanziamenti pubblici alle scuole, inserendo una clausola per cui il ministro potrà interrompere l’erogazione di denaro pubblico se un istituto scolastico sostiene di insegnare “teorie basate su prove” che vanno “contro l’evidenza scientifica e/o storica”. In pratica le scuole che introdurrano l’insegnamento sul creazionismo perderanno i contributi statali.

Vernole (Lecce)

La visita del vescovo di Lecce con alcune scuole pubbliche di Vernole ha avuto un’accoglienza festosa con tanto di striscione di saluto “benvenuto Eccellenza” canti e poesie. Una preparazione “propiziatoria” alla visita pastorale ha visto i ragazzzi impegnati a recitare le preghiere durante l’ora di religione. Preghiere che esulano dalle attività previste per l’ora di religione stessa, così come previsto dalla Revisione del Concordato del 1984. E’ utile ricordare che la Revisione Concordataria ha abolito dal dettato costituzionale la religione cattolica quale religione di Stato.

Milano

E’ stato consegnato, martedì scorso, il primo crocifisso da esporre nei locali della Regione Lombardia sulla base della recente legge che li impone in tutti gli uffici pubblici lombardi.
La legge aveva stanziato ben 2.500 euro per produrre circa 600 crocifissi. A promuovere l’iniziativa e a donare il primo esemplare, il consigliere leghista Alessandro Marelli. Curiosamente, il crocifisso in questione è simile alla Croce del Campo, detta anche Orifiamma, il cui originale risalente al XIII secolo venne posto sul Carroccio delle truppe della Lega Lombarda.

gen 192012
 

L’Ungheria non naviga in buone acque, nè dal punto di vista economico-finanziario (anch’essa è pericolosamente vicina al default), nè dal punto di vista politico.

Il conservatore Victor Orbàn, eletto con i due terzi dei voti nel 2010 da un elettorato messo in ginocchio dalla corruzione del precedente governo di sinistra, da mesi ha imboccato la via ultranazionalistica. Il livello di attenzione verso l’Ungheria da parte degli organismi internazionali – Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale – è sempre più alto e pressante, per monitorare un regime che, in nome della nuova parola d’ordine “Fede e Nazione”, continua a sfornare leggi che vanno a porre un pesante limite alla stessa giovane democrazia magiara.

Ma si sa, è proprio nei momenti drammatici che le macchine burocratiche più ottuse scivolano involontariamente verso il ridicolo.

E’ infatti ridicola in Ungheria la nuova imposta sui cani. Da pochi giorni Il governo Orbàn ha aumentato la tassa sui cani domestici, una manovra come un’altra per fare cassa in questi momenti duri. Ma da ligio nazionalista, il nuovo governante ha pensato bene di esprimere un ineffabile distinguo: saranno esentati dal pagamento i possessori di cani di pura razza magiara.

Sarebbe senz’altro piaciuto al nostro Orwell: tutti i cani sono uguali, ma alcuni cani sono più uguali degli altri.

La notizia della tassa sui cani stranieri è di quelle che fanno ridere. Ma ti viene anche un brivido, se ti ricordi come nella Fattoria degli Animali il concetto di discriminazione faceva presto a scivolare su chine molto pericolose.

Ci auguriamo solo che il governo Orbàn non decida fra poco di imporre il guinzaglio giallo a tutti i bastardini, al fine di preservare la purezza razziale canina.

Perchè poi, per i nostri quattro zampe non puri, non rimarrebbe che la soluzione finale.

gen 182012
 

La crisi morde per tutti. Ma per qualcuno morde forse un po’ troppo, almeno stando alle dichiarazioni dei redditi. I dubbi emergono dalle ultime statistiche fiscali pubblicate dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia: numeri che in molti casi parlano di lavoratori autonomi con guadagni pari o inferiori a quelli di operai e dipendenti. Spesso proprio tra quelle categorie che potrebbero essere interessate dal contestate provvedimento del Governo sulle liberalizzazioni.

Ecco allora che nelle tabelle compaiono i tassisti – con un reddito medio annuo di 14.200 euro – ma anche  i baristi (15.800 euro) o gli orafi, il cui reddito medio arriva ai 12.300 euro. Un elenco lungo, quello stilato dal Dipartimento, basato sulle dichiarazioni di reddito dei lavoratori indipendenti e delle imprese di piccole dimensioni (che fanno riferimento agli studi di settore dell’anno d’imposta 2009) e che mette in luce una situazione anomala: se da un lato infatti è di certo vero che la situazione economica ha influito negativamente anche sulle aziende in questione, dall’altro gli incassi di alcune categorie colpiscono proprio per la loro scarsezza. In alcuni casi, infatti, secondo le dichiarazioni dei redditi non si arriva neanche a mille euro al mese.

La lista comprende tra gli altri anche gli esercenti degli stabilimenti balneari (con 13.600 euro di reddito), i pasticceri con un giro d’affari di 19.000 euro annui o le tintorie lavanderie, che arrivano mediamente a 8.800 euro all’anno. E ancora, gli 11.900 euro degli esercizi alberghieri e affittacamere, oppure gli autosaloni (12.000 euro) e i fiorai, con una differenza minima nel caso abbiano il negozio o vendano la merce sulla bancarella (12.600 euro contro 12.300).

Ma c’è anche chi sta peggio: gli istituti di bellezza, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni, hanno un reddito medio di appena 5.300 euro annui.

Le statistiche comprendono anche i professionisti – anch’essi interessati dal provvedimenti sulle liberalizzazioni – che registrano i redditi medi d’impresa più alti. Alcuni esempi? Gli studi medici dichiarano in media 68.300 euro all’anno, mentre gli avvocati 58.200.

fonte: Diritto di Critica

gen 172012
 

La crisi economica incombe, ma la cultura nel nostro Paese continua a resistere. A dimostrarlo sarebbe il dato registrato a fine anno dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che evidenzia come  in Italia il numero di visitatori nei  musei e nei siti di interesse culturale sarebbe in costante crescita. Anzi: nonostante i tagli, le manovre, i fondi sempre più esigui e le sempre più scarse disponibilità finanziarie degli enti- sia pubblici che privati – il bilancio del 2011 risulta essere migliore di quello dell’anno precedente.

Secondo il MiBac, infatti, nel 2011 ci sarebbe stato un aumento del 9,5 % sul numero di visitatori rispetto al 2010 e del 16% nel 2010 sul 2009. Cifre che parlano di una crescita continua e regolare, tant’è che il 2011 ha registrato il record storico anche per due realtà specifiche e prestigiose del mondo museale italiano, la Galleria degli Uffizi di Firenze (con 1.766.000 visitatori totali) e i Musei Vaticani di Roma, dove nell’anno appena trascorso si è superata la soglia dei 5 milioni di visitatori. «Un dato oggettivamente interessante – ha affermato sull’Osservatore Romano il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci –. In Europa i Vaticani giocano il confronto con il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, l’Hermitage di San Pietroburgo, il Prado di Madrid»: una realtà che porrebbe il museo italiano nella cerchia di «attrattori fatali, irrinunciabili, per i migranti del turismo cosiddetto “culturale”».

Tanto più che anche l’osservatore internazionale Cultor  College ha collocato proprio i Musei Vaticani al terzo posto nella classifica mondiale dei musei – dopo il Louvre (che si è confermato il museo più frequentato al mondo anche nel 2011 con 8,8 milioni di visitatori) e il Metropolitan di New York – in base ad una valutazione che tiene conto non solo della notorietà delle esposizioni, ma anche del fascino dell’ambiente, della qualità dell’accoglienza e della professionalità dei servizi.

Numeri in crescita sono stati registrati nel 2011 anche dai musei della città di Torino. Tra Gam (Galleria di Arte Moderna), Palazzo Madama, Mao (Museo d’Arte Orientale) e Borgo Medievale – che fanno parte della Fondazione Torino Musei – è stata infatti superata la soglia del milioni di visitatori, in aumento rispetto al 2010, mentre la Pinacoteca Agnelli presso il Lingotto ha visto l’accesso di circa 55 mila persone: un bilancio di successo alle soglie del decimo anniversario della struttura, premiata in particolar modo dalle esposizioni temporanee legate al tema del collezionismo.

Il trend in crescita è stato confermato anche a cavallo delle festività natalizie. Tra Vigilia, Natale e Santo Stefano i dati del MiBac hanno testimoniato infatti  un incremento del 17,7% rispetto al 2010 delle persone che hanno visitato i trenta siti culturali più importanti della nostra penisola, dalla Reggia di Caserta a Castel Sant’Angelo, dal museo delle Antichità Egizie di Torino alla Pinacoteca di Brera a Milano, per un totale di 63.745 visitatori: merito forse della promozione che ha consentito l’ingresso libero nei musei italiani per il giorno di Natale.  «Sono lieto – ha dichiarato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Lorenzo Ornaghi – che i cittadini dimostrino di avere un legame ancora vitale con il nostro patrimonio culturale. La loro adesione è un invito a rinvigorire il nostro impegno perché la cultura continui ad esercitare un ruolo di primaria importanza nella vita del Paese».

fonte: Diritto di Critica – immagine: Domenico Ghirlandaio, “L’adorazione dei pastori” (1485). Firenze, Basilica di Santa Trinita


gen 162012
 

Giorno surreale quello di giovedì scorso. Il governo di “Mr.Spread” Monti  parla di liberalizzazioni mentre quasi contemporaneamente la Consulta “boccia” i requisiti referendari sulla legge elettorale e il Parlamento “promuove” Cosentino fra le persone perbene.

Bene, anzi male. Teniamoci il Porcellum e Cosentino entrambi ben visti, e voluti, da Silvio Berlusconi.

Già, Berlusconi. Chi lo dava per morto si ricreda. Non lo è mai stato, nemmeno quando saliva al Colle ricoperto di fischi ed insulti per rassegnare le sue dimissioni da Capo del Governo. Dimissioni pilotate, è chiaro. Ma forse non è chiaro a tutti che l’ex presidente del consiglio controlla ancora il Parlamento. Lo controlla a suo piacimento  attraverso i peones alla Scilipoti. Ovvero coloro che in maniera ossessivo-maniacale vogliono arrivare al termine della legislatura per ottenere il vitalizio da parlamentare. Lo controlla per mezzo della Lega che – pur cercando di ricrearsi un’effimera verginità riposizionandosi all’opposizione – non può non obbedire (chissà per quali innominabili accordi) ai desiderata dell’ex premier. Quella stessa Lega che, ricordiamolo, come giovedì si è beffata ancora una volta della Giustizia, altrettanto mesi fa si era beffata dell’intelligenza degli italiani ( su quella degli elettori leghisti nutriamo qualche perplessità) avvallando la comica della nipote di Mubarack.

Ma Berlusconi controlla anche il governo. Perché nel frattempo è riuscito a delegare  a “Monti il Tecnico” il lavoro sporco. Quel lavoro che lui non avrebbe potuto fare senza perdere ulteriore consenso. E così, il nostro, ogni tanto prende le distanze dal presidente del consiglio in carica giusto per ricordargli che lui è lì anche grazie al suo sostegno.  Intanto affila le armi aspettando fiducioso che nella labile memoria italica svaniscano le nefandezze delle leggi ad personam e dell’indecenza istituzionale perpetrate per anni.

Ma Berlusconi, abilissimo in questo, controlla anche i giochi politici. A farne le spese è il PD sul quale è riuscito a riversare mediaticamente l’onere del maggior sostegno al governo Monti. Onere che il PD, con il consueto tempistico, masochistico autoflagellamento, si è accollato così da catalizzare su di sè tutte le critiche che vanno montando verso questo esecutivo: dai pensionati ai tassisti. Astuti come non mai, quelli del PD.

Il risultato di tutto questo lo si vede in Parlamento. Quello che dovrebbe essere l’Agorà della nostra politica è ormai – e da tanti, troppi anni – allo sbando. Ridotto com’è ad assolvere mere funzioni notarili (ne più, ne meno come quando c’era il governo Berlusconi) su manovre impopolari redatte da un tecnocrate economista additato come salvatore della Patria. Un parlamento sensibile e pronto (e prono) solo quando c’è da salvaguardare i suoi propri privilegi.

Abbiamo iniziato parlando di liberalizzazioni. Liberalizzazioni viste come panacea per uscire da una crisi che morde i soliti noti e arride ai soliti ignoti. Si parla di liberalizzazioni ma non si vede niente che possa toccare gli sprechi pubblici già messi in cantiere per opere faraoniche quanto inutili quali il Ponte sullo Stretto. Non si parla di riduzione di quelle spese militari di cui l’attuale ministro della difesa amm. Di Paola è stato in passato il maggior promotore.  Non si affronta una volta per tutte il problema della tassazione  dei capitali esportati illegalmente. Così come non s’introduce l’ICI per gl’immobili non di culto della Chiesa Cattolica.

E non si chiede alle Banche l’uso che faranno dei miliardi di euro avuti a costo zero dalla BCE. Se immessi nel loro bilancio per depurarsi dai titoli tossici oppure, ma lo dubitiamo fortemente, canalizzati nel credito alle famiglie e alle piccole-medie imprese.

Tutto questo dimostra in maniera drammatica solo una cosa: che ora si stanno rubando la speranza ai giovani e gli anni di lavoro ai pensionati.

gen 152012
 

Si è sfiorato il conflitto finale in casa quando la mia compagna se n’è uscita dal suo limbo, fatto di Bergman & C., per convincermi che Horror Movie è un grande film.
Fucilata peggiore della prima stilettata: “Una sera ho visto Hot Movie (parodia di Ti Presento i Miei), e non finivo più di ridere”.
A quel punto ho fatto la domanda che mai avrei dovuto fare: “Tu hai visto Ti presento i miei?” “Tutti e due! Li vedo ogni volta che li danno in televisione!”
Il non aver visto il terzo episodio (ma solo perchè ne ignorava l’esistenza) credo sia stato l’unico elemento ad aver salvato casa dalla detonazione.
Sadica, mi porta al computer, si collega a youtube e trova qualche immagine di Hot Movie da farmi vedere per dimostrarmi la sua tesi. Vederla sganasciarsi dal ridere mentre sullo schermo passa la parodia del gatto defecante nel water è per me sensazione peggiore del rompighiaccio conficcato da Catherine Tramell nel petto degli amanti.

Ma come spesso accade in queste situazioni, senza motivo, la sua risata trascina la mia.
A quel punto l’ho odiata e maledetta.
“Ti mancano i fondamentali: i film che tentano di imitare”
“Quello con la Morte Nera l’ho già visto e mi fa c……e”
E’ incredibile quanto riescano a piazzarti un colpo basso quando meno te l’aspetti.
“Ma solo perchè non ho visto Guerre Stellari”
E in un attimo diventa splendida come la Venere di Botticelli.
Da staccargli la testa! Balle spaziali ti fa cosa???
“Ti mancano i fondamentali”

E a tradimento la convinco a passare la serata sul divano a guardare L’aereo più pazzo del mondo.
Gli inizi sono scoraggianti, fra un “e questro dovrebbe far ridere?” e l’altro. Ma sui fratelli Zucker e il buon vecchio Abrahams si può sempre fare affidamento. Appena compare il cardiologo col cuore da trapiantare pulsante sulla scrivania, inizio a gustare la vendetta, raggiungendo l’apoteosi quando l’hostess, avvicinatasi ad un non ben identificato passeggero “Scusi, lei è medico?”, si sente rispondere “Perchè? Non si vede?” da un Leslie Nielsen caricaturalmente, per contrasto, serio, con uno stetoscopio infilato nelle orecchie.
Finito il film, non posso fare a meno di mostrare il mio ghigno beffardo quando, mentre scendiamo le scale, sento ripetere dietro di me all’infinito “Perchè? Non si vede?”
Una Waterloo senza precedenti.

Tutta questa menata in sostanza per dirvi semplicemente che, in periodo di uscite di film dementi più che demenziali, una bella riscoperta di classici della comicità e della parodia come L’Aereo più pazzo del mondo & Company può solo fare bene.
Film dove la gag era studiata e mai fine a sè stessa. L’aereo… si apre proprio con un lungo sketch dei due speaker dell’aeroporto sul tema dell’aborto. Tutt’altra storia rispetto la mucca finta che cade in testa ad un personaggio, tipico della serie Hot Movie. Che per carità, può anche far ridere sul momento, poi ci ripensi e ti chiedi che senso avesse. E allora, se piace il nonsense, tanto vale farsi una serata Groucho Marx.