My Life

 Posted by on 26 febbraio 2012  Add comments
Feb 262012
 

Il filone dei film dove la malattia e la morte del protagonista è il nodo centrale del racconto si è arricchito negli anni di numerosi esempi. Commedie (Non è mai troppo tardi), film drammatici (La custode di mia sorella; Scelta d’amore), opere autoriali (Le invasioni barbariche; Mare dentro), grandi film da oscar o di denuncia (Philadelphia) e via dicendo. Tutti quanti però trattano il tema della morte sostanzialmente in due grandi forme; da una parte la decisione di realizzare un’ “impresa” prima di morire, per lasciare il segno; dall’altra il tentativo di porre fine a contrasti interiori o esteriori, con i membri della propria famiglia o comunque della propria cerchia.

Un film interessante, a metà strada fra i due sottoinsiemi, è My Life – Questa mia vita.

Scritto e diretto dallo sceneggiatore Bruce Joel Rubin (sceneggiatore di Ghost, adattatore del romanzo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, interessante esperimento, e altri film commerciali come Deep Impact e Stuart Little 2), unica suo lavoro registico, vede nel cast un lanciatissimo Michael Keaton (siamo nel ’93) e una giovanissima Nicole Kidman, marito e moglie che scoprono il tumore di lui più o meno in concomitanza con la gravidanza di lei. A Bob (Keaton), spaccone uomo di successo, vengono diagnosticati pochi mesi di vita, sa quindi che non conoscerà mai proprio figlio.

Risparmiandovi le lacrime (sapientemente centellinate e riservate tutte per la seconda parte), il tentativo di non essere sconfitto dalla malattia, la ricerca di un qualsiasi tipo di cura, buona parte del film si incentra sulla decisione di Bob di lasciare al figlio, attraverso videocassette registrate con una telecamera, le lezioni che da padre non potrà mai impartirgli: lezioni di guida, come ci si rade la barba, la paura, come si diventa dei vincenti (siam pur sempre in America), come ci si comporta in società.

La lezione più interessante, seppur intrisa di americanismo allo stato puro, come ci si presenta all’ingresso di una stanza e si porge la mano per presentarsi, una scena che inevitabilmente vi tornerà alla memoria ogni qual volta incontrerete qualcuno che per presentarsi vi porgerà una mano e una stretta molliccia.

Nelle parti restanti del film inevitabilmente Bob dovrà fare i conti col proprio passato, con la famiglia, di cui ha rifiutato il nome e l’origine, e con il rancore coltivato nel tempo, il tutto rappresentato metaforicamente dalle montagne russe che fin da bambino non è mai riuscito ad affrontare, prova che invece supererà il giorno indicato dalla medicina tradizionale come il giorno della sua morte. Il punto di svolta. Da lì in poi inizia il processo di redenzione e di conseguenza le lacrime.

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