Mar 032012
 

Apro questo post affermando di non avere ancora visto The Artist, trionfatore della serata degli Oscar.  Eppure, con un po’ di spocchia e tracotanza, parlerò proprio di The Artist, anzi, del fenomeno The Artist.

“Quando mi arriva la scheda degli Oscar, solitamente metto una croce sui miei amici, poi, se nelle altre categorie non sono presenti persone che conosco, lascio a mia madre il compito di completare la scheda”

Queste, virgola più, virgola meno, le confessioni di Samuel L. Jackson, membro e giurato dell’Academy Awards, alla vigilia degli Oscar di qualche stagione orsono. Ma come lui, sono molti nel tempo ad aver confessato che all’arrivo del pacco di film a casa per le votazioni, non hanno nemmeno il tempo o la voglia di vederseli tutti, ne scelgono alcuni e mettono croci un po’ a casaccio, fino all’esempio estremo di Jack Palance: al momento di leggere il nome della vincitice per l’attrice non protagonista nel 1993, chiamò Marisa Tomei e, sembra, non il nome effettivamente presente sulla busta del vincitore; sono due le leggende intorno a questa storia, una dice che si volesse portare a letto la Tomei, l’altra che fosse completamente sbronzo.

Sia come sia, le ragioni dell’esistenza degli Oscar sono sostanzialmente due: aumentare i cachet dei vincitori e vendere maggiori biglietti al botteghino. Dal punto di vista cinematografico, vincere un Oscar non ha molto senso, mentre invece, al contrario, collezionare candidature può essere ritenuto artisticamente valido (anche se giustamente ti girano quando non hai ancora vinto alla nona nomination). Le candidature infatti vengono proposte e votate con una serie di passaggi scrematori dai diretti colleghi dei candidati (gli sceneggiatori si occupano delle candidature degli sceneggiatori, i registi dei registi, etc.); il vincitore come descritto sopra. Per diventare un membro dell’Academy o si ha vinto un Oscar o il proprio nome occupa una posizione nella storia del cinema in senso lato, molto lato. Basta aver realizzato due o tre film di successo al botteghino americano e l’invito arriva direttamente a casa, soprattutto agli attori, che nei 6’000 membri dell’Academy occupano la posizione di maggioranza e per tanti di questi il set di un film artisticamente valido è un miraggio (per molti, altrettanto le competenze), quanto in Italia, oggi, un lavoro nel campo in cui ha studiato per un laureato in Lettere e Filosofia.

The Artist è un film furbescamente nostalgico. Parla di un passato che non c’è più, di un’epoca d’oro svanita ed è molto facile farsi affascinare da questo incantesimo, soprattutto per chi, nel mestiere, oggigiorno, non ha più quell’ “aurea divina” dei miti degli anni ’20-’30. Dall’altra parte affascina anche la critichetta sinistrorsa, pronta ad andare in brodo di giuggiole non appena si rivanga il passato dove “si stava meglio quando si stava peggio”. A Cannes, dove tutti si prendono molto più tremendamente sul serio, ha vinto The Tree of Life (tremendamente serio).

(e in ogni caso sono sempre più convinto che Martin Scorsese stia sulle ….. un po’ a tutti i membri dell’Academy)

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