Mar 202012
 

Domenica scorsa si sono concluse a Torino le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Anche noi chiudiamo con il centocinquantesimo prendendo spunto dalla notizia di un provvedimento messo a punto dalla Commissione Cultura della Camera: l’Inno di Mameli (Il Canto degli Italiani per l’esattezza) dovrebbe diventare di apprendimento obbligatorio nelle scuole.

La proposta trova tutti concordi fuorchè, è inevitabile, la Lega Nord.

E saremmo anche d’accordo se la loro obiezione fosse di natura estetica visto che l’Inno di Mameli, più che un inno nazionale, rimanda al teatro del Gran Guignol. Del resto come dare loro torto dal momento che si canta di pennuti spennati: «Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute» che vampirescamente si dissetano nelle steppe con «il sangue d’Italia, il sangue Polacco bevè col cosacco».

Eppure nel Canto degli Italiani si proclama anche – e con  indiscutibile e veemente orgoglio padano – che «dall’Alpi a Sicilia ovunque è Legnano». Dunque Alberto da Giussano e il Carroccio assurti al Pantheon delle Glorie Nazionali. Questo dovrebbe bastare per rendere loro giustizia storica.

E invece no. I leghisti preferiscono il verdiano (peraltro bellissimo) «Va’ Pensiero» dove si narra di un popolo che proprio tanto lumbard non è. Un popolo che, strappato dalla sua terra in Palestina, canta il suo sofferto esilio in Babilonia.

Valli a capire.

immagine: Erick van Cleve “The Construction of the Tower of Babel”, XVI° sec. – Kröller-Müller Museum, Otterlo (Olanda)

 

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