Mar 252012
 

La carriera di Joel Schumacher è divisa dallo spartiacque del doppio Batman post Burton. Cinicamente si è più volte benedetto l’esaurimento nervoso che (si dice) ha colpito il regista dopo la direzione del quarto episodio dell’uomo pipistrello. Prima che la Warner lo scegliesse per meglio commercializzare il brand dell’eroe mascherato, Schumacher si era contraddistinto per qualche film di serie B come Linea mortale o lo strappalacrime Scelta d’amore. Nel ’93 ci fu il botto di Un giorno di ordinaria follia, replicato con Il cliente.

Tutto sommato però in tutti questi film l’operato di Schumacher non si era mai segnalato per scelte coraggiose. Un lavoro al servizio della sceneggiatura (e dello Studio), a volte appena sufficiente, a volte no, e via andare affidandosi al botteghino e agli attori. Dopo il (presunto) crollo nervoso, invece, la carriera del newyorkese inizia ad elevarsi di qualità (giudizio personale) o quanto meno a contraddistinguersi all’interno della miriade di registi hollywoodiani così uguali. Si parte con l’accoppiata 8MM-Delitto a Luci rosse e Flawless, dove un omofobico De Niro, dopo un ictus, è costretto a cantare insieme ad un gruppo di drag queen come terapia. L’anno dopo è la volta di Tigerland, uno dei due film consigliati questa settimana. La storia del campo di addestramento per il Vietnam più duro di tutti gli USA, visto attraverso gli occhi di un ragazzo che a morire per un’inutile guerra politica non ha proprio voglia di andare.

E’ il periodo delle regie coraggiose per Joel. Mentre Tigerland viene diretto tutto con telecamera a mano e fotografia sporca, mettendo in scena tutta la violenza dell’addestramento militare e schierandosi apertamente contro la guerra in Vietnam, ovvero contro la guerra in Iraq e Afghanistan, In linea con l’assassino si evidenzia per avere sostanzialmente un’unica location: la cabina telefonica dentro la quale il protagonista è imprigionato da un killer che lo tiene sotto tiro dal grattacielo antistante.

L’anno successivo è la volta del biopic Veronica Guerin (l’altro film di questa settimana), la storia della giornalista di Dublino assassinata dai narcotrafficanti per le sue inchieste nel mondo giovanile della droga (negli anni ’90 l’Irlanda era uno dei paesi col più alto consumo di droga). A seguire Il fantasma dell’opera, musical dove il regista ha potuto svariare (nel bene e nel male) apertamente. Dopodichè la parabola discendente dell’exploit Schumacheriano torna a fare capolino: Number 23 è un film ammiccante ma non completamente riuscito; Town Creek è un horror con l’unico pregio di avere Michael Fassbender nel proprio cast; di Twelve, invece, non se ne sentiva bisogno. Tresspass poteva riprendere il filone d’oro post Batman (marito e moglie sequestrati in casa da dei rapinatori, con la donna in realtà d’accordo con i malviventi), se non altro per il cast dei protagonisti  (Nicole Kidman e Nicolas Cage, nel tentativo di “rilancio” della sua carriera “attoriale”), ma è passato pressochè inosservato e distribuito sotto silenzio.

Un regista curioso Joel Schumacher, un omosessuale accusato di realizzare film omofobici, con qualche titolo degno di una più che piacevole serata riflessiva.

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