Now…We ride!

 Posted by on 6 maggio 2012  Add comments
Mag 062012
 

Una regola non scritta del mondo cinematografico dice che un film, con le prime inquadrature, deve svelare molto, se non tutto, del proprio protagonista e, possibilmente, di quello che si troverà nel proseguo della narrazione. Solitamente si cita a modello d’esempio il carrello iniziale di La finestra sul cortile.

Rango è stato un divertissement dello sceneggiatore John Logan, uno dei più apprezzati screenplayer americani (Ogni maledetta domenica, The Aviator,  il prossimo Lincoln di Spielberg), nato da un’idea concepita insieme al disegnatore James Byrkit e al regista Gore Verbinski (i primi tre Pirati dei Caraibi); un cartone animato del 2011 che ironizza sul mondo western. Protagonista, un camaleonte appassionato di cinema.

Nella prima sequenza lo vediamo recitare nel suo terrario varie scene dozzinali di film melensi che lo codificano come esperto di cinema di genere allo stato puro, bramando una qualche avventura che puntualmente gli rotola fra i piedi, catapultandolo in un villaggio sperduto nel deserto. Qui, un po’ come l’eroe di Ritorno al futuro, un po’ come il sarto dei fratelli Grimm, si spaccia per un grande eroe dal nome Rango e, con l’aiuto del caso, riesce a sconfiggere in duello il rapace che da tempo terrorizza il villaggio, ottenendo al volo la nomina a sceriffo e il proseguo della storia.

Da una parte ci troveremo quindi la bella di turno dal nome Borlotta (Bean nella versione originale) in onore ai mitici fagioli, dall’altra una serie di cavalcate lungo la Monument Valley volutamente senza senso e senza destinazione; duelli (a tre) con un solo colpo in canna, uno spirito del western Eastwoodiano (Clint Eastwood, tra l’altro, era il nome scelto da Marty McFly) a guidare l’eroe durante il suo cammino, e una serie di citazioni dove chi più ne riconosce, meglio sta.

Rango è il classico film a due livelli; il primo adatto ad ogni tipo di spettatore, con una storiella divertente, per grandi e bambini, con animali solitamente non presi in rassegna dai vari cartoon, tutti con la caratteristica di essere esteticamente brutti e sporchi (Dirt, il nome del villaggio); il secondo, prospettato per gli appasionati di cinema che riescono a cogliere in una battuta, in un gesto o in una scena, il riferimento ad un film o allo stereotipo di genere.

Come appunto pronosticato dalla scena iniziale, Rango è un film che parla di cinema; non si prende un genere a caso o il mondo del cinema in generale, si prende il western, genere fondativo del cinema per antonomasia, della sua epica e del suo star system, con un personaggio che con questo mito non ha fatto altro che nutrirsi ed è fisiologicamente portato ad identificarsi con l’ambiente circostante, poiché ne è totalmente imbevuto, al punto tale da riportare in scena persino le cose più insensate solo per il gusto di farlo. Eppure, nonostante la sua preparazione, è un pesce fuor d’acqua, non possedendo quel coraggio di cui l’alter ego Rango si fa vanto, manifestandolo apertamente,  in una continua dicotomia fra l’ “essere” e il “manifestare”.

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