Lug 212012
 

Qualche settimana fa vi avevamo presentato questa serie web con particolare entusiasmo, vuoi per la mancanza di questi prodotti in Italia, vuoi per la fattura tecnica alta (forse troppo alta per una serie web), vuoi per la scelta originale di affidarsi agli utenti per sviluppare la storia, strategia rivelatasi poi un boomerang in piena faccia. Sì perché Lost in Google ha chiuso dopo solo 6 episodi, un numero troppo insignificante per non parlare di fallimento.

Per carità, i video sono diventati e sono tutt’ora virali, questo non può che essere un successo, ma una serie, soprattutto web, che si ferma dopo 6 episodi è una creazione abortita ancor prima di raggiungere anche solo la metà del compimento. Purtroppo si è verificato quello che molto spesso accade in Italia: una valida idea, un ottimo soggetto, ma la totale mancata capacità di sviluppo.

Come dicevamo prima, molto probabilmente, una parte di questo insuccesso (e forse anche della volontà di chiudere la serie) è stato proprio l’elemento originale caratterizzante, ovvero costruire la storia partendo dai commenti degli utenti spettatori. Già al terzo episodio si denunciava un numero spropositato di messaggi tale da rallentare mostruosamente la prosecuzione del racconto, evento comunque del tutto giustificabile se si considera che stiamo parlando di un’angenzia di service video che auotonomamente, e auotoproducendosi, nel tempo libero, aveva creato questo serial. Il nocciolo della situazione è stata la soluzione trovata per risolvere questo problema: tradire il patto con gli utenti. Man mano che la narrazione procedeva è diventato sempre più chiaro che i messaggi che apparivano sullo schermo erano scritti direttamente dagli stessi autori.

Al tradimento dell’idea fondativa di Lost in Google si è poi aggiunta una totale mancanza di creatività. Nelle prime puntate allusioni e riferimenti alla trilogia di Matrix erano stati inevitabili, e molto probabilmente anche d’obbligo, visto il genere di  questa storia; purtroppo il percorso scelto successivamente ha invece fatto della saga dei Wachowski quello che con un linguaggio poco gergale normalmente si definisce il “Matrix de no’attri”, ricalcando spudoratamente ogni tipo di scelta narrativa, fino ad arrivare all’incontro fra il protagonista e l’entita malefica, l’Architetto per i fratelli di Chicago, Elgoog per il prodotto nostrano, alias una serie di attori ad impersonificare macchiette (altro grossolano errore) dello spettatore medio di Lost in Google.

Ma mentre in Matrix, Neo e Architetto si alleavano per eliminare il virus Smith, in Lost in Google l’eroe e i suoi nemici, coloro che invece, nell’idea originale della storia, erano i suoi alleati, si scontrano per la risoluzione finale, tradendo sotto tutti i punti di vista quella che era stata la partenza della serie (e se vogliamo dare una lettura psicologica superficiale, dichiarando implicitamente la guerra fra autori e spettatori che questa idea è riuscita a generare). 

Last but not least, la volontà di chiudere la storia ha portato ad un’insolvenza generale di TUTTI gli sviluppi narrativi aperti nelle singole puntate, elemento questo che da solo dovrebbe portare al totale oblio di questa occasione persa.

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