Lug 052012
 

2012©Minitrue Blog Archive

Alla vigilia della partenza per Pechino passo la notte in un albergo di Bruxelles. A tarda sera la TV belga trasmette un documentario su Alexandra David-Néel, l’impavida esploratrice che alla fine dell’ottocento, sfidando ogni tipo di convenzione sociale, è scappata di casa in bicicletta, a soli quindici anni, per vedere il mondo. Decenni più tardi  attraverserà la Cina a piedi e salirà fino a Lhasa dove sarà accolta con tutti gli onori, ormai buddista, ormai santa, ormai leggenda. L’incontro con questo documentario, proprio alla vigilia dell’avventura, mi sembra di buon auspicio. Sono impaziente di sentirmi anch’io esploratrice: chissà cosa potrò imparare dall’incontro con le donne Moso!

Per mia natura e formazione sono attratta dagli studi religiosi e dai linguaggi simbolici, quindi non vedo l’ora di trovarmi davanti al loro lago-Madre e salire su Gammu, la montagna sacra. Soprattutto vorrei trovare risposta alla mia domanda più pressante: se è veramente una società matriarcale, perché anche presso i Moso la religione è monopolio degli uomini? I Moso seguono il Buddhismo e conservano un forte substrato di dabaismo, una forma di sciamanesimo. Ma perché i Daba (gli sciamani) sono tutti maschi? Ho cercato di studiare un po’ prima di partire, ma ho notato che in Italia gli scarsi lavori sui Moso sono piuttosto orientati verso un approccio sociologico-femminista.

Rifletto sul fatto che il più importante libro sulla società Moso è quello scritto proprio da una donna Moso, la controversa, trasgressiva e ambigua Yang Erche Namu. Mi colpisce la traduzione del titolo, che in inglese è “Leaving Mother Lake” e in altre lingue fa riferimento a un “Paese delle Figlie” (poiché la trasmissione di beni e costumi avviene per via matrilineare) ma in italiano diventa “Il Paese delle Donne”. Lo stesso titolo è ripreso in un’opera divulgativa più recente, “Benvenuti nel Paese delle Donne” (2010) di Francesca Rosati Freeman, un interessante resoconto soggettivo dei ripetuti soggiorni che l’autrice compie nella regione. Di un’opera così fortemente inneggiante ai valori matriarcali resto fulminata dalla scelta dell’autrice di firmarsi aggiungendo al proprio cognome quello del marito. Forse per un inconscio omaggio ai valori del tanto deprecato sistema patriarcale? O forse perché, in questa epoca in cui l’importante è apparire, un cognome anglosassone suona molto più cool e meno provinciale?

Fuori dalla lingua italiana la bibliografia comunque è vasta. Per un primo approccio alla cultura Moso è esaustiva la pagina inglese di wikipedia, che lista anche tutti i documentari già realizzati sull’argomento. Per un punto di vista scientifico e accademico, è fondamentale l’opera dell’antropologa Christine Mathieu che da oltre 20 anni studia l’argomento sul campo, e (beata lei) vanta una buona conoscenza  della lingua locale e del cinese Mandarino, che la mette al riparo dai pericoli della “traduzione a catena”.

Al Viaggio con i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile dal tab Moso del menu.

(immagine: Minitrue Blog Archive)

  One Response to “Viaggio verso i Moso – Bibliografia minima”

  1. Chiarisco il dubbio:
    …resto fulminata dalla scelta dell’autrice di firmarsi aggiungendo al proprio cognome quello del marito….
    Francesca Rosati Freeman ha semplicemente firmato il libro con il nome che porta nella vita, quello ufficiale che la identifica sui documenti. Non ha aggiunto il cognome del marito, ha aggiunto il SUO cognome!
    In Italia le donne sposate mantengono il loro cognome, in molti altri paesi lo cambiano con quello del marito e perdono il loro. Dipende dalle leggi sul diritto di famiglia dello stato in cui ci si sposa e si risiede e non da una scelta personale.
    Le due ipotesi:
    …Forse per un inconscio omaggio ai valori del tanto deprecato sistema patriarcale? O forse perché, in questa epoca in cui l’importante è apparire, un cognome anglosassone suona molto più cool e meno provinciale?….
    sono completamente fuori strada.

 Leave a Reply

 

Vai alla barra degli strumenti