Lug 222012
 

Esteticamente, i Moso sono un popolo bellissimo. Sono scuri di pelle, assomigliano un po’ agli indiani d’America. Il volto è ieratico e senza tempo, dai tratti come scolpiti nel legno. Il portamento è maestoso, l’incedere lento, sembrano davvero i figli di una leggenda antica.

I maschi, soprattutto quelli giovani, sono strepitosi. Strepitosi e tamarri. Calzano Nike dai colori sgargianti e portano Ray-Ban a specchio per far risaltare i denti di un biancore abbacinante. Sono belli e sanno di esserlo. Quando sorridono ti pare di aver davanti Tom Cruise in Top Gun, solo che loro sono molto più alti. Tom pilotava l’aereo, loro manovrano la barca. Li vedi tutti in fila, con le loro barchette sulla riva del lago, i bicipiti possenti pronti a pagaiare. Se la tirano un po’ per fare scena: indossano la casacca bianca del loro costume tradizionale e in testa, per proteggersi dal sole, calzano improbabili cappelli da cow boy. Fanno la faccia intensa e pensosa, mentre il vento gli scompiglia i lunghi capelli. Frotte di giovani turiste cinesi li guardano rapite. Per tradizione il mestiere di barcaiolo compete sia agli uomini che alle donne, ma dal punto di vista turistico non c’è storia: il maschio muscoloso è gettonatissimo. (guarda video)

Se i maschi Moso sono belli, le femmine assurgono al rango di divinità. Non importa quanti anni hanno, sono tutte delle regine. Camminano come se non toccassero terra. Sono nate per sfilare in passerella. Alte e snelle, il viso finissimo dai tratti delicati, quando sorridono è come se i cieli si aprissero e senti la musica degli angeli. Anche le più vecchie, le più rugose, le più decrepite conservano una luce interiore che le rende trasparenti, cristalline. La bellezza delle donne giovani è più aggressiva, forse perché esaltata da abitudini occidentali come il makeup, le tinture per capelli, l’abbigliamento alla moda. Le donne anziane sono le sole ad avere conservato l’uso quotidiano del costume tradizionale. Le vedi ancora, abbigliate come in una foto del passato, camminare la mattina presto lungo il lago roteando i mulinelli da preghiera. O giocare a carte, sullo stesso lago, la sera, in capannelli agguerriti e chiassosi. Ma è l’ultimo sussurro del passato.

Per i Moso sotto i 40 anni, il costume tradizionale è allegramente relegato ad usum turisti (guarda). Lo indossi per le danze serali – quelle che la letteratura sentimentale descrive come danze rituali per l’accoppiamento, e che invece sono fatte a pagamento con la musica sputata fuori da uno stereo gigante. E indossano i costumi le donne di Luoshui quando una volta all’anno prendono le barche e raggiungono l’isola di Liwubi in mezzo al lago per il ritiro spirituale – se ancora riescono a pregare visto il codazzo di curiosi che si portano dietro. Il nostro team sarà parte di questo codazzo e la cosa mi mette a disagio con me stessa. Capisco che girare un documentario è importante, ma mettersi in fila per essere testimoni dell’ennesimo pellegrinaggio, dell’ennesimo funerale, dell’ennesimo primo giorno di scuola, dell’ennesimo momento privato? E’ come spiare dal buco della serratura.

Intanto, ci aggiriamo per le strade dei villaggi di Luoshui e di Lige con aria smarrita. Ci eravamo costruiti la nostra mappa mentale del luogo basandoci sul racconto di viaggio che la nostra team leader aveva pubblicato. Ma è bastata la prima mezza giornata per capire che quelle narrazioni così poetiche ed evocative sono destinate a evaporare come neve al sole della prova dei fatti. Dove sono le leggendarie matriarche che nelle nostre letture ci parevano così reali? In luogo della bottega dell’ “operosa tessitrice” troviamo un ristorante alla moda. La “caritatevole assistente sociale che aiuta le donne nei commerci” ha cambiato mestiere appena ha potuto, e oggi lavora nell’ufficio turistico. L’“abile argentiera” non esiste, si è sposata e ha cambiato città, e scopriamo che non era nemmeno una donna di razza Moso perché c’era stato un errore a capirsi con l’interprete …

Sullo scottante problema della traduzione la mia mente scientifica issa la bandiera bianca della resa incondizionata: quando la barriera linguistica è così impervia, con che strumenti hai il coraggio di proporti come testimone di una cultura? Cosa ne capisci veramente? Tu arrivi e i Moso parlano la lingua moso. Poi qualcuno deve tradurre per te in cinese. Poi dopo qualcuno deve tradurre in inglese. E se tu non sai l’inglese – come nel caso della nostra team leader, la traduzione a catena si allunga ancora di più, perché qualcuno dovrà passarti tutta la roba in italiano. E quando ti trovi al capo più remoto di questo telefono senza fili, quali informazioni credi di aver ricevuto? E come la racconterai, questa storia, agli altri? Parlerai di quello che hai creduto di capire, adattandolo agli stereotipi che già ti eri portata dietro da casa? Crederai di descrivere ciò che è vero, mentre invece costruisci la proiezione di quello che eri andata a cercare?

Ci aveva già messo in guardia all’inizio del ‘700 il filosofo che amo di più al mondo, Giambattista Vico:

E’ altra proprietà della mente umana, ch’ove gli
uomini delle cose lontanenon conosciute non possono

fare niuna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e
presenti (Scienza Nuova §122)

 Ogni racconto di viaggio è, alla fine, il racconto delle nostre speranze, dei nostri sogni, dei nostri desideri. Ogni racconto di viaggio è la narrazione della realtà che desideravamo vedere. A costo d’inventarla.

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

  One Response to “Viaggio verso i Moso – Con Giambattista Vico”

  1. Non sono mai stata dai Moso ma penso che un commento del genere

    “…e femmine assurgono al rango di divinità. Non importa quanti anni hanno, sono tutte delle regine. Camminano come se non toccassero terra. Sono nate per sfilare in passerella. Alte e snelle, il viso finissimo dai tratti delicati, quando sorridono è come se i cieli si aprissero e senti la musica degli angeli. Anche le più vecchie, le più rugose, le più decrepite conservano una luce interiore che le rende trasparenti, cristalline.”

    implichi qualcosa di profondo e integro che illumina queste donne da dentro. Qualcosa che noi donne occidentali non abbiamo (più?).
    Che ci siano o no le matriarche, l’operosa tessitrice o la caritatevole assistente sociale,
    non ha importanza. In quella società c’è qualcosa di profondamente diverso dalla nostra, che fa stare bene gli esseri umani.
    Forse la clamorosa assenza di violenza domestica, abusi sessuali e prepotenze di ogni tipo?

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