Lug 292012
 

A Luoshui alloggiamo a casa di Akae Dama, la donna Moso che figura nel documentario.  La casa è in realtà un hotel con più di venti stanze, bagno in camera, collegamento internet e, miracolo dei miracoli, birra ghiacciata al bar. L’hotel è stato costruito con i prestiti chiesti in banca: l’economia turistica dei Moso si è sviluppata così, tra miraggi di benessere e realtà agghiaccianti di speculazione di cui i Moso sono vittime. All’inizio è andata che le famiglie adattavano all’uso turistico una piccola porzione della loro casa, come in un nostrano bed&breakfast. Poi la domanda cresce e tu ti allarghi. Il villaggio che si è presentato ai miei occhi è un cantiere aperto, un continuo martellare di operai che aggiungono, ampliano, modificano e sovrappongono spazi abitativi. Stanno sorgendo guest house e grandi strutture ricettive, tutte costruite con denaro che non hai, e che hai chiesto in prestito.

Però i prestiti vanno restituiti e spesso tu non ce la fai da solo, allora l’hotel è dato in gestione a stranieri che arrivano qui pronti ad investire e ti pagano per l’affitto i tanti soldi di cui hai bisogno. Di solito gli stranieri sono cinesi di etnia Han provenienti da Kunming, ma possono essere anche taiwanesi che hanno fiutato l’affare. Dama ci racconta che lì attorno sono arrivati persino dal Canada. Il governo cinese, quello subito pronto a darti agevolazioni se compri un’auto o una TV (per una certa marca di elettrodomestici hai anche il 30% di sconto) non ti aiuta invece con finanziamenti per iniziare la tua impresa turistica. Allora devi fare tutto da solo. E se poi il prestito non riesci a restituirlo? La banca si porta via tutto.

Nel villaggio, uno dei “racconti del terrore” è quello relativo al terreno su cui attualmente sorge la banca di Luoshui: un tempo la terra apparteneva a una famiglia che ha perso tutto perché non è stata in grado di rientrare con le spese.
In un’epoca di così grandi mutazioni economiche e sociali, anche la struttura della società Moso appare barcollante, e ti vengono i brividi dal dispiacere. Abbiamo incontrato un esperto di cultura Moso e lo interroghiamo sulla tanto leggendaria solidarietà sociale: fra le famiglie, se qualcuna è in crisi, le altre la aiutano? La risposta (all’ultimo capo della traduzione a catena) la riporto testuale: “prima del turismo, se una famiglia doveva costruirsi la casa gli altri andavano ad aiutare gratis, in cambio dei pasti. Adesso si costruisce per fare business, quindi si va a lavorare a pagamento”.

E’ un mondo che cambia, è il punto di frattura fra la condizione rurale e la modernità. Per un’occidentale è un tuffo nel passato. E’ il momento in cui i Moso possono credere di gioire della loro migliorata condizione, del denaro più copioso, della luce elettrica (la grande scommessa qui è il fotovoltaico, e al momento funziona alla grande). Il tempo del rimpianto, della recriminazione, della consapevolezza, dello struggimento, arriverà più tardi.

In un attimo mi torna da chissà dove un ricordo d’infanzia che mi sbigottisce. Capisco adesso cosa mi ha spinta fin quassù, capisco cosa spinge le persone a rincorrere quello che non c’è più. Rivedo la mia nonna tornare a casa con un tesoro straordinario e nuovo di zecca: un contenitore di Moplen (ciao, Gino Bramieri), Erano gli anni sessanta dell’Italietta: era arrivata la plastica, erano arrivate le prime lavatrici. Erano arrivate le calze di filanca e il secondo canale della televisione. Eri una donna con le mani artritiche che intuiva di non dover più passare tutto il tempo a scrostare contenitori di alluminio nell’acquaio e poteva smetterla di lavare le lenzuola nella mastella con l’acqua gelida che ti mangia le dita. Eri una donna che poteva accedere al lusso di abbandonare il ferro da stiro con le braci dentro e comprarsene uno elettrico, che almeno non ti lascia le bruciature rosse ogni volta che lo prendi in mano. Eri una donna che invece che partorire nel caldo della stalla e morire ogni volta che va male, poteva scegliere di andare nell’ospedale moderno dove i dottori sanno fare delle cose per salvarti.

Provo affetto per queste donne Moso perché mi ricordano da dove vengo e a quale radice appartengo. Sorrido, perché sono consapevole di far parte della generazione occidentale che, invece, è pronta a criticarle perché vanno a partorire in ospedale invece che godersi l’esperienza dell’“evento naturale in casa” (ma con l’ambulanza pronta fuori dalla porta).

Intanto, la ruota del karma gira e se la ride. Le cosmiche sfere di medievale memoria si avvicendano immemori, e se ne fregano dei nostri stereotipi e delle nostre strozzature culturali. Siamo umani perfettissimi e fragili.

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Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

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