Lug 052012
 

Io in Cina ci ero già stata, da molto giovane. Era il marzo 1990 e i fatti di Tienanmen si erano consumati da pochi mesi. Ci andai approfittando di un’offerta speciale scontatissima, perché con l’aria che tirava i turisti se ne stavano alla larga e il governo cinese serrava i controlli. Per farmici entrare senza troppi problemi l’agenzia di viaggi mi infilò dentro a una delegazione del partito comunista italiano in partenza da Bologna. Pensa te!

Di quel tempo remoto ho ricordi precisi, incancellabili. Primo fra tutti, il ricordo della mia ignoranza, nutrita di stereotipi e libri illustrati. Ero sbarcata in Cina aspettandomi di trovare lacche e dragoni, cieli azzurri e ruscelli, pagode e tempietti. E li trovai, in effetti. Però finti. La rivoluzione maoista aveva d’impeto provveduto a distruggere tutti i segni del passato, salvo poi accorgersi che proprio quel passato era il motore che alimentava la macchina del turismo. Nell’epoca in cui io arrivai in Cina era cominciata la ricostruzione, fittizia, fantasiosa e plastificata, dell’architettura classica ad uso turistico. Una Cina Made in China.

Però delle cose ne ho viste, di quelle che ti rimangono dentro. La vecchia donna senza tempo accovacciata sul marciapiede a sgozzare un pollo, con tutto il sangue che colava lungo la strada priva di fognature e attorno a lei il fracasso delle decine di cantieri di una Pechino che stava esplodendo di urbanizzazione incontrollata e scriteriata. La faccia impietrita di una cameriera a Guilin, offesa e attonita perché dare la mancia allora non si usava e io le stavo mancando di rispetto. Poi gli interminabili spostamenti in treno verso regioni in cui bambini col moccio ti schiamazzavano attorno e ti toccavano perché gli occidentali erano una rarità. E i gabinetti a canaletta. E le larve di baco da seta caramellate che ho mangiato solo perché non sapevo essere larve di baco da seta caramellate. E le biciclette. E l’assenza quasi totale di automobili. E nessuno che sapeva l’inglese e io che non so il Cinese e la vertigine che ti viene quando i cartelli sono pieni di segni senza senso e tu sei infinitamente sola e sperduta e lontana.

Ho un po’ paura, adesso che sto per atterrare. Paura di quello che troverò, e di quello che non troverò più. Mi tengo stretta nel cuore la mia immagine più cara, una cartolina mentale di silenzio e bellezza: aquiloni a piazza Tienanmen in una mattina fredda e senza sole. Non c’è nessuno, solo vecchi vestiti di blu, immobili a guardare il cielo.

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine: Minitrue Blog Archive)

 Leave a Reply

 

Vai alla barra degli strumenti