This is Africa

 Posted by on 4 agosto 2012  Add comments
Ago 042012
 

 

Edward Zwick è un produttore e regista tipicamente hollywoodiano, capace di alternare nella propria carriera film di diverso genere con il comun denominatore di appartenere sempre alla categoria blockbuster (che non sempre è una parolaccia). Apprezzato dal pubblico femminile per produzioni come Vento di passioni, Shakespeare in love e per la regia di Amore e altri rimedi (cult per giovani del 2010), si è fatto apprezzare dalla controparte maschile testosteronica per Attacco al potere, I giorni del coraggio e Glory. Dopo aver fallito l’utopia di assegnare a Tom Cruise l’Oscar con L’ultimo samurai, farà uscire nel 2013 un film sulla Grande Muraglia cinese.

In mezzo a questo variegato panorama di film capaci di cavalcare tematiche potenti e dalle intriganti sceneggiature, fece uscire nel 2006 il film più interessante, almeno io credo, della sua carriera, quel Blood Diamond che, sebbene a posteriori, riaccendeva l’attenzione sul mercato dei diamanti e sui conflitti africani. Poco strombazzato a livello pubblicitario nonostante il casting degli attori principali, Leonardo Di Caprio post Scorsese (santa redenzione) e Jennifer Connelly, è un film che affascina per la capacità di portare avanti i quattro percorsi narrativi dei personaggi.

Sierra Leone, guerra civile, 1999. Le quattro storie girano intorno ad un gigantesco diamante trovato da un pescatore diventato schiavo delle milizie rivoluzionarie. Da una parte l’ex mercenario, trafficante d’armi e di diamanti, Danny Archer vede nel diamante la sua via di fuga dall’Africa. Dall’altra il pescatore Solomon (Djimon Hounsou) è consapevole di come il diamante sia l’unico mezzo per ritrovare la moglie e i figli dispersi dalla guerra. In mezzo la giornalista Maddy Bowen sa che l’unico modo di attirare l’attenzione del mondo, distratto dallo scandalo Lewinsky,  sul sanguinoso scontro della Sierra Leone è trovare una connessione fra i genocidi  e il mercato dei diamanti. Al centro, la questione morale riguardo l’ipocrisia del mercato dei gioielli, un conflitto che entrambe le parti cercano di prolungare per arricchirsi il più possibile con la vendita di diamanti alle grandi compagnie, i massacri delle popolazioni inermi e i bambini soldato delle Squadre della Morte.

Con questo elenco Blood Diamond sembra un gigantesco calderone dove “chi più ne ha, più ne metta”,ma la sceneggiatura di Charles Levitt, tra l’altro unico suo film degno di nota, riesce ad amalgamare il tutto evitando il banale e il retorico, costringendo i tre personaggi, antagonisti tutti l’uno per gli altri, a fare affidamento sugli altri due elementi del terzetto, corrompendo il proprio credo per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Probabilmente la disputa morale che vede schierati da una parte il cinico Danny (“siccome non esiste un Dio e non c’è bisogno di una morale, io penso per me, gli altri si fottano”), dall’altra l’irreprensibile Solomon , incapace di mentire, a qualcuno potrebbe risultare una disputa da bar portata avanti da due personaggi rasenti il confine della macchietta (più Solomon che Danny), ma siamo comunque sempre di fronte ad un blockbuster e se non rubiamo il tempo alla riflessione con qualche smitragliata ogni tanto, poi ci toccherebbe parlare di un film d’autore.

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