Una pura formalità

 Posted by on 18 agosto 2012  Add comments
Ago 182012
 

Che Giuseppe Tornatore viva di rendita fin dal suo secondo film, Nuovo cinema Paradiso, ormai è pressochè risaputo. La sua versione originale del film, quella che oggi chiameremmo director’s cut, è la classica ottima cura per l’insonnia. Se Franco Cristaldi non l’avesse preso a sberle obbligandolo a tagliare tutta l’inutile e melensa seconda parte con un romanticismo di Harmony d’annata, a quest’ora staremmo parlando di fuffa. Il film successivo è lì pronto a testimoniarlo. Stanno tutti bene (mortacci sua anche a Tonino Guerra), paragonato al recente remake hollywoodiano, è un’emerita schifezza, con un protagonista (Mastroianni) con cui è impossibile empatizzare perché dopo cinque minuti lo si vorrebbe unicamente strozzare per la sua totale antipatia (se questo era lo scopo, il film allora è riuscitissimo). Gli altri lavori della filmografia, L’uomo delle stelle, La leggenda del pianista sull’oceano, Malèna sono buoni lavori (ecco, magari l’ultimo un po’ meno; e qui si potrebbe aprire un dibattito infinito sul fattore Bellucci) ma che non giustificano l’enorme budget messo a disposizione del regista. Baarìa è la presa in giro del secolo. Un film che non è un film, ma una serie di scenette che a confronto la Premiata Teleditta assurge al livello narrativo di Dickens; “geniale” mega operazione commerciale di Tarak Ben Ammar e Berlusconi’s family (il film è prodotto e distribuito Medusa) per dimostrare come anche quel Governo, in fondo, i soldi alla cultura e al cinema li elargiva. Cozzaglia di comparsate dove ad un certo punto si finisce per rammaricarsi dell’assenza della Carrà o di Mike Bongiorno, che, in tutta onestà, avrebbero nobilitato il prodotto.

Gli unici due film dove Tornatore fa veramente il Tornatore, o meglio, il Tornatore creato dalla stampa, dai vari Anselma Dell’Olio e dalla cinematografo band marzulliana, passata ora a ministeriale band marzulliana, sono Una pura formalità (1994) e La sconosciuta (2006), film non a caso di budget modesto, fatti con la testa e non con la pubblicità, realizzati entrambi nella pausa fra una sbornia di popolarità e l’altra.

Dei due il primo rappresenta il caso più interessante; girato quasi totalmente in un’unica stanza, grande forza della sceneggiatura, vede contrapporsi dai lati opposti di una scrivania Roman Polanski (un ispettore) e Gerard Depardieu (uno scrittore).

Onoff (il nome dice molto) è uno scrittore esiliatosi dal mondo dopo il recente periodo poco prolifico. Inutile dire quanto questo possa essere autobiografico. Viene ritrovato in un bosco, mentalmente e fisicamente smarrito, senza alcun ricordo delle ultime ore, dal corpo di polizia di un posto sperduto e sottoposto ad un lungo interrogatorio poiché sospettato colpevole dell’omicidio di una persona non ancora identificata.

Sul titolo del film è molto facile giocare e speculare; la narrazione, più o meno volutamente, non brilla per la storia raccontata (non proprio originalissima, con una sceneggiatura comunque solida), ma è appunto una semplice formalità registica, con la quale Tornatore tenta di riprendersi una rivincita e dimostrare il proprio valore dopo la stroncatura di Stanno tutti bene, salvo poi ricascare nuovamente nello stesso errore di autoidolatrarsi.

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