Ago 072012
 

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Per viaggiare sul Lugu Lake il mezzo di trasporto più efficace è il passaparola.

Intendiamoci, puoi anche noleggiare una macchina con autista o scendere a valle con la corriera che parte da Luoshui a tre orari precisi: la prima corsa alle dieci, la seconda corsa a mezzogiorno, la terza corsa “quando la riempiamo”.
Però se devi andare da qualche parte la cosa migliore da fare è dirlo in giro, così se anche altri ci devono andare si fa il mucchio. Spendi meno e ti diverti molto di più.

Ed è così che partiamo, Alessandra e io, dirette a Lijiang per affrontare la più temibile delle ordalie: trovare l’Agricultural Bank of China, che nonostante sia una delle più grosse banche cinesi non ha, in quell’area, neanche un impiegato che parli inglese o qualunque altro idioma a me comprensibile. Abbiamo poche ore di tempo per riuscire a fare un bonifico, ma Alessandra parla cinese ed è la ragazza più paziente e determinata che io abbia mai conosciuto, e questo mi conforta. E allora partiamo, e per fortuna che abbiamo trovato un passaggio. Ci accomodiamo sul sedile posteriore di un macchinone super accessoriato. Davanti siede il terzo passeggero, un giovanissimo monaco buddista diretto a una tre giorni di meditazione e preghiera. Decido che la sua presenza ci porterà fortuna: se non altro è rilassante stare a guardarlo visto che sorride incessantemente. Ma quanto ridono i monaci buddisti? Visto in TV, credevo che il sorrisone perenne fosse una caratteristica personale del Dalai Lama. E invece no, sono proprio tutti così: ridono! Chissà, forse è per qualcosa che mangiano.

Anche l’autista è molto giovane. Giovane e amante della discomusic. Possiede la discografia completa di Britney Spears e la spara a tutto volume, senza sosta, per tutta la durata del viaggio: cinque ore. Conosce a memoria tutte le parole e le canta a squarciagola. Anche il monaco le conosce, e fa il coro. Fa un po’ senso, vedere un monaco che ballonzola tutto contento sul sedile cantando baby one more time. Ma lui si diverte moltissimo. E ride.

A forza di ridere piano piano ci rilassiamo anche noi: sentivamo la necessità di allontanarci e riflettere. Non puoi fare a meno di interrogarti sul fatto che questo documentario, un progetto nato e finanziato come femminile e femminista, abbia visto tutte le femmine dare forfait e sia realizzato nella quasi totalità da figure maschili. Sono uomini alla parte tecnica. E’ un uomo la guida turistica/interprete che ha il compito di farci comunicare con i Moso. E’ un uomo il consigliere spirituale cui la nostra tour leader si affida totalmente delegandogli ogni riflessione e ogni decisione, ogni iniziativa, ogni elaborazione di pensiero. Ed è un uomo il contadino locale scelto per figurare in video come “esperto di cultura Moso”. Le sue credenziali di “esperienza” sono singolari: si ritiene un esperto perché (cito dalla traduzione) ama la sua gente e proviene da una famiglia di alta reputazione. Ma non si poteva trovare una contadina femmina allora? Però forse alla fine il risultato non potrà che essere istruttivo: un’opera sul Matriarcato eseguita secondo perfetti canoni patriarcali ci dovrà pur insegnare qualcosa.

Arriviamo in città a tempo di record, si vedeva che l’autista aveva fretta perché si è fatto tutto il viaggio correndo all’impazzata, con la mano sempre sul clacson per farsi largo tra gli onnipresenti men at work, operai derelitti e cotti dal sole condannati, come in un girone dantesco, a riparare – ogni volta da capo – una strada tagliata nella roccia porosa e destinata a sbriciolarsi senza sosta. Un paio di volte rischiamo di falciarne uno e me la vedo brutta. Ma non ci deve essere pericolo reale, perché il Monaco appare tranquillo. E ride.

Con grosso colpo di fortuna troviamo la banca, è proprio sulla strada principale all’ingresso della Città Vecchia. Ci mettiamo in fila e scopriamo di avere 80 persone davanti. Mi ero domandata, all’ingresso, perché in una banca ci fossero un grande schermo e le poltroncine, come al cinema. Adesso ho capito: è l’entertainment al servizio della burocrazia.
Però alla fine il Monaco ci ha portato fortuna davvero, perché riusciamo a compiere la missione entro l’orario stabilito. All’uscita della banca é il momento di separarsi. Il Monaco ci saluta calorosamente e si incammina. Lo guardiamo da lontano mentre si gira un’ultima volta per farci ciao con la mano. E ride.

Sorridiamo anche noi che stiamo per lasciare la Cina: questo è un addio. A Farewell!  Io non lo saprei dire meglio con parole mie, e allora prendo in prestito quelle di Hemingway, che l’ha pagata con la vita la sua ostinazione a parlare di addio e di vergogna e di onestà intellettuale e di rettitudine morale:

That is not love. That is only passion and lust. When you love you wish to do things for. You wish to sacrifice for. You wish to serve. (cap. 11)

No, that is not love: questo documentario non fu progettato per amore. Nacque solo per cupidigia e per brama di notorietà. In chi ha covato in seno questo progetto non v’era alcun desiderio di essere utili e di servire, di sacrificarsi per il rispetto e la salvaguardia del popolo che stai descrivendo.

Era solo “passion and lust”, l’ennesimo tentacolo occidentale proteso verso lo sfruttamento di un popolo orientale e primitivo e inerme, ai fini dell’interesse personale. L’imperativo era realizzare un documentario che fosse vendibile, appetibile, commercializzabile. E’ l’arroganza imperialistica che molte femministe imputerebbero alla bieca “cultura patriarcale”. Solo che stavolta ad architettarlo è stata una femmina. E allora, come la metti?  Allora tu, come appartenente alla specie, bisogna che ti prenda sulle spalle parte della responsabilità. E della vergogna. E non ti deve servire da scudo il fatto di dichiarare “ mi ero sbagliata, io non lo sapevo”: è la scusa di generazioni di femmine conniventi, quella di dire “io non c’ero e se c’ero dormivo”.

Sul cielo di Lijiang si prepara un’altra luna piena. Le stagioni si avvicendano, le culture si alternano solenni, seguendo un progetto sconosciuto a noi mortali. Forse all’origine del tempo c’erano le Matriarche. Forse esse oggi non andrebbero fiere di alcune delle figlie che hanno generato.

Al Viaggio verso i Moso dedichiamo un’intera sezione raggiungibile con il tab Moso del menu.

(immagine e video: Minitrue Blog Archive)

  2 Responses to “Viaggio verso i Moso – All’origine… le Matriarche?”

  1. Avevo già sentito parlare dei Moso e adesso mi è venuta la curiosità di andare a visitare il lago: mi potete fornire i dettagli tecnici? Grazie mille

  2. Ho letto tutte le puntate. Bel Diario di Viaggio !

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