Le onde del destino

 Posted by on 30 settembre 2012  Add comments
Set 302012
 

Scozia, anni ’90, un piccolo villaggio di pescatori e operai di piattaforme marittime, dove forte è il senso religioso di una comunità presbiteriana molto chiusa e retrograda. Qui vive Bess, ragazza mentalmente instabile, devota, un passato in manicomio, ben voluta dalla parte laica della società, compatita da quella ecclesiastica che vede nei suoi disturbi mentali una qualche espiazione di peccati precedenti.

Bess fa sobbalzare la comunità quando decide di sposare Jan, operaio danese in una delle piattaforme al largo dell’oceano. Eppure, tutto riesce a tornare entro i comuni ranghi della vita quotidiana, fino a quando Jan non rimane paralizzato per un incidente e decide di chiedere alla moglie di trovarsi degli amanti, per venirgli a raccontare come sia fare ancora l’amore e sollevarlo così dalle sue sofferenze quotidiane, creando scalpore nell’intera comunità.

Le onde del destino è il film che nel 1996 portò Lars von Trier agli albori della cronaca cinematografica internazionale, permettendo al regista danese di aggiudicarsi il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes (e portando l’attrice protagonista Emily Watson alla soglia dell’Oscar).

Girato un anno dopo la firma del manifesto Dogma 95, da parte dello stesso von Trier e da Thomas Vinterberg (conosciuto ai più per il film Festen e il suo remake americano del 2007), Le onde del destino porta avanti dal punto di vista stilistico i dettami del decalogo stilato dai due registi danesi, andando però prontamente in contraddizione con le motivazioni che portarono i due cineasti a stipulare il cosiddetto “voto di castità”.

Il manifesto nacque dalle stesse motivazioni che portarono molti autori dei Cahiers du Cinema a fondare la Nouvelle Vague: ribellarsi ad un cinema, soprattutto americano, sempre più finto, con storie troppo lontane dalla realtà e una narrazione condizionata dagli effetti speciali. Nel manifesto, dal tono militaresco (avvisaglie delle sparate di Von Trier prima di Cannes 2011), si accusavano inoltre i predecessori francesi di essere stati troppo borghesi intellettualoidi e di aver fondato l’ideologia perversa dell’autore, elemento del tutto estraneo al Dogma, dove al regista non veniva concesso nemmeno l’accreditamento durante i titoli.

Stilisticamente, le riprese dovevano essere eseguite rigorosamente con macchina da presa a mano, direttamente sulla location e mai in studio, con un suono in presa diretta, nessuna musica registrata in un secondo momento, senza nessun tipo di correttivo o filtro per la luce, se non un faro posto sulla cinepresa.

Le onde del destino venne girato seguendo queste regole. La musica pop scelta per scandire l’inizio di ogni capitolo della narrazione è accompagnata da illustrazioni pittoriche, quindi non da materiale girato in camera. Il finale, tuttavia, è tutt’altro che aderente ai dettami del manifesto: il cinema non è illusione, non è illusione di pathos, non è illusione d’amore. Eppure quelle campane che suonano in mezzo al cielo, nel cuore più settentrionale del profondo oceano, per accogliere in Paradiso una sorta di “piccolo” angelo non possono che far scaturire una risata che diventa ancora più fragorosa sapendo dove un anno prima pose la propria firma l’autore di quella scena.

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